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Venezia, tre nuove mostre alla Casa dei Tre Oci

Ci ha preso gusto la Casa Dei Tre Oci (italiano “occhi”) ad intitolare “Tre Oci/Tre Mostre, Giudecca Fotografia”, giocando sul luogo ed il numero di esposizioni. La quarta stagione è stata da poco inaugurata con tre proposte differenti tra loro che cercano di interpretare l’essenza della fotografia di oggi, in una logica che si muove verso il superamento dei generi, la trasversalità nelle prospettive, fortemente voluta dal Direttore Artistico Denis Curti, oltre a valorizzare le eccellenze territoriali.

Al pianterreno, riservato allo storico Circolo Fotografico La Gondola, fondato sul finire del 1947, compaiono tre sezioni. Ispirandosi al titolo del racconto di Lewis Carroll ‘Attraverso lo specchio’, la mostra “Lo specchio di Alice” intende trattare un aspetto della fotografia contemporanea assai dibattuto: il disaccordo tra la presunta realtà rappresentata e l’autonomia di significato che la medesima assume per il solo fatto di essere stata traslata in una fotografia. Le immagini esposte, realizzate dai soci de La Gondola, vorrebbero costringere lo sguardo e la mente a un gioco ermeneutico, in cui lo spettatore tenta di scovare, nell’oggettività rappresentata, il possibile inganno, le ipotesi alternative a cui è difficile rispondere. La seconda proposta, “Nero su Bianco”, curata da Manfredo Manfroi, è un compendio, ridotto ma significativo, delle principali tendenze espressive in cui si riconobbe la fotografia italiana nel decennio 1950-60. I campi di applicazione sono prevalentemente il ritratto ( vedi gli scatti di Giampietro Cadamuro Morgante), lo Still Life (Sergio Del Pero) e il paesaggio (Luciano Scattola), rimanendo escluso, per ovvie difficoltà esplicative e in parte ideologiche, il reportage. Una piccola stanza è infine dedicata alle vincitrici della lettura portfolio “Sguardi Femminili” del 2015. Caterina Burlini (Treviso, 1986), farmacista, con ‘Flora’ elabora un progetto fotografico ampio, tutt’ora in corso, nel quale la natura e la figura femminile si fondono, fino a diventare l’una parte dell’altra. Francesca Cesari (Bologna, 1970), fotografa freelance, con il lavoro “In the room” riproduce la dimensione appartata e silenziosa del luogo in cui una madre addormenta il bambino attraverso l’allattamento al seno, col progressivo ammorbidirsi del corpo e l’abbandono di ogni resistenza, gioco e ostinazione. Monia Perissinotto( S.Donà di Piave, 1961), odontoiatra, propone un percorso emozionale con ‘Istanbul’, rappresentata come “colei che indaga il suo essere straniera”.

Nei saloni del piano nobile si rimane colpiti, per non dire spiazzati, dalle 75 immagini di Venezia( dal piccolo al grande formato), realizzate da Roberto Polillo(Milano, 1946). ‘Visions of Venice’ rappresenta il primo capitolo di “Impressions of the World”, iniziato nove anni fa, che coniuga la passione dell’autore per la fotografia con quella per i viaggi in paesi esotici e comprende immagini che intendono visualizzare le atmosfere percepite nell’esplorazione dei diversi paesi, fra cui Marocco,Cuba, Nepal, Birmania, Thailandia, Cambogia, Vietnam, America Centrale, Caribe e Islanda. Il progetto è realizzato interamente con la tecnica ICM, “International Camera Movement”, ancora poco conosciuta, ma di grandi potenzialità artistiche, che impone di realizzare le immagini tenendo tempi di ripresa lunghi e muovendo la macchina fotografica durante lo scatto- verticalmente, orizzontalmente, circolarmente, obliquamente, lentamente o bruscamente- a seconda di come ispira il soggetto. La macchina fotografica diventa in tal modo un pennello e le fotografie, perfezionate in postproduzione, affascinanti rappresentazioni pittoriche della realtà. Con questa tecnica espressiva Polillo ha voluto verificare se fosse possibile rappresentare una città incredibilmente carica di magia, quale Venezia è, in maniera differente da quella dei numerosi libri fotografici esistenti. “Inizialmente- così conclude l’artista il suo intervento nel catalogo- ne ricercavo (di Venezia) le atmosfere, per così dire ‘orientali’, quelle più familiari al mio modo di vedere. Ma subito mi sono reso conto di una profonda diversità. Mentre in oriente le persone fanno, per così dire, parte integrante del paesaggio, a Venezia la cosa è diversa: Venezia è soprattutto abitata da visitatori estranei alla natura del luogo. Ecco perché, nelle immagini di questo libro, non sono mai presenti. In queste immagini Venezia è rappresentata dai suoi monumenti, dalle sue acque, dal sole d’estate e dalla luce invernale, dai suoi labirinti di calli, campielli e rii. E’, chiaramente, un’immagine parziale della città, ma l’unica, credo, che possa rivelarcene l’essenza”. Se la mostra piace, è consigliabile acquistare il catalogo (Skira editore) in edizione bilingue, italiano e inglese, perché contiene anche circa 45 immagini ulteriori, non esposte, oltre a una selezione di citazioni su Venezia, tratte dalle opere di alcuni dei più grandi scrittori italiani e internazionali.

Infine, al secondo piano, da cui si gode una vista mozzafiato verso la Punta della Salute, l’area marciana e l’isola di San Giorgio, è collocata la mostra “Giulio Obici, il Flaneur detective”. Si tratta di una selezione di 68 immagini – tra le quali 50 inedite- tutte risalenti ad un archivio che è venuto formandosi nel corso degli ultimi anni grazie al lavoro del curatore Renato Corsini e di sua figlia Olivia. Per oltre quarantanni editorialista e inviato speciale, Obici (Venezia 1934 - Milano 2011) ha seguito le grandi inchieste sul terrorismo, da piazza Fontana al delitto Moro, indagando parallelamente i grandi eventi giudiziari. Come fotografo ha rivolto lo sguardo alle radici del Palazzo, la strada, là dove scorre la vita della gente, senza smarrire il piglio indagatore e il rigore analitico esercitati nel mestiere di giornalista. Nel 2015 Marsilio Editori ha pubblicato il libro “Il Flaneur detective”, una serie di racconti che Obici aveva scritto verso la fine degli anni ’90, resi disponibili grazie al lavoro di Olivia Corsini che, dopo la morte del giornalista-fotografo, ha dato forma al suo archivio, catalogandolo, sezionandolo e interpretandolo. Secondo Walter Benjamin, il flaneur è colui che attraversa le città per perdervisi, conoscerle, penetrarle dall’interno e che, indagando, coglie e narra i fatti. Esclusivamente in bianco e nero, scattate con le Leica M e stampate dall’autore, le foto di Obici danno vita ad una sorta di diario dell’Italia, raccontata attraverso particolari angolazioni di cartelloni pubblicitari, tabelloni elettorali inutilizzati e arrugginiti, vetrine, vie, luoghi-non-luoghi modificati dagli usi, dalle réclames, dalla commercializzazione di tutto con una percezione forte della consapevolezza di un senso di decadenza e di mediocrità, di degrado e omologazione verso cui si avviava l’Italia e dove purtroppo è arrivata, perdendo lungo il cammino perfino la sua dignità. L’esposizione è visitabile quotidianamente dalle 10 alle 18, ad eccezione del martedì, fino al 28 marzo, salvo, come accaduto in passato, la possibilità di una proroga.

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