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Beni confiscati, il regalo (involontario?) del Governo ai mafiosi

Tanto si è discusso del Decreto Sicurezza, ma poco (troppo poco) di una delle questioni trattate al suo interno: la gestione dei beni confiscati alla mafia, che ai tempi della mia esperienza nel Meetup dei Grilli dello Stretto invece era una questione centrale. 

Per carità, l'argomento è senza dubbio spinoso e non semplicissimo da gestire. Ma evidentemente non la pensa così il ministro Matteo Salvini che ha liquidato in poche righe del Decreto Legge un argomento così importante.

Ma andiamo con ordine: nel 1995 l'associazione Libera di Don Luigi Ciotti, raccogliendo circa un milione di firme, propose una legge di iniziativa popolare che chiedeva non solo il sequestro dei beni dei mafiosi (da un'idea di Pio La Torre del 1982), ma anche l'utilizzo a scopi sociali di tali beni. La legge venne poi approvata. Nel 2009, lo stesso Don Ciotti spiegava attraverso il blog di Beppe Grillo che un emendamento del Senato, con il benestare degli allora ministri della Giustizia (Alfano) ed dell'Interno (Maroni), proponeva di vendere i beni confiscati ai privati tramite asta pubblica.

Come però hanno denunciato molti esperti, ci sono diversi problemi pratici. Anzitutto, nessun privato ritiene affidabile acquistare un bene confiscato ai boss mafiosi, in quanto questi vengono spesso allontanati dalla paura e dall'ambiente circostante che tende a scoraggiarne l'acquisto. Ma soprattutto, aprendo l'acquisto ai privati c'è l'elevatissimo rischio che i beni già sequestrati vengano riappropriati dai mafiosi stessi tramite prestanomi. E ciò è già successo in passato. Addirittura lo stesso boss Michele Greco (il "Papa" della mafia) dal carcere auspicava attraverso i suoi legali la vendita dei propri beni confiscati, in quanto già conscio che tale metodo lo avrebbe favorito.

Meglio non hanno fatto i Governi Letta e Renzi, che hanno messo in stand-by per anni le proposte delle varie associazioni che chiedevano una legge che garantisse maggiore trasparenza per l'assegnazione e la gestione dei beni.

E arriviamo ai giorni nostri: a proporre nuovamente la vendita all'asta dei beni confiscati è il ministro Salvini, alleato al Governo con il partito fondato da Beppe Grillo (ormai è superfluo definirlo ancora movimento). Il Decreto Salvini, contenente tale passaggio, è stato recentemente approvato in Parlamento il 24 settembre anche grazie al voto dei 5 Stelle.

Anche il pm Catello Maresca, intervistato dal Fatto Quotidiano, è critico sul DL: “Sul versante della lotta alla mafia manca tutto. Manca totalmente una strategia. Ci sono solo poche disposizioni per migliorare il funzionamento dell’Agenzia per i beni confiscati. Ma anche qui sembra mancare ancora una volta un disegno organico sulla loro destinazione. È inutile scrivere che l’Agenzia potrà vendere i beni, perché dopo anni di processo (con la rovina degli immobili) sarà difficile trovare acquirenti a prezzi di mercato. Serve un profondo intervento del Parlamento. Ma la strada del decreto legge non aiuta”.

Tutto questo mentre ancora non è stata neppure istituita la Commissione Parlamentare Antimafia, dopo ormai 5 mesi dalla nascita del Governo.

La speranza è che sia un errore in buona fede, per quanto si potrebbe evidenziare l'ennesima incoerenza del Movimento 5 Stelle, delle quali ormai si è perso il conto. Ad esempio, i contenuti del Decreto Legge si contrapporrebbero con un punto del programma Giustizia del Movimento 5 Stelle (pagina 16): “Depenalizzazione del reato di ingresso e soggiorno illegale in Italia: coerentemente con quanto deciso in una votazione degli iscritti al M5S, riteniamo che il reato di immigrazione clandestina, sia una norma inutile e dannosa perché non scoraggia l'arrivo di immigrati irregolari, non facilita (anzi complica) il procedimento di espulsione e comporta un considerevole spreco di risorse economiche ed umane. [...] E' in sostanza, una norma solamente demagogica che è servita per la propaganda partitica per sostenere - a parole - che si contrasta l'immigrazione clandestina ed avversata da magistrati, avvocati ed operatori della sicurezza”.

C'è però un'altro fatto da segnalare. Pochi giorni dopo l'approvazione del Decreto Legge, gli account di Matteo Salvini hanno condiviso un video in cui un cittadino di Riace criticava aspramente Mimmo Lucano. Non ci sarebbe nulla di strano, se non fosse che non si tratta di un qualsivoglia cittadino, bensì di tale Pietro Antonio Zucco, ex vicesindaco di Riace, oggi iscritto a Noi Con Salvini e - cosa più grave - già stato arrestato con l'accusa di essere il prestanome di Cosimo Leuzzi (boss della ndrangheta locale, oggi al 41 bis) e di Vincenzo Simonetti (affiliato alla cosca Ruga-Metastasio), risultando lo stesso Zucco gestore rispettivamente del ristorante "La scogliera" e della tenuta "La cava di Stilo".

Ovviamente da cittadino voglio sperare che si tratti di una coincidenza e che tali fatti non siano in alcun modo collegati al Decreto Sicurezza. Ritengo tuttavia che - vista l'importante carica istituzionale coperta da Salvini, nonché la memoria delle vittime di mafia - siano necessari dei chiarimenti.

E stupisce anche che le opposizioni non abbiano ancora presentato un'interrogazione parlamentare sull'argomento. Probabilmente perché in fondo la politica di Salvini (in primis sull'immigrazione) rappresenta la naturale evoluzione di quella del PD (vedi il Decreto Minniti e gli accordi assassini con la Libia).

 

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