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Stati Uniti: una laicità incompiuta

Il rap­por­to tra gli Sta­ti Uni­ti e i cul­ti re­li­gio­si è sem­pre sta­to con­tro­ver­so. Dal pun­to di vi­sta del­la Co­sti­tu­zio­ne la se­pa­ra­zio­ne tra la sfe­ra isti­tu­zio­na­le e quel­la re­li­gio­sa vie­ne san­ci­ta dal pri­mo emen­da­men­to che, ol­tre a ga­ran­ti­re ai cit­ta­di­ni la li­ber­tà di stam­pa e quel­la di pa­ro­la, proi­bi­sce espli­ci­ta­men­te al Con­gres­so, ol­tre che agli or­ga­ni le­gi­sla­ti­vi dei vari sta­ti, di ema­na­re leg­gi per il ri­co­no­sci­men­to di qual­sia­si re­li­gio­ne.

Ciò tut­ta­via non si tra­du­ce in una lai­ci­tà ve­ra­men­te com­piu­ta, gli USA sono e ri­man­go­no una na­zio­ne de­ci­sa­men­te an­co­ra­ta ad una vi­sio­ne tei­sti­ca, al pun­to che si ri­tro­va­no ri­fe­ri­men­ti a Dio ovun­que, dal­le ban­co­no­te ai giu­ra­men­ti uf­fi­cia­li. Del re­sto, la co­lo­niz­za­zio­ne di quel­l’a­rea è pur sem­pre par­ti­ta con i re­li­gio­si del­la May­flo­wer.

KerryPar­ti­co­lar­men­te av­ver­sa­ti sono i non cre­den­ti, per­ce­pi­ti ge­ne­ral­men­te come per­so­ne da emar­gi­na­re e ad­di­rit­tu­ra di­scri­mi­na­ti uf­fi­cial­men­te da ben set­te sta­ti del sud; in que­sti, in­fat­ti, la leg­ge proi­bi­sce l’ac­ces­so a ca­ri­che pub­bli­che a chi ne­ghi l’e­si­sten­za di Dio.

Si­gni­fi­ca­ti­vo a tal pro­po­si­to quan­to dis­se l’ex pre­si­den­te Geor­ge W. Bush ri­spon­den­do ad un gior­na­li­sta: «Non cre­do che gli atei do­vreb­be­ro es­se­re con­si­de­ra­ti cit­ta­di­ni». Ra­di­cal­men­te di­ver­so l’ap­proc­cio di Ba­rack Oba­ma, ad oggi l’u­ni­co pre­si­den­te che ab­bia ci­ta­to i non cre­den­ti po­nen­do­li sul­lo stes­so pia­no dei cre­den­ti, e per giun­ta nel suo di­scor­so d’in­se­dia­men­to: «Sia­mo una na­zio­ne di cri­stia­ni e mu­sul­ma­ni, di ebrei e indù… e di non cre­den­ti».

Oggi, però, pro­prio l’am­mi­ni­stra­zio­ne Oba­ma sem­bra aver in­tra­pre­so una stra­da net­ta­men­te in con­tra­sto con il con­te­nu­to di quel di­scor­so. Il Se­gre­ta­rio di Sta­to, John Ker­ry, ha ap­pe­na an­nun­cia­to l’i­sti­tu­zio­ne di un “Uf­fi­cio per i rap­por­ti con le co­mu­ni­tà di fede” pen­sa­to per ri­vol­ger­si alle co­mu­ni­tà re­li­gio­se di tut­to il mon­do. Se­con­do Ker­ry ci sono pun­ti in co­mu­ne tra le re­li­gio­ni abra­mi­ti­che, e tra que­ste e tut­te le al­tre re­li­gio­ni e fi­lo­so­fie, «che si par­li di indù, o con­fu­cia­ni, o qua­lun­que al­tro dei tan­ti ap­proc­ci alla no­stra esi­sten­za ter­re­na e alla no­stra re­la­zio­ne con un es­se­re su­pre­mo». È evi­den­te che chi non si re­la­zio­na con un es­se­re su­pre­mo non è nem­me­no pre­so in con­si­de­ra­zio­ne. La di­re­zio­ne di que­sto uf­fi­cio è sta­ta af­fi­da­ta a Shaun Ca­sey, do­cen­te di eti­ca cri­stia­na al We­sley Theo­lo­gi­cal Se­mi­na­ry, un’or­ga­niz­za­zio­ne uni­ver­si­ta­ria pro­te­stan­te.

