Ricordate quella voce metallica che usciva, un po’ graffiata, dall’altoparlante per avvisare i viaggiatori “Termini Imerese, stazione di Termini Imerese, per Milano (o Torino) si cambia”?
Uso l’imperfetto perché meglio sollecita il ricordo, ma potrei usare benissimo il presente giacché Termini resta la principale stazione siciliana di cambio, da e verso il Continente.
Era un normale cambio di treno, ma per chi doveva effettuarlo spesso segnava l’inizio del distacco, dello sradicamento dalla famiglia e dalla terra natia, una svolta drammatica della vita, un atto disperato verso l’ignoto.
Infatti, quei treni mostruosi correvano verso terre e città sconosciute, perfino temute. Qualche notizia si aveva da quelle poche righe sgangherate scritte da qualcuno che già vi si era avventurato.
Così è cominciata l’ultima storia della gran parte dei siciliani che nel dopoguerra diedero inizio a un nuovo esodo.
Ai treni, ai macchinisti è toccato il compito più ingrato: trasportare centinaia di migliaia di persone oneste ma stanche d’essere massacrate da lavori umilianti e malpagati, dalle più gravi ingiustizie e dalle angherie di campieri e mafiosi.
Per alcuni, quei luoghi ambiti si rivelavano un triste ritorno giacché vi erano stati al fronte con gli scarponi di cartone o prigionieri nei lager nazisti.
“Termini Imerese si cambia” e cambiar si doveva perché quella era l’unica via di fuga dall’inferno, l’unica speranza per i nostri padri e fratelli senza terra che, da secoli, avevano cercato, inutilmente, un lavoro degno, una casa, una scuola per i figli.
E qui mi fermo, perché desidero parlare del dramma attuale che Termini Imerese e la Sicilia stanno vivendo, perché non vorremmo che a quel “cambio” dovesse essere costretta altra gente che un lavoro e una casa già l’hanno.
E deve esser anche chiaro che ho usato questa immagine non per demagogia né per intenerire il cuore di qualcuno, ma solo per tentare di ridestare la coscienza, la dignità dei siciliani onesti e laboriosi i quali, pur costituendo una stragrande maggioranza, non sono mai riusciti ad esprimere un governo conforme ai loro bisogni e alle loro aspettative.
La Chrysler si salva mentre Termini affonda
Ma andiamo al fatto. Non entrerò negli aspetti più tecnici della vertenza Fiat (per incompetenza), desidero solo soffermarmi sui suoi risvolti politici e sociali conseguenti al “decreto” ingiuntivo del signor Marchionne.
Col passare dei giorni e l’acutizzarsi delle tensioni, si amplia e si chiarisce l’arco delle responsabilità, dei silenzi, delle passività che ci inducono a concludere che l’eventuale chiusura della Fiat di Termini sarebbe l’ennesima, pesante sconfitta della politica e dei governi di Palermo e di Roma. E un po’ anche dei sindacati.