“E' un mondo difficile, è vita intensa, felicità a momenti e futuro incerto” (Tonino Carotone: Me cago en el amor). Cosa spinge i ragazzi inglesi a scendere in strada, sfasciare negozi, incendiare auto e scontrarsi con la polizia? Vandali, imbecilli o il prodotto di una società che dovrebbe urgentemente interrogarsi su se stessa, sui propri meccanismi, sullo stadio in cui è arrivato oggi il capitalismo? Insieme agli emarginati delle periferie cosa ci fanno quei ragazzi dagli occhi chiari con gli abiti, le scarpe firmate e i loro Blackberry?
Nel corno d’Africa centinaia di migliaia di persone stanno fuggendo, con le loro poche cose a piedi sui margini di strade polverose, dalla fame che li sta uccidendo per la siccità e la guerra; nel nord Africa si sta combattendo una guerra invisibile tanto recente quanto già dimenticata dall’opinione pubblica internazionale; nello stesso continente, poco lontano, si spara coi cannoni sulla popolazione civile che chiede giustizia e semplici diritti civili a corrotti dittatori; in Afganistan si continuano a fare vittime civili in nome di una pace che sembra sempre più lontana e irraggiungibile perché la guerra, mai comunque dichiarata, è contro un intero popolo e non contro un esercito; migliaia di disgraziati in cerca di un futuro migliore continuano a sbarcare sulle nostre coste su barconi fatiscenti in balia di negrieri senza scrupoli e senza cuore; milioni di persone al mondo continuano a morire di fame o di malattie comuni, scomparse oramai da decenni nelle cosiddette nazioni evolute, soccorse e sostenute da organizzazioni umanitarie che si basano più sulla generosità dei cittadini che su quella degli Stati; nel mondo una crisi economica senza precedenti sta non solo affamando i paesi più poveri per l’aumento del prezzo dei prodotti di prima necessità ma mettendo in crisi le stesse nazioni occidentali con la crisi dei mercati e soprattutto di quello del lavoro.
Con tutto questo, e molto altro ancora, in Inghilterra è scoppiata a Londra, e poi si è estesa in altre città, una nuova rivolta giovanile. Una rivolta giovanile in cui molti dei ragazzi coinvolti non portano l’eskimo di sessantottina memoria e si mobilitano in piazza contro tutte queste ingiustizie, queste disparità, questo scellerata politica internazionale, questo prevalere dei mercati su tutto e su tutti, questo condizionamento di pochi sul mondo intero, del denaro sui valori.
No, accanto a neri, ispanici, asiatici e magrebbini che affollano le periferie di tutte le grandi città europee di cui rimangono sempre ai margini, ce ne sono molti che indossano scarpe e abiti firmati e si scambiano messaggini con i loro Blackberry, ragazzi di famiglie normali che non sono scesi in piazza a chiedere pane e lavoro come possono aver fatto i loro padri, che non hanno grandi ideali da difendere, ma semplicemente vogliono partecipare anche loro al diffuso benessere che vedono intorno, nelle vetrine luccicanti delle vie esclusive, nelle grosse e linde auto piene di volti sorridenti, nei gioielli delle ricche signore, nello sfarzo della politica e della monarchia. Vogliono anche loro il prodotto, vogliono la felicità che vedono negli altri, a loro tanto vicina ma anche così lontana perché per quella ci vuole il denaro, ci vogliono i soldi.
Si sentono ai margini di qualcosa che non riescono ad avere eppure è lì, a portata di mano.