E' passato poco meno di un anno da quando Giuliano Pisapia è stato eletto sindaco di Milano. Forse è troppo presto per fare un bilancio sia pure parziale, ma alcuni giudizi si possono già dare. All'attivo possiamo citare l'area C, e cioè la diminuzione del traffico e la lotta - necessariamente solo agli inizi - contro l'inquinamento atmosferico, il Registro delle coppie di fatto, i vigili di quartiere, le piste ciclabili, ecc. Si dirà che non è molto, ma è anche vero che non sono neanche molti 11 mesi di governo della città. E comunque tutto questo traccia una nuova direzione di marcia, che segna certamente una discontinuità positiva rispetto alle giunte precedenti. Ciononostante alcune critiche possono essere fatte, anzi dovrebbero essere fatte, anche da chi a suo tempo sostenne con entusiasmo il nuovo sindaco nella competizione elettorale contro la giunta uscente, quella della signora Moratti.
La questione principale che oggi salta agli occhi in modo chiaro è la mancata partecipazione della cittadinanza alle scelte dell'amministrazione. L'elezione a sindaco di Giuliano Pisapia fu chiamata la "primavera milanese". Fu un fatto assolutamente nuovo e straordinario. Fu la sconfitta delle segreterie di partito che avevano deciso per altri candidati e la vittoria della partecipazione di massa della cittadinanza per un candidato alternativo. Una vittoria della democrazia, una ventata di aria fresca nella vita della città. Ma oggi tutto questo non c'è più. Il grande coinvolgimento della cittadinanza nel momento elettorale si è trasformato nel mancato coinvolgimento della cittadinanza nella gestione e nelle scelte amministrative. Fra i sostenitori della nuova giunta domina la paura che le critiche possano fare il gioco degli avversari che ogni giorno attaccano per principio e in modo sguaiato tutto quello che fa la giunta, preoccupati unicamente di farsi propaganda a prescindere dal merito delle questioni. Domina l'autocensura, l'idea sbagliatissima e controproducente che la critica debba necessariamente significare rottura e non contributo. Una specie di "lasciamolo lavorare", invece che "aiutiamolo a lavorare". Questo atteggiamento alla lunga può fare molti più danni che non la vociante a farsesca opposizione dei De Corato e dei Salvini a Palazzo Marino. E tutto questo mentre almeno due nuove grandi questioni stanno di fronte alla giunta: l'Expo 2015 e la Multiutility del Nord. Vediamo.
L'Expo è l'ennesima colata di cemento di milioni di metri cubi, un'altra grande opera che porterà miliardi di euro nelle tasche di costruttori e immobiliaristi, nonché benefici economici e professionali a schiere fameliche di architetti, studi legali e consulenti di ogni tipo, colore e cordata. Per non parlare del rischio 'Ndrangheta. E quindi lascerà in eredità - come sempre avviene in questi casi - un grande debito pubblico e una serie di scatoloni di vetro e cemento che rimarranno inutilizzati per anni. Senza peraltro sostenere in modo duraturo l'economia della città. Finito l'Expo, tutto tornerà come prima, anzi peggio di prima.
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