Stiamo costruendo troppo e consumando troppo territorio. Lo facciamo a scapito delle nostre produzioni agricole di pregio ma anche e soprattutto a quello della nostra qualità di vita. Perdiamo gli spazi e i rapporti personali e ci trasformiamo sempre più in anonimi e remissivi consumatori.
I numeri, come si dice, parlano da soli.
A Milano 80.000 case sfitte, a Roma oltre 200.000. Circa 4 milioni in tutta Italia le case vuote.
Eppure si continua a costruire.
Nel Sud la cosa è molto più evidente (in Campania ogni giorno nascono dal nulla 15 abitazioni abusive), e i costruttori, che operano in queste zone senza curarsi del consenso delle amministrazioni, costruiscono dove e come gli pare. In Campania sono anche cominciate, dopo molti rinvii, le demolizioni degli abusi più eclatanti ed invasivi ma forse una nuova legge riuscirà a fermarle.
Nel Nord, nella parte che si ritiene più civile del paese, gli abusi sono meno evidenti o addirittura assenti perché si costruisce di solito col benestare delle amministrazioni locali ma il risultato finale rimane esattamente lo stesso.
Intere periferie delle città dove sono completamente assenti terreni liberi, campi coltivati, zone di verde e le strade scorrono tra una fila ininterrotta di abitazioni e anonimi capannoni per chilometri, fra costruzioni senza grazia e senza nessuna parvenza di pianificazione che si susseguono una dopo l’altra, come in un girone infernale.
Enormi porzioni di territorio vengono continuamente sacrificati all’edilizia; periferie cittadine si allargano sempre più fino a raggiungere ed inglobare paesi limitrofi e perfino altre città, con un consumo disordinato e irreversibile di territorio fertile e produttivo.
Consumiamo suolo e distruggiamo paesaggio ad un ritmo insostenibile, figlio forse dell’ubriacatura edilizia degli anni 70 quando lo sviluppo sembrava legato indissolubilmente alla costruzione di nuovi edifici. Un comportamento giustificabile in quegli anni di forte espansione economica e di importanti cambiamenti sociali ma che persistendo negli anni si è piano piano trasformato in follia.
Le stesse Amministrazioni Pubbliche sono state coinvolte culturalmente in questa corsa alla costruzione ed in tutti i piani regolatori troviamo molte più abitazioni di quelle realmente necessarie alle esigenze della popolazione residente. Oltre a questo indirizzo culturale legato al passato bisogna considerare anche le pressioni dei piccoli imprenditori e dei proprietari terrieri che traggono vantaggio a costruire, quando addirittura non ci si mette di mezzo la mafia, con richieste più o meno lecite, con imposizioni che in alcune realtà appare assai difficile ignorare.
Poi ci sono le grandi imprese costruttrici che con la loro forza economica (che travalica molto spesso nella politica) impongono le loro richieste a comuni economicamente e culturalmente deboli, con territori di scarso valore intrinseco che vedono in queste grandi realizzazioni la soluzione dei loro cronici problemi di bilancio. Sono perciò spinti a fare scelte imprudenti e talvolta scellerate che di fatto monetizzano la qualità della vita dei cittadini che si vengono a trovare accerchiati e soffocati da enormi centri commerciali sorti senza alcun rispetto dell’ambiente e della pianificazione del territorio.