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Alla riscoperta dell’“Esercito del lavoro” di Ernesto Rossi, non solo per i migranti

“Il lavoro è anche il fattore principale di autostima, necessario a strutturare la vita delle persone e a dotarle di un ruolo sociale”. Così Henning Meyer, docente presso la London School of Economics and Political Science, in un intervista rilasciata recentemente alla “Lettura” del Corriere della Sera.

Niente reddito di cittadinanza, dunque, pur sollecitato anche da liberisti come Milton Friedman; piuttosto “programmi di garanzia dell’occupazione […] per mantenere le persone attive e capaci di utilizzare le loro competenze”. I governi, così, a fronte della probabilmente crescente disoccupazione tecnologica, si trasformerebbero in “datori di lavoro di ultima istanza”.

 “Programmi di lavori su scala nazionale” caldeggiava, fin dai primi anni Cinquanta, un altro liberista, il nostrano Ernesto Rossi. Ancora prima aveva vagheggiato, in un saggio apparso in “Abolire la miseria” del 1946, di un “Esercito del lavoro” (saggio riscoperto anche da Franco Corleone sul quotidiano comunista Il Manifesto e meritoriamente ripubblicato da Gianmarco Pondrano Altavilla nella recentissima silloge di scritti rossiani, “In difesa della governante di Calamandrei. Ernesto Rossi, mercato del lavoro e libertà”, IBL Libri).

Erano tempi, quelli a cavallo tra anni Quaranta e Cinquanta, caratterizzati dalla linea De Gasperi-Einaudi-Pella, fatta di stabilità monetaria, guerra all’inflazione e risanamento del bilancio statale. La lotta alla disoccupazione non era di certo un assillo costante dei governi di allora. Rossi, invece, pur diffidente nei confronti del piano Beveridge e dei salari minimi imposti per legge, si prefiggeva per l’appunto nientepopodimeno di “abolire la miseria”.

“Per attuare una seria politica in aiuto dei disoccupati - teorizzava Rossi - ed impiegare il maggior numero di braccia oggi inerti in opere veramente produttive, occorrerebbe preparare programmi di lavori su scala nazionale […]. Si dovrebbe dare la preferenza alle opere di rimboschimento, di irrigazione, di strade, di bonifiche, che, a parità di spesa, possano impiegare il maggior numero di braccia, e possano essere compiute con la maggiore percentuale di mano d’opera non qualificata. […]. Nell’esercito del lavoro dovrebbero essere ammessi tutti coloro che si impegnassero ad accettarne la disciplina militare per un periodo minimo di tempo (mettiamo di un anno) alle condizioni stabilite nei bandi di arruolamento, consentendo ad essere trasferiti dovunque fosse necessario mandarli. Ogni lavoratore arruolato dovrebbe ricevere vitto, alloggio, vestiario ed una piccola somma in denaro per le minute spese […]. Una volta che il sistema fosse entrato in piena efficienza, i sussidi di disoccupazione dovrebbero essere riservati soltanto agli invalidi ed agli altri lavoratori che, per qualsiasi ragione seriamente accertata, non potessero lavorare, od ai quali il governo non riuscisse ad offrire l’alternativa dell’arruolamento".

Recentemente la Ministra della Difesa Pinotti ha parlato della necessità di istituire un servizio civile obbligatorio "per utilizzare i giovani in ambiti di sicurezza sociale".

Abbiamo poi il dovere morale di accogliere i migranti che approdano sulle nostre coste, in fuga da regimi dispotici e dalla fame (e di superare così l’ipocrita distinzione tra rifugiati e migranti economici).

I nostri dissestati conti pubblici non ci permettono di svolgere le più elementari azioni di manutenzione delle opere pubbliche: basta un acquazzone e i fiumi esondano; i manti stradali di molte delle nostre città sono groviere; la capitale è sepolta dall’immondizia.

Come ha ricordato recentemente Federico Fubini, i numeri dell’agenzia europea Eurostat ci dicono che i migranti e rifugiati in Italia rispetto a quelli negli altri Paesi “sono sempre meno qualificati, meno istruiti e meno produttivi, mentre nel resto dell’Unione europea è in corso una trasformazione in direzione opposta”.

Perché allora non rilanciare la proposta dello scorporo delle spese per investimenti pubblici dalle regole europee circa i disavanzi pubblici e non inserire i migranti e i giovani disoccupati italiani in corsi di formazione, impiegandoli in quelle "opere di rimboschimento, di irrigazione, di strade, di bonifiche", sopra richiamate?

Allo Stato italiano il dovere di garantire standard minimi di qualità della vita a tutti coloro che si trovino sul territorio nazionale; a questi ultimi, italiani o stranieri che siano, il dovere, quando impossibilitati a partecipare al costo di quegli standard, di sdebitarsi e l’opportunità, tramite il lavoro, di guadagnare in dignità e autostima.

 

 

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