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di Fabio Della Pergola lunedì 3 giugno 2013 - 6 commenti oknotizie
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Abolito (?) il finanziamento pubblico ai partiti

Approvata la proposta di abolizione del finanziamento pubblico dei partiti.

La prima ad avere dei dubbi e a smarcarsi, già durante la riunione del Consiglio dei Ministri, pare che sia stata Emma Bonino che se ne sarebbe uscita con uno stizzito “fatemi capire” davanti alle incongruenze della proposta Quagliarello-Franceschini. Aggiungendo poi che secondo lei il “decreto legge è inadeguato”.

Eufemismo per dire che è un palese pateracchio che fa uscire il finanziamento pubblico dalla porta per farlo rientrare dalla finestra. Sulla stessa lunghezza d’onda il segretario dei radicali italiani, Mario Staderini:“Non è una abolizione del finanziamento pubblico bensì una modalità diversa, apparentemente meno scandalosa, di continuare a mantenere gli apparati di partito con le tasse degli italiani e a tradire il referendum radicale del 1993”.

 La proposta inoltre è “ancor più scandalosa se si sceglierà il modello truffaldino dell’otto per mille, quello per cui anche le quote di chi non esprime una scelta finiranno ai partiti”. Esattamente il comma 2 dell'art. 4 del DDL su cui la Bonino aveva espresso la sua contrarietà.

E’ il meccanismo per cui anche i soldi di chi non ha effettuato una opzione precisa vengono ripartiti, in modo proporzionale alle scelte effettivamente espresse, fra i vari destinatari (Stato, Chiesa cattolica e un certo numero di altre confessioni religiose). Dal momento che tradizionalmente quasi il 60% dei contribuenti non esplicitano la loro scelta, Stato e Chiesa cattolica si dividono la gran parte dei proventi “silenti” dell’otto per mille.

Che se li prenda lo Stato in fondo ha una sua logica perché qualsiasi contribuente italiano utilizza i servizi dello stato (istruzione, sanità, giustizia eccetera), ma che quei soldi vadano anche alle confessioni religiose - cioè a istituzioni private di comunità fideistiche - non solo non ha alcun senso, ma è al contrario un vistosa forzatura visto che alle chiese vengono così devoluti anche di soldi di chi magari è un ateo convinto, ma ignaro dei meccanismi perversi della legge. Tanto più se si tiene conto che del miliardo di euro abbondante intascato dalla Chiesa cattolica solo il 20% viene destinato a “interventi caritatevoli”; il resto, nonostante gli spot lacrimevoli trasmessi in tv, è banale sostentamento dell’istituzione ecclesiastica (cioè trippa per gatti).

Contrario alla proposta avanzata dalla strana coppia PD-PDL, ovviamente (e con la solita verve), il M5S (che minaccia "proteste "clamorose") a cui i Radicali propongono un pezzo di strada insieme con l’adesione al loro referendum abrogativo dove si legge ”che i partiti siano finanziati per la forza delle loro idee, e non in forza del loro potere”.

Si dice che questo sia pericoloso per la democrazia, ma un senatore a Cinquestelle, il preparato Nicola Morra, apparso in televisione (siamo finalmente al 'nuovo corso' comunicativo dei Cinquestelle) a dibattere con lo storico tesoriere del PD (decisamente in difficoltà) Ugo Sposetti, ci ricorda che fino al 1974 il finanziamento pubblico ai partiti non c’era, ma la democrazia esisteva lo stesso.

Indiscutibile, per quanto si sia curiosamente “dimenticato” che a quell’epoca, in piena guerra fredda, i contributi ai partiti arrivavano copiosi dall’estero da una parte e dall’altra della cortina di ferro. Sotto varie forme generalmente ben poco pulite. Il che la dice lunga su quello che potrebbe accadere.

Insomma, la politica va finanziata? E, se sì, come la si finanzia riuscendo ad evitare che i ladruncoli alla Lusi, Fiorito, Belsito eccetera se la svignino con il malloppo? O, cosa ancora più grave, che i finanziamenti pubblici lievitino come la torta di Nonna Papera come è successo alla Regione Lazio (da uno a quattordici milioni di euro nel giro di due anni) senza che nessuno - tranne i Radicali (poi "casualmente" fatti fuori dalle liste PD a guida Zingaretti) - abbia niente da ridire?

Sconsigliabile (causa tilt del traffico) rendere i soldi ai cittadini come fece Marco Pannella nell’ottobre 1997 a colpi di biglietti da 10mila lire a chiunque fosse passato di lì.

E sconsigliabile anche arrivare alla sconfortante demenzialità di dover rendicontare anche gli scontrini del bar (la cui perdita ha contrassegnato l’esilarante psicodramma di Roberta Lombardi in fase ossessivo maniacale), ma di sicuro i costi della politica dovranno pur essere regolamentati e controllati in modo serio, con controllori terzi e bilanci certificati; sia che i finanziamenti restino pubblici sia che diventino esclusivamente privati.

Resta il dubbio che la politica italiana rischi di tramutarsi, molto più di quanto già non sia, in un patrimonio esclusivo di populisti capaci di larghi consensi di massa (ma di poca o nulla capacità/volontà di riflessione e approfondimento culturale) e di affaristi miliardari dagli interessi assai equivoci; gente che solitamente affronta i problemi con l'accetta. E a rimetterci le penne potrebbe essere il paese di chi non ama né i populismi né i miliardari; cioè di chi, al contrario di questi, ritiene indispensabile approfondire con coscienza le mille sfumature necessarie per affrontare l'enorme complessità delle società moderne (e lo stesso discorso vale per i contributi pubblici all'editoria su cui si sono consumate grosse truffe e molti sperperi, ma che non sono, per gli stessi motivi, un'aberrazione concettuale).

In pericolo perciò potrebbe finirci la democrazia reale. Non è un caso se in quasi tutta la democratica Europa vige una qualche forma di rimborso pubblico alle formazioni politiche. Rassegnamoci alla italica, rissosa insipienza e andiamo, se non a copiare, almeno a leggerci la migliore.

 



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