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Berlusconi in caccia di fiducia, Italia in caccia di speranza

L’Italia attende ancora di liberarsi dal colonialismo politico del quale è vittima dalla nascita della Seconda Repubblica. Da quando la politica non è più una professione ma un mezzo per proteggere altri (squallidi) interessi.

Sono rari i casi in cui convergono elementi politici e sociali così diversi tra loro, come accadrà il 14 Dicembre. Innanzitutto si prenderà il metro per misurare l'effettiva profondità della crisi apertasi nella coalizione di maggioranza. Si vedrà fin dove intende spingersi l'FLI (=Futuro e Libertà per l'Italia), ma anche lo schieramento che prenderà uno dei presunti fedelissimi di Berlusconi, Umberto Bossi, e con lui la Lega Nord, in bilico tra le promesse del PDL (tra le quali l'attuazione del “Federalismo fiscale”) e la volontà di mantenere la propria indipendenza, e soprattutto, quella di non rimanere tanto coinvolti da non poter abbandonare la nave prima che affondi. Allo stesso modo, l'opposizione saggerà la coesione interna, sia per quanto riguarda la resistenza al calciomercato di deputati messo in atto dal PDL, sia per quanto riguarda l'improbabile coalizione di centro-sinistra più volte ventilata ma, diciamolo, decisamente utopica. Questo per l'evidente incapacità del Partito Democratico di dialogare e trovare un accordo con sé stesso, un fatto evidente che certo non induce molte speranze riguardo alla possibilità che riesca a farlo con altri partiti, non di rado, ideologicamente distanti. Infine, per ritornare al paese reale, quello fatto di esseri umani senzienti e ancora capaci di comprendere fattori meno materiali del denaro, unico bene, mezzo e fine del nostro parlamento, la ferita più profonda rimane quella apertasi nell'opinione pubblica residua.

Una ferita che non consiste negli effetti, pur pesanti, della crisi economica (una crisi nata, tra l'altro, dalle disastrose politiche internazionali, per le quali forse, una volta tanto, non possiamo imputare nulla ai nostri politici). Si tratta di una ferita, permettetemi un po' di retorica, “spirituale”. La ferita di una popolazione che a volte ci si stupisce come mantenga la propria civiltà senza prendere forconi e fiaccole e assalire la piccola Versailles sorta nel centro di Roma, Montecitorio, nella quale alle carrozze si sono sostituite le famigerate “Auto blu”. Perché se è vera l'espressione di Quintiliano, ricordata qualche tempo fa, che “odiare i mascalzoni è cosa nobile”, allora, decisamente, ci si chiede come la popolazione non abbia ancora perso la ragione e dato inizio alla caccia al politico. Ovviamente, non si necessita che di sfogliare un manuale di Storia per comprendere che rivolte prodotto dell'esasperazione hanno portato più violenza che libertà. Tuttavia rimane un vero e proprio dovere civico quello di porsi, perlomeno, la questione del perché gli italiani versino in questo stato di completa apatia politica. Perché in questo senso assume la sua sfumatura più preoccupante, la nostra ferita, nella mancanza assoluta e ineludibile di prospettive. Così, mentre una dittatura di velluto attende il suo colpo di grazia, è inevitabile domandarsi: “E poi?” Perché non aspettiamo il nostro Guglielmo d'Orange, pronto a sbarcare per salvare il paese. Chi dovrebbe assumersi questo carico? Un Bersani trionfante che cammina sulle acque delle sue vane parole? O magari un Fini, prima Ras e poi pentito santificato in virtù, sostanzialmente, di essere stato l'unica figura politica capace di mettere in crisi il PDL, perché se si aspettava Bersani, tanto valeva aspettare il 2012, sperando che qualcuna delle strampalate profezie propinateci ci liberasse da questa sciagurata classe politica? Inoltre, se anche si volesse essere estremamente ottimisti, ipotizzando che addirittura il Premier, dopo essere stato battuto, decida di abbandonare la carriera politica, con la fine della seconda più importante minaccia alla nostra democrazia, verrebbe a crearsi tuttavia una voragine, un vuoto tanto vasto quanto è grande il potere che verrebbe a tornare vacante. Questo porterebbe, inevitabilmente, a due scenari, a seconda delle politiche adottate in seguito all'ipotetica sfiducia.

