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di mercoledì 24 agosto 2011 - 0 commento oknotizie
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Tibet: i monasteri buddisti sul Tetto del Mondo

Un viaggio alla scoperta del Tibet religioso, legato alle proprie origini attraverso i suoi luoghi di culto, tra fede e imperialismo cinese.

Un percorso attorno e dentro i monasteri tibetani per scoprire usi e costumi che cercano di sopravvivere, nonostante l’invasione cinese e l’imposizione di una cultura che sembra investire tutto sul piano economico, mentre i tibetani cercano di rimanere ancorati alle tradizioni arcaiche e ancestrali dei loro avi.

Si intuisce di essere arrivati nei pressi di un monastero perché si intravedono le bandierine gialle, verdi, azzurre, rosse e bianche, che rappresentano rispettivamente la terra, l’acqua, l’aria, il fuoco e l’etere. Sono preghiere issate al cielo, sempre a contatto con i vari elementi che raffigurano. Sempre affiancate dalla bandiera della Repubblica popolare cinese. Al centro dei mantra, che vi sono riportati, è disegnato un cavallo che salta un ostacolo, a simboleggiare il cavallo dello spirito: secondo la cultura buddista, infatti, ognuno serba dentro di sé la forza di superare le difficoltà. L’ostacolo mette alla prova gli uomini, che, grazie agli impedimenti superati, possono perfezionarsi. Attorno ai monasteri tibetani è facile incappare nelle piramidi delle preghiere, sassi ammonticchiati a forma di tale solido, come un’orazione che sale al cielo. Alzando gli occhi si incrociano gli stupa, monumenti religiosi nei quali vengono conservate delle reliquie. Essi rappresentano il corpo di Buddha, sul quale sono raffigurati i suoi occhi, la sua parola e la sua mente, che mostrano il sentiero dell’illuminazione.

I pellegrini girano attorno ai luoghi di culto recitando i mantra. Li trovano attorno all’edificio, in rilievo sui cilindri che fanno ruotare: ogni giro equivale a una preghiera. Alcuni portano con sé un piccolo cilindro sorretto da un bastone, che impugnano e fanno volteggiare per tutti i giri del monastero. I più devoti percorrono 108 volte il luogo di culto. 108 è il numero sacro ai buddisti: tante sono le scritture e i grani del rosario originale. Se il monastero è situato in cima a una montagna, all’esterno si può incontrare anche il luogo dove si celebrano i funerali. I buddisti credono che alla morte sopravviva solamente l’anima, che esce dal corpo terreno. Di conseguenza non ha senso che quest’ultimo continui a esistere. Perciò lo tagliano a pezzi, ne fanno delle polpette impastandolo con la tsampa, farina locale, polpette che lasciano sullo spiazzo adibito al rituale, affinché gli avvoltoi, animali sacri in quanto si alimentano solamente di carcasse senza uccidere, possano cibarsene.

Nell’entrare nei monasteri si viene investiti da un forte odore rancido, difficile da decifrare per un occidentale. È il burro diyak, un bufalo che può vivere a elevate altitudini. Ogni pellegrino è solito portare con sé una busta di plastica con tale burro, per mantenere vive le fiamme delle candele sacre. Di primo acchito colpiscono le diverse statue dei Buddha e dei Dalai Lama che si sono susseguiti nella storia. Guardando attentamente, l’occhio cade sul denaro infilato in qualsiasi possibile fessura tra le statue, nelle pieghe degli abiti che le avvolgono, sotto le candele, ovunque. Non è raro incontrare monaci intenti a contare le banconote raccolte, immagine che può apparire profana agli occhi di un turista.


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