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di enrico campofreda lunedì 12 dicembre 2011 - 0 commento oknotizie
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Spie e affari, le mani occidentali sul Grande Medio Oriente

Il generale Amir Ali Hajizadeh commentando due giorni fa la cattura d’un drone statunitense (RQ 170 Sentinel) che per un’azione di spionaggio s’era spinto per oltre 250 km nello spazio aereo iraniano dichiarava: “Questi apparecchi sono controllati e guidati tramite un satellite collegato a una stazione di terra in Afghanistan e negli Stati Uniti”. Un suo omologo statunitense, dovendo ammettere l’avvenuto abbattimento, s’è affrettato a nutrire seri dubbi sulla possibilità che i tecnici iraniani “avessero esperienza sufficiente per esplorare le componenti tecnologiche del veicolo abbattuto”.

Secondo lui non potevano fornire niente di più delle indicazioni diffuse tramite l’Agenzia France Presse: l’aereo è lungo 4.50 metri per 1.84 di altezza, ha un’apertura alare di circa 26 metri, è munito di apparecchiature per la raccolta dati, è collegato a un sistema radar satellitare e dotato di attrezzatura d’alta sorveglianza. Quest’ultima non è servita a evitare l’intercettazione.

Probabilmente anche la sottovalutazione delle competenze iraniane risultano mero propagandismo del supponente esperto americano. Quello abbattuto non è il primo né sarà l’ultimo drone-spia a praticare violazioni dello spazio aereo che le Forze Nato compiono metodicamente nei confronti di nazioni bollate unilateralmente come terroriste, palese abuso di Convenzioni Internazionali esistenti da decenni e sottoscritte dalla stessa Nato.

In relazione agli scenari del travagliato Afghanistan, al centro nei giorni scorsi del rievocativo quanto inutile vertice di Bonn, una delle certezze sul futuro del Paese è il mantenimento di insediamenti militari strategici da parte della US Army. Ritiro o non ritiro del grosso del proprio contingente, gli americani conservaranno il controllo di tutte le istallazioni di terra predisposte nel decennio di occupazione perché il versante orientale afghano-pakistano rappresenta uno straordinario contrafforte per controllare da vicino la Repubblica degli ayatollah, già marcata a ovest dalle istallazioni Nato in Iraq.

La regione – è pletorico ricordarlo – è e sarà ancora per un buon periodo lo snodo energetico mondiale sul quale sono rivolte le attenzioni anche del gigante russo e delle potenze (Cina e India) di un futuro che è già presente. Su questi territori guerra e pace, e paci armate continueranno a inseguirsi insieme al business. Un affarismo che mescola civile e militare con un trasformismo senza pari ma che, secondo quanto testimonia quella parte della società civile afghana che alza la voce, favorisce i politici locali dal filo occidentale Karzai coi suoi imprenditori parenti o affiliati agli stessi Taliban. Non aiuta affatto il popolo minuto. Per le iniziative civili come scuole e ospedali restano le briciole dei finanziamenti della Comunità Internazionale come più volte ha denunciato, ad esempio Emergency, che presidi sanitari li crea e li fa funzionare.

E’ stato anche più volte ricordato come i presunti finanziamenti “civili” sottoscritti dai nostri governi fungano da supporto solo alla spedizione militare italiana e a chi lavora per lei. In fatto di affarismo è di questi giorni la notizia (svelata da Il Riformista) che Monti ha promosso il primo politico in incarichi di governo.

E’ Paolo Romani, ex ministro dello Sviluppo Economico, nominato da Corrado Passera che in quel ministero l’ha sostituito. Romani sarà consulente per Afghanistan e Iraq, riceve l’incarico in qualità di “esperto” dell’area e della materia trattata. In ballo quanto già avviato dal nostro Paese col governo Berlusconi, di cui Romani è ombra ben oltre gli Esecutivi del passato: la costruzione dell’aeroporto di Herat con piattaforma logistica e ferrovia da occidente.

La realizzazione del gasdotto Tapi, frutto di accordi fra Turkmenistan, dove il gas viene estratto, Afghanistan, Pakistan, vie di passaggio e relativo consumo, infine India dispensatrice finale. Eni, Enel, Saipem le nostre aziende interessate. Una strada inversa al progetto Nabucco, portatore del gas iraniano verso ovest attraverso la Turchia che diventa l’asse centrale di quell’hub energetico sognato da Erdogan. Tapi diversamente da Nabucco è in linea con le sanzioni all’Iran che Washington e Londra dispongono.

A Roma si continua a obbedire, mentre affari e guerra continueranno a essere il leit-motiv dell’occhio rivolto a Oriente.

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