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Stupri di guerra in Bosnia, dopo 20 anni arriva la commissione per i risarcimenti

Il governo della Federazione della Bosnia ed Erzegovina, una delle due entità della Bosnia, ha presentato in parlamento il progetto di istituire una commissione per determinare quante donne stuprate durante la guerra degli anni Novanta abbiano diritto a un risarcimento. Il voto è previsto alla fine del mese.

La commissione sarà composta da cinque membri, tra cui uno psichiatra, uno psicologo e un avvocato.

Dal 1992 al 1995 decine di migliaia di donne bosniache furono vittime dello stupro di guerra20.000 secondo l’Unione europea, 50.000 secondo le autorità della Federazione (nella foto, un memoriale per 120 donne stuprate in un villaggio nei pressi di Zvornik – © Amnesty International)

Un numero impressionante, anche se fosse vera la stima più bassa.

Eppure le autorità della Federazione hanno riconosciuto le vittime di stupro come vittime di guerra solo nel 2006. E da allora solo 850 di loro hanno ottenuto tale status e un risarcimento equivalente a 270 euro al mese.

L’altra entità della Bosnia, la Republika Srpska che rappresenta i serbi di Bosnia, non ha mai riconosciuto l’esistenza di stupri di guerra né ha offerto risarcimento alle vittime.

La legge istitutiva della commissione sostituirà la norma finora in vigore, che subordinava la concessione dello status di vittima di guerra a una visita medica: una procedura insensata, dopo oltre 20 anni dalla fine della guerra.

Le associazioni che rappresentano le sopravvissute allo stupro di guerra sono scettiche: le autorità bosniache si sono mosse con anni di ritardo e c’è il rischio chel’esame della commissione possa traumatizzare nuovamente le donne che chiederanno un risarcimento, soprattutto se la composizione della commissione passerà per i consueti criteri di selezione politici e non professionali.

Ho chiesto un parere a Nina Mimica, coautrice con Paola Sangiovanni de “La linea sottile” – un documentario sulla tortura diviso in due parti, una sui militari italiani in Somalia e l’altra sugli stupri di guerra in Bosnia, attualmente nelle sale italiane – e il suo è un giudizio complesso:

“Anche se a un primo sguardo sembra una delle parecchie mosse pubblicitarie che il governo della Bosnia ultimamente fa per dimostrare di essere un paese giusto e moderno, sperando così di entrare nell’Unione europea, credo che alle vittime possa far molto bene nonostante si possa ripresentare il trauma. Mi chiedo perché lo facciano solo ora, a 20 anni dalla fine della guerra. Voglio sperare che si tratti di un aumento della sensibilità e della presa di coscienza, grazie al lavoro di tante Ong e di documentari come il nostro”.

“Per me è scioccante vedere che donne in pessimo stato psicologico e fisico non abbiano la possibilità di ricevere un sostegno dallo stato, sia per comprare le medicine che per iniziare un lavoro serio con lo psicologo. Questa Commissione potrebbe essere anche una scorciatoia verso la giustizia, ma è proprio qui che sono molto più scettica: anzi, totalmente scettica visto l’ostruzionismo costante della Republika Srpska”. 

E torniamo al problema fondamentale del dopoguerra bosniaco: l’assenza di giustizia, che dipende anche e soprattutto dalla mancanza di una memoria non dico condivisa ma almeno rispettata.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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