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Accordo Usa e Arabia Saudita per spegnere la rivoluzione araba

Gli Usa chiudono un occhio sull'invasione saudita in Bahrein e i sauditi fanno altrettanto sui missili lanciati da Washington su Tripoli. Gli ambigui legami tra americani e sauditi e il tentativo dei primi di ridimensionare i secondi. La storica amicizia (di comodo) tra i due Paesi regge il destino delle rivolte mediorientali.

Stati Uniti e Arabia Saudita sono alleati storici, ma i rapporti tra loro sono meno rosei di quanto sembrano. Non solo perché il popolo americano non ha mai perdonato i sauditi per l'11 settembre1.

L'ambigua amicizia tra i due Paesi presenta molte incrinature, e sebbene le rispettive agende internazionali paiono concordi per quanto riguarda i grandi temi (soprattutto sulla necessità di fermare il programma nucleare iraniano), non manca una reciproca diffidenza di fondo.

Eppure il legame conviene ad entrambi, soprattutto ora che il Medio Oriente è in agitazione.

La calma apparente in Bahrein, invaso (o “diversamente aiutato”) dalle truppe saudite ha dato carta bianca agli Stati Uniti sull'intervento in Libia. L'uno sta tenendo in piedi i regimi del Golfo come l'altro ha impedito un'ecatombe a Bengasi.

Il punto è che la concomitanza dei due fatti non è frutto di una congiunzione astrale bensì di un preciso accordo tra i due Paesi. Fonti diplomatiche, infatti, hanno confermato che Washington, tramite il Segretario di Stato Hillary Clinton, ha dato il via libera all'Arabia Saudita sull'arcipelago per garantirsi il beneplacito della Lega Araba sull'operazione Odissey Dawn2.

Non è un caso se sul dramma del Bahrein è calato il silenzio assordante dei media statunitensi e in generale dell'Occidente. Solo Al Jazeera continua a documentare le vicende nell'arcipelago, suddivise tra proteste e repressione.

La scorsa settimana, il sottobosco della politica americana ha registrato una vivace polemica, innescata dall'iniziativa del Pentagono di addestrare gli aspiranti piloti sauditi negli Stati Uniti. Secondo la proposta della Air Force, un gruppo di reclute della Royal Saudi Air Force sarebbe addestrato nella base di Mountain Home, una cittadina di 15000 abitanti nello Stato dell'Idaho, a partire dal 2014 e fino al 2019, con la possibilità di un prolungamento dell'impegno. L'accordo risalirebbe allo scorso autunno, quando gli Usa conclusero con l'Arabia Saudita un contratto di forniture belliche da 60 miliardi di dollari3.

Va bene, si obietterà, è passato ormai un decennio dall'11 settembre 2001, quando un pilota saudita addestrato negli Stati Uniti dirottò un Boeing 757 di linea sul Pentagono, uccidendo oltre 180 persone. Ma oggi, con il Medio Oriente in ebollizione e a pochi giorni dall'arresto di uno studente (saudita) trovato in possesso di una bomba4, sono in molti a storcere il naso davanti all'idea del Pentagono.

Curioso che tra i sostenitori dell'iniziativa vi siano tre politici repubblicani, il deputato Mike Simpson e i senatori Jim Risch e Mike Crapo. I quali hanno in comune due cose. La prima è che lo scorso anno furono alcuni dei più strenui oppositori alla costruzione della moschea a Ground Zero5. L'altra è che, guarda caso, vengono tutti e tre dall'Idaho.

Come mai questa doppia presa di posizione?

La base di Moutain Home fu inaugurata nell'agosto del 1943. Oggi ospita 4000 piloti più altri 900 civili. La sua presenza garantisce un giro di affati di un miliardo di dollari l'anno per l'economia locale. Dal 2005 però, la base è andata incontro ad un progressivo ridimensionamento. Si era parlato di rinnovarla dotandola dei nuovi aerei F-22 e F-35, ma le casse federali languono e non c'è stato modo di provvedere6.

E qui entrano in gioco i sauditi, i quali si farebbero carico di investimenti fino a mezzo miliardo di dollari per la costruzione delle infrastrutture necessarie ad ospitare i propri militari, oltre ad un ulteriore impegno finanziario per favorire l'ammodernamento della postazione.

Il Pentagono, insomma, dopo aver appaltato la guerra in Afghanistan alle compagnie di contractors (tra cui la XE Services, ex Blackwater7) ora sopperisce alla mancanza di fondi appaltando anche il potenziamento delle proprie infrastrutture strategiche.

