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Afghanistan: la guerra delle donne

Il grado di civilizzazione di un paese si misura anche in base al trattamento che riserva alle proprie donne.
Dall’ottobre 2001, anno in cui inizia l’invasione statunitense dell’Afghanistan in risposta all’attacco dell’11 settembre, com’è cambiata la loro condizione?

RAWA è un’organizzazione politica indipendente nata nel 1977 che si propone di battersi per il riconoscimento dei diritti delle donne: messa fuori legge dal regime talebano oggi non può aprire i propri uffici a Kabul e non può distribuire apertamente il suo giornale, Paya-e-Zan (Il Messaggio delle Donne).

Nel 2001 Colin Powel, il segretario di stato americano, aveva dichiarato: ’’I diritti delle donne in Afghanistan non sono negoziabili’’, oggi sembra che le cose non siano migliorate.

A Kabul qualche segnale incoraggiante c’era stato solo dopo la nomina di Karzai alla guida del paese, ma anche oggi la necessità del governo nazionale di mediare con le varie tribù locali non permette l’inizio di una vera e propria emancipazione femminile e le misure iniziali di sostegno alla causa sono sembrate un’opera di facciata per accontentare le superficiali richieste dell’opinione pubblica americana ed inglese.

Shaima Saeed, attivista di RAWA, lamenta l’impossibilità a Kabul per le donne di trovare lavoro, anche all’interno di uffici governativi, o l’impossibilità di studiare a causa della mancanza di libri o addirittura delle sedie nelle aule.

La situazione peggiora se ci si sposta a pochi chilometri dalla capitale: ad Herat è proibito lavorare per le Organizzazioni non governative (Ong) o per i distaccamenti delle Nazioni Unite; le donne non possono prendere un taxi o fare una passeggiata se non sono accompagnate da membri uomini della loro famiglia allargata.

Se sono viste per strada in compagnia di uomini coi quali non hanno un rapporto di parentela possono essere arrestate dalla ’polizia speciale’, e sono costrette a sottoporsi ad una visita medica in ospedale per accertare che non abbiano avuto di recente dei rapporti sessuali.

Una responsabile di una Ong ha riferito che durante il periodo talebano se una donna circolava mostrando le caviglie veniva frustata, oggi viene stuprata.



Sotto l’aspetto militare neanche Kabul è sicura, visto gli attacchi terroristici degli ultimi mesi, e tanto meno sicura è la vita delle donne se si pensa che comunque continuano ad indossare il burqa e vengono denigrate nel caso in cui non indossano la hijab (il velo).

La forza militare messa in campo dai paesi occidentali non hanno dato grossi frutti in termini di miglioramento delle condizioni di vita della poppolazione civile, tanto è vero che la capacità riorganizzativa delle forze talebani potrebbe richiedere da quì a qualche mese l’invio di nuove truppe - come ha fatto capire espressamente l’amministrazione Obama annunciando a breve un forte ridimensionamento dell’impegno in Iraq ed avere più uomini sul fronte delle lotta ai talebani.

Il silenzio mediatico non favorisce una presa di coscienza del problema e la segretezza delle operazioni militari non assicura una corretta informazione.

L’impegno delle organizzazioni occidentali si perde all’interno della vasta estensione del paese ed ogni tentativo di normalizzazione non trova un impegno massiccio delle energie sociali, ancora retrogade e legate a concezioni medioevali del trattamento delle donne, le quali tendono ad essere mantenute in uno stato di completo analfabetismo.

Sono troppi quelli che vedono il burqa come espressione di una cultura che non capiamo e se ne fanno una ragione, sono in pochi tuttavia quelli che invece vedono il dolore di tutte quante quelle donne costrette a subire costantemente abusi e violenze, nascoste da quell’abito che le priva di ogni contatto con l’esterno.

In secoli di storia nessun esercito invasore è riuscito a vincere in quelle terre, da quello inglese prima a quello sovietico poi, e se l’amministrazione americana non capisce che la repressione militare non fa altro che rafforzare i regimi, se non accompagnata da una vera svolta culturale, allora resta solo la tenacia di donne come Shaima a rappresentare la speranza di un cambiamento.

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