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  Home page > Attualità > Politica > Berlusconi in caccia di fiducia, Italia in caccia di speranza
di Francesco Finucci (sito) lunedì 13 dicembre 2010 - 0 commento oknotizie
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Berlusconi in caccia di fiducia, Italia in caccia di speranza

L’Italia attende ancora di liberarsi dal colonialismo politico del quale è vittima dalla nascita della Seconda Repubblica. Da quando la politica non è più una professione ma un mezzo per proteggere altri (squallidi) interessi.

Sono rari i casi in cui convergono elementi politici e sociali così diversi tra loro, come accadrà il 14 Dicembre. Innanzitutto si prenderà il metro per misurare l'effettiva profondità della crisi apertasi nella coalizione di maggioranza. Si vedrà fin dove intende spingersi l'FLI (=Futuro e Libertà per l'Italia), ma anche lo schieramento che prenderà uno dei presunti fedelissimi di Berlusconi, Umberto Bossi, e con lui la Lega Nord, in bilico tra le promesse del PDL (tra le quali l'attuazione del “Federalismo fiscale”) e la volontà di mantenere la propria indipendenza, e soprattutto, quella di non rimanere tanto coinvolti da non poter abbandonare la nave prima che affondi. Allo stesso modo, l'opposizione saggerà la coesione interna, sia per quanto riguarda la resistenza al calciomercato di deputati messo in atto dal PDL, sia per quanto riguarda l'improbabile coalizione di centro-sinistra più volte ventilata ma, diciamolo, decisamente utopica. Questo per l'evidente incapacità del Partito Democratico di dialogare e trovare un accordo con sé stesso, un fatto evidente che certo non induce molte speranze riguardo alla possibilità che riesca a farlo con altri partiti, non di rado, ideologicamente distanti. Infine, per ritornare al paese reale, quello fatto di esseri umani senzienti e ancora capaci di comprendere fattori meno materiali del denaro, unico bene, mezzo e fine del nostro parlamento, la ferita più profonda rimane quella apertasi nell'opinione pubblica residua.

Una ferita che non consiste negli effetti, pur pesanti, della crisi economica (una crisi nata, tra l'altro, dalle disastrose politiche internazionali, per le quali forse, una volta tanto, non possiamo imputare nulla ai nostri politici). Si tratta di una ferita, permettetemi un po' di retorica, “spirituale”. La ferita di una popolazione che a volte ci si stupisce come mantenga la propria civiltà senza prendere forconi e fiaccole e assalire la piccola Versailles sorta nel centro di Roma, Montecitorio, nella quale alle carrozze si sono sostituite le famigerate “Auto blu”. Perché se è vera l'espressione di Quintiliano, ricordata qualche tempo fa, che “odiare i mascalzoni è cosa nobile”, allora, decisamente, ci si chiede come la popolazione non abbia ancora perso la ragione e dato inizio alla caccia al politico. Ovviamente, non si necessita che di sfogliare un manuale di Storia per comprendere che rivolte prodotto dell'esasperazione hanno portato più violenza che libertà. Tuttavia rimane un vero e proprio dovere civico quello di porsi, perlomeno, la questione del perché gli italiani versino in questo stato di completa apatia politica. Perché in questo senso assume la sua sfumatura più preoccupante, la nostra ferita, nella mancanza assoluta e ineludibile di prospettive. Così, mentre una dittatura di velluto attende il suo colpo di grazia, è inevitabile domandarsi: “E poi?” Perché non aspettiamo il nostro Guglielmo d'Orange, pronto a sbarcare per salvare il paese. Chi dovrebbe assumersi questo carico? Un Bersani trionfante che cammina sulle acque delle sue vane parole? O magari un Fini, prima Ras e poi pentito santificato in virtù, sostanzialmente, di essere stato l'unica figura politica capace di mettere in crisi il PDL, perché se si aspettava Bersani, tanto valeva aspettare il 2012, sperando che qualcuna delle strampalate profezie propinateci ci liberasse da questa sciagurata classe politica? Inoltre, se anche si volesse essere estremamente ottimisti, ipotizzando che addirittura il Premier, dopo essere stato battuto, decida di abbandonare la carriera politica, con la fine della seconda più importante minaccia alla nostra democrazia, verrebbe a crearsi tuttavia una voragine, un vuoto tanto vasto quanto è grande il potere che verrebbe a tornare vacante. Questo porterebbe, inevitabilmente, a due scenari, a seconda delle politiche adottate in seguito all'ipotetica sfiducia.


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