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Morte di Abdesselem El Danaf: sabato 17 settembre la manifestazione a Piacenza

Ci sono tanti modi di uccidere un uomo, diceva Brecht. Lo si può lasciar morire di fame, lo si può sfinire di lavoro, gli si possono negare le cure. Nessuno di questi è illegale nel nostro Stato. Anzi, accadono ogni giorno. Soprattutto da quando con la crisi del 2008 è quadruplicata la percentuale di lavoratori sotto la soglia della povertà assoluta (e ancor di più tra i disoccupati), come rivelano i dati ISTAT. O da quando tra aumento dell'età pensionabile, ritmi di lavoro sempre più intensi e sicurezza sempre più trascurata, il rischio di lasciarci la pelle sul posto di lavoro si fa sempre più alto, come testimoniano i dati INAIL.

O ancora da quando le cure mediche si fanno sempre più difficili e costose grazie ai tagli nella sanità, come segnala anche la riduzione dell'aspettativa di vita nel 2015 rispetto al 2014. E andrebbero forse aggiunte tutte quelle persone a cui è negata la libertà di transito e che muoiono ormai da anni in migliaia nel Mediterraneo e non solo.

Quando si parla di questo bollettino, raramente si parla però della guerra che sottende. Chi lavora, o chi cerca lavoro, di questa guerra ne ha sentore. Chi ogni giorno lotta per difenderli gli interessi di chi lavora, la percepisce. Ad averne però una chiara coscienza forse sono ancora in pochi. Con la morte di Abdesselem El Danaf, ieri, davanti ai magazzini GLS di Piacenza mentre scioperava per far rispettare i propri diritti e difendeva con un picchetto lo sciopero, questa consapevolezza deve diffondersi e farsi coscienza comune.
Perché questo non è semplicemente un altro episodio di questa comune tragedia. Non perché sia più tragico degli altri, più commovente o doloroso. Ma perché qui a essere stato ucciso - deliberatamente, tanto che non si può non parlare di omicidio -, è qualcuno che stava lottando per interromperla, questa tragedia. Qualcuno che lottava per smettere di morire ogni giorno spezzandosi la schiena nel posto di lavoro. 
 
Bisogna forse tornare agli '70 per trovare un precedente, un altro lavoratore o lavoratrice ucciso mentre lottava per i propri diritti. Dopo più di trent'anni, nell'epoca della "flessibilità", nome nuovo ed edulcorato con cui si esprime la sottomissione totale del lavoratore ai diktat del padrone che ormai è liberissimo di scegliere come assumerlo, se e quando licenziarlo, di affibbiargli qualsiasi mansione e addirittura di controllarlo a distanza grazie alla legge Fornero, al decreto Poletti e al Jobs Act; nell'epoca della flessibilità, dell'industria "4.0" come piace chiamarla a Renzi e Confindustria, non solo è tornata la moda ottocentesca di lavorare anche per 10-12 ore, come nei magazzini della logistica, ma anche quella ad essa contemporanea di ammazzare chi protesta.
Perché la contraddizione è ancora lì, limpida e pulsante: c'è chi il lavoro altrui lo usa e su di questo costruisce imperi economici e chi invece è costretto a vendere il proprio sempre più al ribasso, vista la disoccupazione dilagante. E così, mentre le diseguaglianze crescono sempre di più, siamo al paradosso che mentre un 1% si gode i frutti di una società sempre più opulenta e produttiva, il restante 99% o si ammazza di lavoro o muore perché il lavoro non ce l'ha. E dalla contraddizione nascono inevitabilmente i contrasti.
 
Così la crisi non ha portato con sé soltanto tragedie e sacrifici, ma anche un ciclo di lotte operaie che ieri ha fatto la sua prima vittima. Un ciclo la cui punta più avanzata è rappresentata probabilmente dal settore della logistica. Un settore che si distingue(va) per condizioni di sfruttamento intollerabili, salari da fame e una sfacciata arroganza padronale sfogata contro una manodopera per lo più straniera e quindi più ricattabile. O così si credeva, perché è da anni che la situazione si è ribaltata e grazie alle lotte davanti e dentro i magazzini si è passati dalla violazione sistematica dei diritti minimi tutelati dal CCNL a piattaforme rivendicative che addirittura strappano aumenti salariali e riduzioni di orario di lavoro, come quella avanzata da Si Cobas e Adl Cobas, i sindacati maggiormente protagonisti. E di fronte a un tale ribaltamento, gli animi di chi per anni è stato abituato a spadroneggiare non potevano non scaldarsi. Per questo noi stessi siamo stati testimoni di momenti di forti tensioni, di incidenti, di scontri, davanti a quei magazzini. Uno su tutti, quello che fece scatenare le ire di decine di lavoratori aizzati dall'azienda contro i propri colleghi in sciopero davanti all'SDA di Roma, che mandò 4 facchini in ospedale in condizioni gravi. Quell'episodio fu tra l'altro giustificato e coperto dalla CGIL, a cui molti degli aggressori erano iscritti e fu un'ulteriore testimonianza del livello di corruzione e opportunismo raggiunto da questo sindacato in un settore in cui spesso operano cooperative a esso vicine e per questo difese.
 
