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Tortura e caccia all’uomo nero nella “nuova Libia”

Barnous Bous’a, 44 anni, padre di due figli. La sua famiglia l’ha visto l’ultima volta lunedì 16, il corpo pieno di lividi e di ferite da coltello, una ancora aperta alla nuca. È l’ultimo morto di tortura nella “nuova Libia”,che da questo punto di vista tanto somiglia, purtroppo, a quella vecchia. Dallo scorso settembre sono stati torturati a morte oltre 10 prigionieri.

Il conflitto della Libia l’ha inseguito e braccato per mesi. All’inizio dell’estate era fuggito dalla sua città, Kararim, rifugiandosi a Sirte. Quando anche questa città era stata coinvolta nei combattimenti, si era rifugiato a Misurata. Qui, a ottobre, mentre cercava di tornare a Sirte, era stato arrestato dalle milizie locali ed era stato trasferito in una prigione gestita dal Comitato per la sicurezza di Misurata, carceri che sfuggono al controllo del Consiglio nazionale di transizione.

Barnous Bous’a era un tawargha, il gruppo etnico di libici neri che risiede nella città che ne riprende il nome. Una città svuotata e distrutta, come si vede nella fotografia, scattata a febbraio.

Nell’agosto 2011, le milizie di Misurata hanno espulso i 30.000 abitanti di Tawargha, saccheggiando e incendiando le loro case. I tawargha sono accusati di aver sostenuto il deposto regime e di aver commesso crimini durante l’assedio e il bombardamento di Misurata da parte delle forze di Gheddafi. Per le nuove autorità libiche il concetto di responsabilità individuale è un perfetto sconosciuto. Più semplice punire un’intera città e un’intera etnia.

Le milizie di Misurata continuano a dare la caccia ai tawargha in tutta la Libia, cercandoli nei campi per gli sfollati, ai posti di blocco e persino negliospedali. Quelli che vengono trovati finiscono nei centri di detenzione di Misurata, dove vengono regolarmente torturati, in alcuni casi fino alla morte. Nuovi arresti di tawargha sono avvenuti anche questa settimana.

“Siamo preoccupati per tutti i tawargha che finiscono a Misurata. Non ce la facciamo più a ricevere brutte notizie. Non siamo al riparo da nessuna parte, non possiamo uscire di casa, siamo in trappola. Se usciamo, ci arrestano. Non possiamo neanche andare a cercare che fine hanno fatto i nostri parenti” – ha testimoniato ad Amnesty International un familiare di un tawargha arrestato nei giorni scorsi.

Le autorità locali di Misurata hanno negato l’esistenza di casi di tortura e di altre violazioni di massa dei diritti umani, affermando che caso mai si tratta di “singoli errori”. Poi, aggiungono sinistramente che “al momento la riconciliazione tra le due città è impossibile” e che “si dovranno cercare altre soluzioni alternative per i tawargha”.

“La morte brutale di Barnous Bous’a evidenzia il continuo pericolo in cui si trovano i detenuti nella nuova Libia” – ha dichiarato Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. “Quante altre persone moriranno di tortura prima che il Consiglio nazionale di transizione si renda conto della gravità della situazione e rispetti gli impegni di indagare, punire e far cessare questi crimini?”

E, altra domanda: si possono firmare accordi con la “nuova Libia” in queste condizioni?

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