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Venezia: Die lustige Witwe (La vedova allegra) sbarca con successo in laguna

Il Teatro La Fenice di nuovo protagonista del rutilante carnevale di Venezia con Die lustige Witwe.

Una nuova produzione davvero originale de La vedova allegra, proposta dal regista Damiano Michieletto, si è alternata al noto allestimento di Bepi Morassi de Il barbiere di Siviglia nelle settimane del Carnevale.

Michieletto opera una decisa revisione delle indicazioni del libretto: sposta l’orologio avanti di cinquant’anni e trasferisce l’azione dall’ambasciata del Pontevedro a Parigi alla Pontevedro Bank di una cittadina di provincia, poiché lo spunto drammaturgico principale, ci informa il regista, è il denaro, ovvero la cospicua eredità di Anna Glawary. Non è un denaro dalla connotazione volgare e negativa, non c’è avidità in questa operetta, si tratta dei quattrini indispensabili a sanare le magre casse del Pontevedro per scongiurarne la bancarotta. Il secondo atto ricostruisce una balera dal sapore un po’ dimesso anche se è il luogo dove si svolge la festa offerta da Anna. Gli interventi musicali di provenienza slava e balcanica abbinati ai twist e rock’n roll previsti dalla regia suscitano qualche perplessità, ma l’orchestrina in scena con il maestro Ulisse Trabacchin alla fisarmonica conquista il pubblico. L’ultima scena è invero una lezione di creatività: Danilo, indolente impiegato della Pontevedro Bank, dopo la festa in balera si addormenta, ubriaco, sulla scrivania del suo ufficio ed ecco apparirgli in sogno le grisettes di Chez Maxim’s che sgusciano fuori, in un trionfo tutto parigino di piume e paillettes, dal polveroso archivio e dalla finestra, scivolandosene via con la rapidità di un battito d’ali al suo risveglio.

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Il risultato è simpatico e curioso, ma porta con sé alcune incongruenze soprattutto di tipo musicale. La musica scritta da Franz Léhar per un’ambientazione parigina, pur con echi folkloristici mitteleuropei, si adatta con difficoltà alle atmosfere di provincia evocate dalle belle scene di Paolo Fantin, dai costumi azzeccati di Carla Teti e dalle ben congegnate luci di Alessandro Carletti che contribuiscono a mettere in debito rilievo le atmosfere languide.

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Un altro elemento controcorrente è la figura di Njegus, Karl-Heinz Macek, che usa il ventaglio di Valencienne come una bacchetta magica per creare e sciogliere intrighi amorosi, spargendo polverine luccicanti. Contrariamente alla tradizione (vedi Paolo Poli, Elio Pandolfi) gli vengono riservate rarissime battute, ma il suo intervento risulta indispensabile in questa inconsueta regia a sciogliere alcuni nodi della vicenda.

Sul podio Stefano Montanari, al suo debutto con questo genere musicale, offre brillantemente una lettura tutta personale della musica di Léhar, senza peraltro stravolgerla, sostenendo le scelte registiche di Michieletto.

Il coro, diretto da Claudio Marino Moretti, ci regala un’ottima prova sia dal punto di vista scenico che musicale. E’ di questi giorni peraltro la notizia delle due “nomination” all’Opera Awards di Londra: la prima per l’eccellenza del coro del Teatro e la seconda per l’estrema qualità dell’ente lirico (“Opera Company”).

Il cast, veramente efficace e duttile scenicamente, risulta meno smagliante vocalmente. Nadja Mchantaf, nel ruolo del titolo possiede tutti i numeri per una Anna Glawary convincente, ma la voce è troppo piccola, in alcuni passaggi al limite dell’udibile, mentre Christoph Pohl ha saputo usare i propri mezzi vocali in modo consapevole nel ruolo dello svogliato bancario Danilo. Konstantin Lee si disimpegna con classe come Camille de Rossillon e ha saputo dar vita con Adriana Ferfecka, una Valencienne dalla voce interessante e corposa, ad un gioco scenico sempre dinamico e convincente. Mirko Zeta è impersonato da Franz Hawlata che all’inizio ci aveva preoccupato per le evidenti difficoltà di emissione, pur mantenendo viceversa una convincente sicurezza nelle parti recitate e un’autorevole presenza scenica.

Completano il cast disimpegnandosi onorevolmente nel canto così come nel ballo: Marcello Nardis, St-Brioche; Simon Schnorr, Cascada; William Corrò, Kromow; Roberto Maietta, Bogdanowitsch; Martina Bortolotti, Sylviane; Zdislava Bočková, Olga; Nicola Ziccardi, Pritschitsch e Daniela Baňasová, Praskovia. Gaio e spensierato l’intervento delle Grisette Alessandra Calamassi, Lolo; Mariateresa Notarangelo, Dodo; Rossella Contu, Jou-Jou; Alessandra Gregori, Frou-Frou; Chiara Lucia Graziano, Clo-Clo e Krizia Picci, Margot.

Chiara Vecchi firma le coreografie e riesce a far ballare proprio tutti in questa singolare produzione. Ricordiamo volentieri anche i ballerini Luigi Allocca, Gianluca D’Aniello, Manuel Ferruggia, Costantino Imperatore, Salvatore Maio, Filippo Tabbi.

La versione in lingua tedesca ha reso graditi, se non addirittura preziosi i sopratitoli in italiano e inglese dello Studio GR.

Ovazioni e battimani festosi nella lunga briosa chiusa per le uscite per gli applausi.

 

Marina Bontempelli

Questo articolo è stato pubblicato qui

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