Tutto questo difficilmente è mai salito agli onori delle cronache. Quando gli operai riescono a fare breccia nel circuito mediatico è perché siano presentati come vittime; se si racconta dei problemi di chi lavora è perché suscitino al massimo un po' di pietà, molto difficilmente perché esca fuori il coraggio e la dignità di chi ha alzato la testa: non sia mai che possa venir preso a esempio! Ma di fronte a un morto, giornali e telegiornali per una volta non potevano tacere. Sono riusciti però a minimizzare la vicenda, presentandola come un incidente grazie all'assist fornito dalla procura di Piacenza, che ha derubricato il reato a carico dell'autista che ha investito Abd Elsalam a "omicidio stradale". Noi non eravamo a Piacenza e non conosciamo i dettagli della vicenda, ma sono numerosissimi gli episodi in cui abbiamo visto capi e capetti aziendali far leva sull'esasperazione degli autisti dei camion fermati dai picchetti perché forzassero i blocchi. E non ci interessa neanche troppo la condanna penale che potrebbe gravare su questo lavoratore che si è fatto strumento degli interessi di chi sfrutta lui e la sua vittima. Ci interessa però che da questa vicenda esca fuori la verità sostanziale: quella per cui l'arroganza padronale si è ormai spinta al punto da far temere per la propria incolumità chi da essi è sfruttato. Ormai i padroni non sopportano più alcuno scatto di dignità da parte di chi sono abituati a usare come merci a piena disposizione. E questa arroganza trova i suoi alleati nei dispositivi normativi che impongono una condizione di ricattabilità estrema su chi lavora: dalla Bossi-Fini al Jobs Act, passando per CCNL che distribuiscono solo miseria e ostacolano l'attività sindacale
 
Questa è la guerra di cui stiamo parlando, e forse dovremmo smettere di parlare di guerra tra poveri. E' la vecchia guerra tra chi sfrutta e chi è sfruttato, solo che tra le armi dei primi bisogna annoverare le divisioni dei secondi. Padroni e governi sono infatti abili a sfruttare la disperazione da loro stessi prodotta, i disastri da loro stessi creati: i cosiddetti "precari" vengono usati per abbassare le tutele di tutti e farla dilagare, la precarietà; creano un regime discriminatorio che porta la manodopera straniera a competere al ribasso con quella italiana, legittimando così razzismo e discriminazione; la povertà delle giovani generazioni di lavoratori diventa il pretesto per attaccare le pensioni e i salari delle vecchie, che però solo grazie a quei relativi privilegi è da anni che sostengono il reddito delle prime. Qualcosa di simile dev'essere successo a Piacenza, quando i padroni della GLS e delle cooperative in appalto hanno usato la paura e la frustrazione di un autista per scatenarla contro chi lottava contro la paura e frustrazione di tutti. In questo modo i padroni non hanno neanche bisogno di sporcarsi le mani. Ma ci sono i loro interessi dietro i nostri morti.
 
Ma dietro le divisioni che attraversano il proletariato possiamo vedere una profonda unità. E' questa unità ad aver animato le reazioni che si sono scatenate in tutta Italia sin da quando si è appresa la notizia: ieri ci sono stati presidi e scioperi spontanei a RomaBologna, Pavia, Firenze, Torino, Napoli, e oggi ce ne saranno altri aMilano e Padova. Nel frattempo, anche molte fabbriche hanno dichiarato lo sciopero o si sono mobilitate:sono usciti comunicati dalla Oerlikon di Torino e dalla SAME a Treviglio, da Ferrari, Maserati e MotovariomentrePiaggio, GKN e Easy-Group hanno indetto per oggi un'ora di sciopero a ogni fine turno, all'Electrolux si sciopera in uscita per un'ora e quarantacinque e la Fiom di Milano e Brescia invita a mobilitarsi sempre nella giornata di oggi.
E anche le principali organizzazioni sindacali, che spesso nei magazzini della logistica sono più vicine ai padroni che ai lavoratori, hanno condannato senza mezza termini quanto accaduto. Nei comunicati della CGIL, della CISL, della FIOM, si legge di un lavoratore morto mentre difendeva i propri diritti, non prestando il fianco a chi vorrebbe minimizzare l'avvenimento
Certo non basta, non basta minimamente: se si vuole veramente che un fatto del genere sia condannato, che le dinamiche che lo hanno generato vengano chiarite, non basta fare denunce e invocazioni. Bisognerebbe usarla davvero, l'arma della solidarietà, chiamando a uno sciopero generale che mostri ai padroni e ai lavoratori stessi la potenza che abbiamo tra le mani.
Ma forse è pretendere troppo da chi ha passato gli ultimi mesi a trattare su quanto svendere le nostre pensioni ed elabora piani di gestione dei licenziamenti collettivi, anziché attrezzarsi per contrastarli.
E allora si riparte da Piacenza, con la grande manifestazione unitaria prevista questo sabato con la partecipazione delle principali sigle tra i sindacati di base che in questi anni hanno sostenuto le lotte dei lavoratori della logistica: Si Cobas, Adl Cobas, Cub. E ovviamente l'USB, colpita direttamente.
Per ritrovare e rafforzare quell'unità che si nasconde dietro le divisioni che lacerano la nostra classe e farla vivere, crescere. Perché il sacrificio di Abd Elsalam non sia vano, ma diventi simbolo di un ritrovato coraggio e della fiducia di poter invertire la tendenza alla disgregazione e alla barbarie.
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