In realtà, da anni Washington sia delusa da Ryadh. Non solo per il ricordo dell'11 settembre. Se c'è una cosa che gli americani non potranno mai tollerare è l'idea di dipendere da qualcuno. Essendo un paese tossicodipendente dal petrolio, non è difficile capire chi c'è all'altro capo di questo legame di dipendenza.

Nel 2000, secondo le proiezioni sull'aumento della domanda di petrolio, entro il 2020 il fabbisogno americano di oro nero sarebbe passato da 5,4 a quasi 10 milioni di barili al giorno. Per la metà forniti dall'Arabia Saudita. La quale ancora nel 2003 produceva meno di 9 milioni di b/g, con altri 2 milioni di capacità di riserva. Per stare al passo con la domanda Usa, Ryadh avrebbe dovuto effettuare potenziare la sua produzione fino al livello di 14 milioni b/g, ma la Casa di Saud non ha fatto nulla per adeguarsi. Un po' per un'endemica scarsa propensione agli investimenti, un po' per non lasciare la gestione alle compagnie americane, che dispongono del know how necessario.

Già al tempo dell'amministrazione Bush, l'America sapeva che l'Arabia Saudita non sarebbe stata in grado di garantirle i 10 milioni di barili agognati. Era necessario un piano B per indurre i sauditi a portare la produzione al massimo della capacità, sfruttando i 2 milioni di barili di riserva.

Fu così che il presidente decise di invadere l'Iraq.

Prendendo possesso del petrolio di Saddam, l'idea degli americani era portare la produzione al massimo per abbassarne il prezzo. A quel punto i sauditi, per mantenere inalterati i propri margini di profitto, avrebbero dovuto immettere sul mercato il proprio eccesso di capacità. L'occasione propizia si presentò pochi giorni l'annuncio dell'Iraq di voler quotare il proprio petrolio in euro e non più in dollari, mossa che avrebbe causato un ulteriore deprezzamento del biglietto verde sui mercati valutari.

Il petrolio non era l'obiettivo della campagna d'Iraq, ma lo strumento. Bush non voleva cambiare il Medio oriente per il petrolio, ma con il petrolio. Ma il tentativo di Bush di riequilibrare i rapporti con la Casa di Saud, come sappiamo, si rivelò un boomerang per gli Usa: Iraq nel caos e petrolio alle stelle.

Se analizziamo i dossier più scottanti della geopolitica degli Usa, partendo proprio dalla guerra in Iraq per arrivare alle rivolte mediorientali, notiamo che tutte le posizioni assunte dal Dipartimento di Stato di Washington assumono un'intima coerenza se esaminate dal punto di vista di Ryadh. A cominciare dalla doppia morale dello zio Sam, che considera la democrazia cosa buona e giusta quando si tratta di Tunisia o Egitto, mentre non fa nulla per incoraggiarla nella penisola arabica, lasciando anzi che sia repressa nell'indifferenza dei media occidentali.

L'Arabia Saudita è stella polare intorno alla quale ruota la politica estera americana. E Ryadh lo sa. Per questo la Casa di Saud può permettersi di reprimere la manifestazione pro democrazia in Bahrain, che considera la sua peggiore minaccia esistenziale, certa che a Washington nessuno muoverà un dito. In cambio, la monarchia saudita ha concesso un formale appoggio (peraltro ora non più così solido come due settimane fa) alla missione dell'Occidente in difesa dei civili in Libia.

In altre parole, l'imperialismo repressivo di Ryadh si incastra alla perfezione con quello “umanitario” di Washington, in una sorte di controrivoluzione che mira a smorzare gli entusiasmi iniziali delle rivolte arabe.

Moltiplicando per mille l'ipocrisia dell'amministrazione Obama.

 

1Ne abbiamo avuto la prova lo scorso anno, quando i musulmani moderati hanno annunciato un piano per realizzare una moschea a Ground Zero. Progetto che ha alzato una tempesta tra i politici repubblicani, i neocon, e i fondamentalisti cristiani. Nonché tra molti dei familiari delle vittime dell'11 settembre, pronti a definire l'iniziativa "un insulto alla memoria di coloro che sono stati uccisi. Si veda: http://www.911familiesforamerica.org/?p=3993

4http://www.nytimes.com/2011/02/26/us/26texas.html

La vicenda ha fatto esplodere una feroce polemica sul fallimento della politica d'immigrazione degli Usa, capeggiata dal repubblicano del Texas Lamar Smith, capo della Commissione Giustizia del Congresso. Si veda: http://judiciary.house.gov/news/2011/feb/110224TerrorPlot.html

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