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  Home page > Attualità > Ambiente > Un porticciolo sotto casa
di Ettore Scamarcia (sito) giovedì 4 dicembre 2008 - 0 commento oknotizie
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Un porticciolo sotto casa

 Il porto turistico è una delle opere più invasive e incompatibili con l’ambiente marino, ma è anche il pretesto per realizzare complessi turistici e costruzioni sulle coste. Tutto col denaro pubblico, grazie a società che utilizzano i fondi europei ed italiani per poter impiantare cemento e scogliere nei migliori posti d’Italia. 

Il Centro-Nord figura come la maggior regione ad insediamento turistico-portuale. Ma ora tocca anche al Meridione, grazie alla società Italianavigando che ha come obiettivo la creazione di 20.000 posti barca. L’ennesimo scempio.

 Fra tanta immobilità e inerzia della classe politica su qualsiasi decisione in tema di sviluppo o miglioramento della qualità della vita, al Sud (e anche nel resto del Paese) stranamente si realizzano rapidamente e con ingenti somme soltanto infrastrutture di un certo tipo: quelle del turismo d’èlite. O meglio, del turismo portuale. 
Porti turistici stanno sorgendo un po’ ovunque in Italia. Toscana, Liguria, Calabria, Sardegna, Sicilia...non v’è posto che non sia caratterizzato dall’insediamento di un complesso turistico per imbarcazioni. Ma l’opera dei costruttori non finisce con l’occupazione di ampi specchi d’acqua. Infatti con la costruzione dei porti turistici sorgono quasi per naturale conseguenza villaggi, palazzine, campi da golf e varie edificazioni che vanno deturpando un paesaggio come quello italiano fin troppo antropizzato.
 
In Italia vi sono diversi costruttori, fra cui il celeberrimo Caltagirone, che stanno provvedendo (tipiche parole degli speculatori) a dotare il Belpaese di importanti infrastrutture turistiche, nel pieno rispetto del contesto ambientale e sociale in cui si vanno ad inserire. Esse rappresenteranno un importante fattore di crescita e benessere della Nazione. Infatti il noto imprenditore sta portando benessere al Paese: oltre all’immondo quartiere in costruzione alla periferia di Roma nella zona della Bufalotta, sta anche ampliando il porto turistico di Imperia, toccando l’astronomica quota di 1293 posti barca e occupando con edifici e centri commerciali 268.000 mq di area mare-terra.
 
Il problema principale dei porti turistici, oltre a portare un’ingiustificata cementificazione selvaggia sulle coste assolutamente immotivata rispetto alle reali potenzialità della zona prescelta, è che sono assolutamente "autoreferenziali". Nel senso che i servizi e le attività che vengono creati attorno ad essi non sono fruibili per la cittadinanza che ospita tale infrastruttura, ma rimangono appannaggio dei soli diportisti dotati del loro panfilo di 20 metri. Il porto turistico si associa spesso all’idea di privato, in quanto numerose volte l’accesso è consentito ai soli proprietari di imbarcazioni e yacht vari.

Italianavigando è una società a capitale pubblico che finanzia con i soldi dei cittadini la costruzione di tali infrastrutture nel Sud Italia. Essa si è posta l’obiettivo di raggiungere nel Meridione i 20.000 posti barca. Uno scempio.

Oltre ad Italianavigando e a Caltagirone vi è NauticSud, una delle più importanti unioni di diportisti italiani che ha sede a Napoli, dove si svolgono periodicamente delle fiere navali. In una di queste è emersa la volontà di voler ampliare il servizio portuale in città, con la convinzione che i recenti ampliamenti (alcuni ancora in corso) degli scali di turistici di Procida, di Capri, di Castellammare di Stabia e di Vigliena siano soltanto l’inizio. 
Invece di risolvere i reali problemi della Regione, l’èlite cittadina si è posta l’obiettivo di cementificare definitivamente ed una volta per tutte la già martoriata costa napoletana. La realizzazione in tempi inconsuetamente rapidi dei porti suddetti, paragonato ai tempi biblici che trascorrono per creare attività e servizi realmente al servizio dei cittadini, pone un interrogativo sull’effettiva utilità di tali infrastrutture e su come la classe dirigente persegua i soliti usurati e ancestrali interessi. Lo facevano i Romani al tempo dei patrizi e dei plebei, lo fanno tuttora. 

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