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Alla Ferriera di Trieste inquinamento peggiore che all’Ilva

Parte da un'inchiesta de Il Fatto Quotidiano la denuncia degli sversamenti nella Ferriera di Trieste. Catrame accumulato sul suolo senza alcuna protezione, nel momento in cui la produzione supera la domanda e il serbatoio atto a mantenerne le scorte è pieno.

Dodici minuti per spiegare in un video come il catrame viene sversato dalla Lucchini Spa direttamente in un deposito a cielo aperto, il parco fossile. A testimoniarlo, diversi operai che hanno filmato il tutto: un lavoro sistematico, ma probabilmente anche pericoloso. E non solo per l'operaio, a rischio ustioni e intossicazione.

Il funzionario Arpa interpellato da Il Fatto Quotidiano avrebbe subito chiesto l'intervento della procura. La ragione la spiega lui stesso: "Son svasamenti sul terreno che potrebbero dar luogo a contaminazioni del terreno stesso". La questione è complessa, per due ordini di ragione: la prima è la mancanza di una mappatura completa e accessibile delle falde acquifere; la seconda è la natura composita del catrame, e la conseguente difficoltà nel reperire dati che incrociati comprovino l'avvenuta contaminazione. La Iesi (Italiana Energia e Servizi Spa) nel 2010 forniva una accurata scheda sulla trattazione sicura del bitume. L'avvertimento è chiaro: "Evitare che il prodotto finisca nelle fognature, nei fiumi o in altri corpi d'acqua". Il bitume, però - ci avverte preventivamente Wikipedia - non è il catrame. C'è però poco da essere sollevati.

A spiegare il perché a noi ignoranti di materiali è Tiziano Menduto su PuntoSicuro: "Il bitume, malgrado l’aspetto simile, è cosa ben diversa dal catrame; quest’ultimo, non usato in Italia e ottenuto per distillazione distruttiva del carbon fossile, contiene circa il 90% di IPA". Gli IPA non sono altro che gli idrocarburi policiclici aromatici, presenti naturalmente nel carbon fossile e nel petrolio.

I problemi che solleva la contaminazione da parte di questi materiali sono sostanzialmente due. Il primo è la loro presenza nella lista dell'International Agency for Search on Cancer (Iarc) riguardante le sostanze cancerogene certe, possibili o probabili. Certo, il catrame non è volatile come le polveri sollevate dall'Ilva, ma se finisse in qualche falda acquifera, la questione potrebbe essere problematica. Al di là della sua natura cancerogena, la presenza di acqua potrebbe comunque essere causa di un secondo problema: la contaminazione di risorse idriche potabili. Questa sembra essere almeno la segnalazione dalla USB quando qualche giorno fa denunciava come la pioggia spingesse il catrame dell'Ilva giù nei tombini delle fognature pubbliche.

Di certo ad oggi c'è solo il report di Federambiente: Riqualificazione di aree urbane degradate e bonifica dei siti contaminati. Tra i siti di interesse nazionale ritroviamo proprio Trieste (p.50): Federambiente vi segnala infatti la presenza di oli minerali, idrocarburi, metalli pesanti, prospettando un intervento di bonifica dell'area del porto industriale, considerato il primo responsabile di tale inquinamento.

Una città a rischio, dunque, come dimostrano le polemiche nate attorno alla possibilità di costruirvi un nuovo gassificatore, mentre già è iniziata la guerra con Italcementi per ulteriori questioni di inquinamento ambientale. L'aspetto che dovrebbe dar da pensare lo troviamo però di nuovo nel testo di Federambiente, ed è la presenza nella lista dei siti di località come Taranto (p. 41), interessata dalle note vicende sull'acciaieria dell'Ilva, ma anche Piombino, in cui si trova un altro importante centro siderurgico (p. 42). Le sostanze presenti a Piombino? Polveri, IPA, benzene, ossidi di zolfo e azoto. Le imprese? Lucchini, Arcelor Mittal e Tenaris Dalmine. Come dire che "a volte ritornano".

 

Foto: Tiesse/Wikimedia

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