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Camere a gas: ci avevano imbrogliato

Di (---.---.---.22) 29 maggio 2013 14:32

“If these people want to speak, let them. It only leads those of us who do research to re-examine what we might have considered as obvious. And that’s useful for us. I have quoted Eichmann references that come from a neo-Nazi publishing house. I am not for taboos and I am not for repression.”

(Raul Hilberg, citato da Christopher Hitchens, “Hitler’s ghost”, “Vanity Fair”, giugno 1996, pp. 72-74).

“Sources for the study of the gas chambers are at once rare and unreliable.

(…)

Most of what is known is based on the depositions of Nazi officials and executioners at postwar trials and on the memory of survivors and bystanders. This testimony must be screened carefully, since it can be influenced by subjective factors of great complexity.

(…)

There is no denying the many contradictions, ambiguities, and errors in the existing sources.
From 1942 to 1945, certainly at Auschwitz, but probably overall, more Jews were killed by so-called ‘natural’ causes than by ‘unnatural’ ones”.

(Arno J. Mayer, “Why Did the Heavens Not Darken? The ‘Final Solution’ in History”, New York, Pantheon, 1988, pp. 362 sgg.)

Jean-Claude Pressac
8 maggio 2013 alle 16:00

“Quanto al massacro degli Ebrei, molte nozioni fondamentali devono essere completamente corrette. Le cifre proposte dalla storiografia ufficiale sono da rivedere da cima a fondo. Il termine di “genocidio” non conviene più. La questione dei campi di sterminio è putrefatta. L’attuale forma, pur tuttavia trionfante, della presentazione dell’universo dei campi è condannata. Tutto ciò che è stato così inventato attorno a delle sofferenze troppo reali è destinato alle pattumiere della storia”

(“Entretien avec Jean-Claude Pressac”, dans V. Igounet, “Histoire du négationnisme en France”, Seuil, Paris 2009, pp. 651-652).
Eric Hobsbawm
8 maggio 2013 alle 16:06

“Nessun serio storico negherebbe che ci sono lacune o incertezze – circa fatti, numeri, luoghi, motivi, procedure e molto altro ancora – che circondano la storia del genocidio. Lo studioso serio del soggetto, dunque, tratta il genocidio come un campo di studio in cui disaccordo e discussione, anche circa i più indicibili aspetti – per esempio il numero delle vittime, o la natura e l’estensione dell’uso del gas Zyklon B – sono naturali e indispensabili. Non può ridurre la sua funzione essenzialmente alla denuncia, o alla definizione e alla difesa di una versione accettata della verità. Eppure è proprio questo il pericolo in alcune letture dell’Olocausto appassionatamente sostenute, specialmente quelle versioni che hanno, a partire dagli anni ’60, sempre più trasformato la tragedia del popolo ebreo dell’Europa continentale durante la Seconda guerra mondiale nel mito legittimante per lo stato di Israele e la sua politica. Come ogni mito legittimante, esse trovano la realtà scomoda. Di più, ogni critica del mito (o delle politiche da esso legittimate) è destinata ad essere bollata come qualcosa di simile alla ‘negazione dell’Olocausto’”.

(E. Hobsbawm, “La politica accieca gli storici”, “La Repubblica”, 28 marzo 2000).


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