A sen­ti­re puz­za di bru­cia­to in que­sta ope­ra­zio­ne è Au­stin Da­cey, rap­pre­sen­tan­te pres­so le Na­zio­ni Uni­te dell’IHEU, fe­de­ra­zio­ne in­ter­na­zio­na­le uma­ni­sta di cui an­che l’Uaar fa par­te. Da­cey so­stie­ne che que­sta ba­rac­ca sem­bra es­se­re sta­ta pen­sa­ta ap­po­sta per emar­gi­na­re ul­te­rior­men­te i non cre­den­ti, e lo fa in un ar­ti­co­lo in cui spie­ga al­cu­ni pun­ti di­scu­ti­bi­li del­l’i­ni­zia­ti­va. Da­cey ini­zia ci­tan­do un ar­ti­co­lo di qual­che mese fa di in cui la gior­na­li­sta Amy Fry­kholm fa­ce­va no­ta­re che il la­vo­ro di coin­vol­gi­men­to del­le co­mu­ni­tà re­li­gio­se ini­ziò quan­do a capo del­la di­plo­ma­zia sta­tu­ni­ten­se c’e­ra Hil­la­ry Clin­ton. Su ini­zia­ti­va del­la ex fir­st lady ven­ne co­sti­tui­to, in seno al Con­gres­so, un grup­po di la­vo­ro su Re­li­gio­ne e Po­li­ti­ca Este­ra che lo scor­so ot­to­bre pre­sen­tò un li­bro bian­co in cui pro­po­ne­va l’i­sti­tu­zio­ne di un uf­fi­cio per­ma­nen­te, quel­lo che ap­pun­to ha ades­so isti­tui­to Ker­ry. In quel do­cu­men­to si po­ne­va l’ac­cen­to sul fat­to che 4/5 del­la po­po­la­zio­ne mon­dia­le ve­do­no tut­ti gli aspet­ti del­la vita at­tra­ver­so “un pri­sma di fede”, e che seb­be­ne la fede sia spes­so cau­sa di con­flit­ti, essa con­tri­bui­sce al bene del­la so­cie­tà ci­vi­le e può pro­muo­ve­re “il pro­gres­so uma­no e la coe­si­sten­za pa­ci­fi­ca”.

In­fi­ne, il li­bro bian­co chiu­de­va con il con­si­glio di svi­lup­pa­re ap­po­si­te li­nee gui­da in ot­tem­pe­ran­za al pri­mo emen­da­men­to del­la Co­sti­tu­zio­ne. Que­sta è se­con­do Ca­sey la par­te più so­spet­ta, per­ché de­no­ta che la pre­oc­cu­pa­zio­ne di con­trav­ve­ni­re alla Co­sti­tu­zio­ne è ef­fet­ti­va­men­te fon­da­ta. Fi­no­ra vi sono sta­te in­ter­pre­ta­zio­ni di­ver­se in que­sto sen­so, Ca­sey cita in par­ti­co­la­re un giu­di­ce del­la Cor­te Su­pre­ma (O’Con­nor) se­con­do cui quan­do un go­ver­no in­trat­tie­ne ec­ces­si­va­men­te rap­por­ti con le re­li­gio­ni si è in pre­sen­za di una vio­la­zio­ne del pri­mo emen­da­men­to, in quan­to si tra­smet­te il mes­sag­gio che chi non è af­fi­lia­to ad al­cu­na re­li­gio­ne non fa pie­na­men­te par­te del­la co­mu­ni­tà po­li­ti­ca. D’al­tro can­to, però, c’è an­che un pre­ce­den­te di se­gno op­po­sto; una cau­sa in­ten­ta­ta da Free­dom From Re­li­gion Foun­da­tion con­tro un uf­fi­cio che ave­va or­ga­niz­za­to un pro­gram­ma di sup­por­to ri­vol­to a co­mu­ni­tà re­li­gio­se, e in quel caso la Cor­te Su­pre­ma non rav­vi­sò vio­la­zio­ni del pri­mo emen­da­men­to in quan­to non vi era sta­to un fi­nan­zia­men­to di­ret­to da par­te di or­ga­ni le­gi­sla­ti­vi.

Ri­ma­ne il fat­to che l’i­sti­tu­zio­ne di ca­na­li di dia­lo­go nei con­fron­ti del­le re­li­gio­ni com­por­ta ne­ces­sa­ria­men­te il ri­co­no­sci­men­to in­di­ret­to di al­cu­ne re­li­gio­ni ed il di­sco­no­sci­men­to di fat­to di al­tre. Ma chi può sta­bi­li­re, in modo og­get­ti­vo, quan­do un grup­po di cit­ta­di­ni, o un’as­so­cia­zio­ne, che ma­ga­ri ha for­mu­la­to un mi­ni­mo di re­go­le dot­tri­na­li, sia da con­si­de­ra­re una re­li­gio­ne e quin­di in un ente che può rap­por­tar­si con lo Sta­to? Se la di­stin­zio­ne vie­ne fat­ta in modo ar­bi­tra­rio al­lo­ra si è non solo in pre­sen­za di una vio­la­zio­ne del­la Co­sti­tu­zio­ne, ma ad­di­rit­tu­ra di una pa­ten­te for­ma di di­scri­mi­na­zio­ne. È quel­lo che av­vie­ne in Ita­lia con il si­ste­ma del­le in­te­se, dove è il go­ver­no a de­ci­de­re con chi e in che tem­pi ad­di­ve­ni­re ad un’in­te­sa con lo Sta­to, e in­fat­ti al­l’Uaar l’in­te­sa è sta­ta ne­ga­ta ba­san­do­si sul­l’as­sun­to che non rap­pre­sen­ta una re­li­gio­ne. Inol­tre, rap­por­tar­si con una re­li­gio­ne si­gni­fi­ca an­che in­di­vi­dua­re de­gli in­ter­lo­cu­to­ri, e an­che in que­sto caso non è af­fat­to det­to che il pro­ce­di­men­to sia sem­pli­ce e sce­vro da pro­ble­mi.

E in­fi­ne, do­man­da fon­da­men­ta­le, che ne è di quel quin­to di cit­ta­di­ni che non ap­par­ten­go­no ad al­cu­na re­li­gio­ne? Evi­den­te­men­te ri­man­go­no ta­glia­ti fuo­ri da que­sta ini­zia­ti­va, e se que­sta non è di­scri­mi­na­zio­ne co­s’al­tro po­treb­be es­ser­lo?

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