Il bailout, ossia la procedura di salvataggio dei Paesi in crisi, non è un'esclusiva del Vecchio continente. La scorsa settimana il governo del Sudafrica ha annunciato un prestito di 2,4 miliardi di rand (355 milioni di dollari) da destinare al vicino regno dello Swaziland, ormai sull'orlo della bancarotta e già abbandonato da altri possibili finanziatori, tra cui la Banca Africana per lo Sviluppo e il FMI. Il prestito verrà offerto in tre rate, a partire da questo mese.
Sconosciuto ai più, lo Swaziland è una monarchia assoluta (l'ultima rimasta in Africa) quasi completamente circondata dal Sudafrica. Da mesi attraversa una profonda crisi economica. Il crollo delle riserve detenute dalla Banca centrale e le manifestazioni di piazza da aprile in poi evidenziano tutte le difficoltà del Paese. Finora lo Stato è riuscito a pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici, ma l'erario è sempre più a corto di liquidi.
Nonostante ciò, il re Mswati III si è mostrato riluttante nel tagliare le spese e improntate altre misure per la riduzione del deficit di bilancio. Quest'ultimo mantiene un stile di vita opulento, a fronte di una comunità che in gran parte vive con l'equivalente di 60 centesimi di dollaro al giorno, sebbene il reddito pro capite ufficiale sia più alto della media continentale. In altri termini, il sovrano non vuole che il risanamento dei conti pubblici intacchi lo sfarzo della sua corte, come nella Francia prerivoluzionaria. Poi ci sono gli stipendi pubblici, con una massa salariale oggi rappresenta oltre il 15% del PIL e il 55% del totale della spesa pubblica, tra i livelli più alti di tutta l'Africa. Infine c'è la caduta del commercio estero, che ha ridotto le entrate dello Swaziland del 60%. I dazi doganali provenienti dall'Unione Doganale dell'Africa Australe (SACU) rappresentano infatti il 70% degli introiti statali.
Nel decennio appena concluso la crescita economica nello Swaziland è stata inferiore rispetto a quella dei suoi vicini. Dal 2001 l'aumento reale del PIL è stato in media del 2,8%, quasi 2 punti percentuali in meno rispetto alla crescita dei Paesi SACU. Le ragioni sono molteplici. Innanzitutto, sebbene l'economia sia diversificata (13% agricoltura, 37% industria, 50% servizi), la forza lavoro soffre di un forte squilibrio nella distribuzione tra i settori, con il comparto primario che impiega ben il 75% della popolazione attiva. Una massa che risente di tutti gli svantaggi della dipendenza dalle coltivazioni: siccità, bassa produttività del suolo, scarsi investimenti. Inoltre, lo Swaziland è prostrato dalla piaga dell'AIDS: il 26% degli adulti e quasi il 40% dei nascituri è sieropositivo, e le misure adottate dal sovrano non sembrano sufficienti a contenere il dilagare della pandemia.
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