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Violenza sulle donne: rapporto Osce per il sud-est Europa: il 31% è vittima

Pochissime donne sanno cosa fare quando subiscono violenza, una percentuale tra il 60 e 70% non sa come agire

Annalisa Ramundo (*) ne parla con Simona Lanzoni

 

 

ROMA – Sono in linea con la media dei Paesi Ue i dati sulla violenza contro le donne di sette Paesi del sud-est europeo, sia in conflitto che in pace (Albania, Bosnia Erzegovina, Montenegro, nord Macedonia, Serbia, Moldova, Ucraina) più il Kosovo, contenuti nel rapporto Osce – Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa – “Benessere e sicurezza delle donne”, presentato il 6 e 7 maggio a Vienna e illustrato alla DIRE da Simona Lanzoni, vicepresidente di fondazione Pangea Onlus e seconda vicepresidente del Grevio.

Il 31% delle 15.179 donne tra i 18 e i 74 anni, intervistate per lo studio nel 2018, ha vissuto una forma di violenza fisica o sessuale, una percentuale molto vicina alla media europea del 33%; il 10% l’ha subita negli ultimi 12 mesi dall’intervista. Il 60% ha, invece, sperimentato varie forme di violenza psicologica nelle relazioni intime (in Ue il 43%), in cui è compreso: un 19% di violenza economica; un 48% di comportamenti controllanti; un 43% di comportamenti abusanti; un 7% di uso dei figli come minaccia per la donna.

Pochissime donne sanno cosa fare quando subiscono violenza, una percentuale tra il 60 e 70% non sa come agire. Tra i principali referenti contattati in prima battuta risultano, in ordine: la polizia, gli ospedali, il sistema dei medici generici, gli avvocati e i servizi sociali, mentre i centri antiviolenza sono presi in considerazione in prima istanza solo dallo 0,2-0,4% del campione, addirittura dopo i centri religiosi.

 

“Questo capita perchè c’è poca informazione su cosa le donne possono trovare nei centri, accompagnata da una generale sfiducia nei confronti delle istituzioni- commenta alla Dire Lanzoni- Le donne hanno paura che il sistema di presa in carico istituzionale sia inefficace. Si tratta di un punto fondamentale su cui lavorare”, osserva e sottolinea: “Anche in Italia solo il 2-4% di donne si rivolge ai centri”.

“Il 70% del campione di intervistate – continua Lanzoni- hanno iniziato a ricevere violenza attorno ai 15 anni, per una stima complessiva di circa 16 milioni di donne: 7 milioni l’hanno sperimentata in forma fisica o sessuale. Il segmento di età più esposto è quello tra i 15 e i 30 anni”. Un dato che, secondo la vicepresidente di Pangea, dipende anche dal fatto “che le ragazze sono più disposte a parlarne rispetto alle adulte”, e che deve spingere ad orientare “un lavoro di educazione sugli stereotipi e sul rispetto reciproco proprio sui giovani uomini e sulle giovani donne”. Le ragazze tra i 15 e i 29 anni sono anche le più esposte a situazioni di stalking e molestie sessuali, con una percentuale del 54%, che stacca di 12 punti quella del 42% delle donne tra i 30 e i 74 anni.

Altri fattori di rischio sono: l’uso di alcol da parte del partner; la residenza in zone di conflitto o post-conflitto, dove le donne che hanno relazioni con partner in armi o ex combattenti sono più a rischio di violenza fisica o sessuale e pagano “un ulteriore scotto della guerra nel periodo post-conflitto”. Le donne con disabilità vivono più violenza delle normoabili (il 47% ha subito quella fisica o sessuale), così come sono più a rischio le rifugiate (38%). Tra le donne intervistate che hanno subito violenza fisica, sessuale o psicologica quando erano bambine il 93% ha di nuovo sperimentato situazioni simili da adulta “perché- spiega Lanzoni- si impara un modello violento, che non si riconosce come sbagliato”.

Emerge, poi, un altro dato significativo: il silenzio delle donne che vivono la violenza e la accettano come strutturale alla società. Il 43% del campione, infatti, afferma l’importanza che il proprio uomo faccia vedere che lui è “il boss” in famiglia e il 30% pensa che la violenza sia una questione privata da risolvere tra le mura domestiche. “Occorre fare un lavoro di empowerment sull’autostima – osserva la vicepresidente Grevio – e, in tutti i Paesi, costruire una rete di donne che possa lavorare insieme per affrontare la questione della violenza e la tendenza a voler tornare indietro a valori tradizionali che la negano”. Lo “standard per l’Europa” è sempre la Convenzione di Instanbul, oltre al varo di “piani di azione nazionale che vadano a finanziare le organizzazioni delle donne, i servizi dello Stato, il lavoro sociale e quello della polizia”.

Il taglio dei budget “non solo in Italia, ma in tutta Europa, non permette un serio approccio alle politiche di contrasto della violenza – denuncia Lanzoni – e anche in Italia esistono molte buone pratiche che però non vengono replicate sui territori e messe a sistema”. Aiuterebbe “avere i dati amministrativi sui processi e sulle denunce che arrivano a procedimento e non vengono ritirate – conclude – anche per avere un quadro più chiaro e intervenire in modo mirato”.

(*) ripreso da www.dire.it

Questo articolo è stato pubblicato qui

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