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Sud Sudan, il Consiglio di sicurezza non approva embargo sulle armi e sanzioni

Nel giorno in cui, dopo 37 anni, veniva approvata una risoluzione contraria agli insediamenti israeliani nei Territori occupati palestinesi, il Consiglio di sicurezza non è riuscito a imporre l’embargo sulle armi al Sud Sudan e le sanzioni del divieto di viaggio e del congelamento dei patrimoni nei confronti di tre alti esponenti politici del paese, responsabili di gravi violazioni dei diritti umani.


Servivano nove voti a favore e ne sono stati registrati solo sette, con otto astensioni.

Amnesty International, Control Arms, Enough Project, Global Centre for the Responsibility to Protect, Humanity United, Human Rights Watch e PAX hanno espresso, in una nota congiunta, la loro profonda delusione.

Dal 15 dicembre 2013, giorno dell’ìnizio di un conflitto ancora in corso nonostante l’accordo di pace dell’agosto 2015, le organizzazioni per i diritti umani, così come gli ispettori delle Nazioni Unite e dell’Unione africana, hanno documentato crimini di guerrastupri e arruolamento forzato di bambini.

Negli ultimi mesi, i civili sono stati presi di mira con rinnovata ferocia, spesso per motivi etnici, anche in zone che in precedenza erano risultate abbastanza tranquilla. Si è anche registrato un aumento delle dichiarazioni infiammatorie, dei discorsi di odio e dell’incitamento alla violenza da parte dei leader dei due schieramenti.

La dichiarazione congiunta delle sette Ong ha notato con rammarico che alcuni stati membri del Consiglio di sicurezza si sono fidati dell’annuncio, persino citandolo nel corso del dibattito, fatto a inizio mese dal presidente sudsudanese Salva Kiir a proposito dell’avvio di un dialogo nazionale “inclusivo”.

Ma in un paese nel quale la stampa non è libera e la libertà di riunione è severamente limitata e dal quale molti esponenti della società civile sono dovuti fuggire, che dialogo potrà mai esservi?

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