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Venezia: personale di Stingel a Palazzo Grassi

Un profondo messaggio di tolleranza che invita alla riflessione sul futuro dell'Umanità.

Incontriamo a pranzo, in una rara giornata di sole di questa bizzarra primavera, Franco Tagliapietra, storico dell’arte che insegna Storia dell’Arte Contemporanea all’Accademia di Belle Arti di Venezia, un appuntamento atteso e programmato perché è appena tornato da Roma dove si è recato per consultazioni in merito ad attribuzioni futuriste.

Vogliamo parlare con lui dell’evento di Palazzo Grassi di quest’anno: i 5000 metri quadrati di istallazione di Rudolf Stingel a Venezia.

La visita di quest’immensa istallazione fa entrare prepotentemente nella lettura dell’opera di Stingel, perchè non è banale: la commissione di monsieur Pinault è stata rigorosamente rispettata; il site specific di Palazzo Grassi altro non poteva essere se non a Venezia quale crocevia della cultura europea e del vicino oriente, poiché impone uno sguardo d’insieme tra le culture, impone di non fermarsi ad una visione del particolare - impossibile osservare il “tappeto” da vicino, risulta sfuocato e addirittura fastidioso - e veicola un potente messaggio di tolleranza. 

Anzi, entrando nell’avvolgente piacevolezza del “nuovo” interno di Palazzo Grassi ci sentiamo quasi OSPITI - insieme alle opere - di un ambiente lontano culturalmente da noi, ma che ci inghiotte e contiene in un caldo grembo in cui la cultura occidentale non è quella dominante.

È un’istallazione di simboli e riferimenti in cui l’elemento umano, il ritratto, ci accoglie all’ingresso: una fotografia dell’autore segnata dal tempo, dato e scandito da fondi di bicchiere e sporcizia, di cui la foto porta i segni, quasi ella stessa il tavolo sul quale era rimasta, dimenticata, negli anni. E l’artista la dipinge così com’è, senza sconti né migliorie, ad anticiparci che quello che segue è una realtà non trasfigurata.

Ma dalla critica di gusto di chi scrive passiamo la mano a chi fonda la propria critica su basi oggettive e chiediamo al prof.Tagliapietra come vede il grande rilievo che la Collezione Pinault offre a Rudolf Stingel:

È un’opera culturalmente buona, in quanto monografica, che mette in forma interessanti sottolineature dei rapporti tra culture diverse: la interpreto come un viaggio da Dürer a Gentile Bellini.

Si spieghi meglio…

Parlo delle differenze culturali: i “ritratti di sculture” del piano superiore a soggetto sacro appartengono alla cultura gotica, appartengono all’inconscio personale dell’artista, alle sue origini alto-atesine, un luogo di frontiera che non è Italia né Austria e che l’artista inserisce nel motivo ripetuto del prezioso tappeto della Transilvania stampato sulla moquette che tappezza tutto lo spazio espositivo.

Stingel stesso dichiara che ha iniziato ad usare il “tappeto” a New York in occasione di una mostra collettiva per restare nella memoria dei visitatori più degli altri espositori, in quel caso il tappeto era arancione…

Questa dichiarazione rivela sincerità, ma in questo caso la moquette stampata è uno sfondo che diventa parte dell’opera d’arte, si esce dal “rettangolo “ della pittura. La pittura è un grande ring in cui l’artista come il pugilatore si incontra con la realtà e talvolta ne soccombe. Anche qui si esce dal rettangolo, si va oltre la superficie.

Ma l’artista su questo “ring” questa volta non va “al tappeto”, anzi ne usa il messaggio e il linguaggio… Stingel dice che la mostra può essere vista come “una bella mostra psicanalitica” e i riferimenti ci sono. Vorrebbe aggiungere qualcosa?

Psicanalitica in questo caso vuol dire di inconscio collettivo e personale insieme. I quadri astratti sono l’inconscio, le figure religiose il nostro Super-Io, le nostre repressioni. E il tappeto richiama lo studio di Sigmund Freud…

Le opere sono tutte UNTITLED tranne i ritratti che portano i nomi dei soggetti, una scelta voluta dall’artista in nome della libera interpretazione del visitatore?

Sì. È una consuetudine oramai invalsa, i titoli, si sa, possono cambiare nel corso del tempo.

Una domanda delicata: come vede la figura di Pinault nelle vesti di mecenate e socio di Case d’Asta insieme?

Questa duplice posizione ci ricorda qualcosa che oggigiorno chiameremmo “conflitto di interesse”. Pinault è quello che si dice un committente cinico, è lui che impone il valore artistico: oggi l’artista è un piccolo ingranaggio di una grande macchina che si muove come il mercato azionario, è un brand e solo il vaglio della storia saprà conferirgli l’autentico valore.

 

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