La scelta di un “governo di responsabilità” sarebbe un metodo antidemocratico di sovvertire il voto dei cittadini (e una volta tanto, in questo, Berlusconi ha ragione), che porterebbe ad una situazione tanto ambigua quanto pericolosa, in quanto non solo comporterebbe una distribuzione dei poteri nel parlamento decisamente anomala, ma si troverebbe ad affrontare il tema al quale più si deve la democraticità delle elezioni, ossia la scelta del “Sistema elettorale”. Allo stesso tempo, delle elezioni anticipate porterebbero ad un'accelerazione dei processi di cicatrizzazione del PDL, nei quali una congrega di “nani e ballerine”, proiezione politica della videocrazia berlusconiana, si troverebbe a spartire un enorme potere vacante, con risultati imprevedibili. Sono questi i primi elementi di pericolo, e come tali non vanno sottovalutati. Si comprende facilmente quanto uno scenario in cui Berlusconi abbandoni il suo potere volontariamente possa ritenersi di pura fantapolitica, ma, prima di tornare alla realtà estemporanea, vorrei sottolineare come, se pur questo problema non presentasse il 14 (come probabile) dovrà pur farlo, prima o poi, sempre che nel frattempo Berlusconi non riesca ad accaparrarsi la pietra filosofale.

Se si volesse porre un freno alle speculazioni volte ad anticipare gli avvenimenti futuri, e si volesse distinguere ciò che è probabile da ciò che è sicuro, sicuramente risulterebbe evidente un rumore di fondo che permane vivo, pur sottile, in qualsiasi discorso, di anche vaga attinenza politica, ascoltato per le strade. Non nutriamo alcuna fiducia nei nostri rappresentanti. È banale dirlo. Ed è proprio questo il dato più interessante (e preoccupante), la progressiva assuefazione che ci ha portato a considerare tutto questo come qualcosa di normale, quasi connaturato al rapporto tra cittadino e politico. A ciò, poi, si aggiunge quella caratteristica tipicamente italiana che Monicelli ha evidenziato in una delle sue ultime interviste: L'italiano (o forse l'uomo), ha il congenito bisogno che qualcuno pensi per lui, liberandolo dall'insostenibile peso dell'esistenza. Eppure, tralasciando le implicazioni filosofiche, risulta evidente, quanto storicamente dimostrato, che un atteggiamento del genere significa apatia politica, e quindi morte della libera opinione pubblica. Combinare questi due fattori significa svuotare il sistema parlamentare di ogni sua valenza, perché manca quel carattere astratto che di questi tempi davvero assume delle sfumature utopistiche: La fiducia tra governanti e popolazione. In questo modo, davvero finisce per perdere di significato qualsiasi mezzo rappresentativo, in quanto, nel momento in cui la votazione elettorale diviene una grigia ruotine, si diviene necessariamente vittime di quella condizione che Rousseau imputava al popolo inglese, ossia quella di essere liberi solo quando ci si reca alle urne. Ed è verso questa stasi del pensiero politico che stiamo correndo, grazie ad una politica di divide et impera, nella quale qualsiasi argomento si tratta in maniera dialettica. Non esistono più esseri umani, esistono italiani e stranieri. Non esistono più parlamentari, non esistono neanche più i partiti, esistono semplicemente “berlusconiani” e “antiberlusconiani”. Il che, in tutta sincerità, appare piuttosto triste e avvilente. Triste e avvilente quanto sono le vane parole di un leader (volendosi dotare di molta immaginazione) in viaggio per il macello, dal quale i propri figli e consanguinei tentano di ottenere più spazio possibile nel testamento. Così come sono tristi e avvilenti, volendo guardare altrove, le parole del leader (sempre in un'ottica decisamente fantasiosa) del centro-sinistra, Pierluigi Bersani (PD). Perché lui è con i giovani, o più precisamente gli è accanto nel momento in cui vanno a votare, come un angelo custode, con tanto di aureola.

Beh, con la consapevolezza che “Silvio c'è”, e con Bersani vicino come il più angelico dei custodi, possiamo davvero dire: “Meno male!”... Scorre così il tempo che ci divide dal giorno in cui la nostra inqualificabile classe politica si assumerà, di fronte a tutto il paese, la responsabilità di sostenere il governo. O di decidere quale sarà il nostro futuro qualora questo non accadesse. Lo farà, presumibilmente, nell'assordante silenzio delle strade attorno a Montecitorio, perché, ora più che mai, si ritiene necessario armare un plotone di poliziotti in tenuta antisommossa per placare, o meglio censurare la voce delle migliaia di rappresentanti del paese reale pronti a ricordare il più elementare principio dello stato: Che il potere parlamentare è una delega, una concessione della popolazione e che del bene comune deve tener conto. Di più, l'interesse generale deve essere l'unica, inviolabile, ragione dell'agire parlamentare. Solo tenendo conto di questo inalienabile principio, la nostra classe politica potrà rendere agli italiani l'unica, semplice cosa che reclameranno a gran voce il 14 Dicembre, anche se forse solo ad un cordone di polizia ed ai loro concittadini. Quello di cui l'Italia ha davvero bisogno, non denaro per colmare il vuoto scavato dalla crisi, né tanto meno potere. Solo speranza.

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