
Faccio parte di una generazione tutto sommato fortunata. Forse l’ultima che ha raccolto dalla voce dei parenti più disparati frammenti di una cultura che si è trasmessa solo oralmente. Un mix di tradizioni e affabulazioni contadine ed urbane con le quali ho convissuto nella mia prima infanzia e che ora, ripeto fortunatamente, continuano ad abitare le mia fantasia. Gli unici momenti in cui ricordo chiaramente, come accade ad altri, la voce di quelle persone. Momenti d’intimità serale in cui questi racconti mi accompagnavano lentamente al buio della notte, un passaggio dolce in cui cercavo di allontanare quella maledetta paura di restare solo nel sonno. Proprio per questo motivo la mia preferenza andava alle storie più lunghe.
Raccontami di quando eri piccolo… Cosa facevate quando c’era la guerra? I racconti spesso erano di miseria, di fame, di paure concrete che si mescolavano con le mie che, solo così, si diluivano e si annebbiavano nella stanchezza serale. Poca cosa, in fondo, il buio.
Si andavano allora costruendo nella mia memoria non solo gli archetipi narrativi della guerra, della fame e della miseria, ma anche, attraverso la loro narrazione, quelli di padre, madre, nonno, zio. Allora mai avrei pensato di dover, a mia volta, raccontare a qualcuno, di utilizzare quelle stesse semplici tecniche narrative, di dover interpretare ed utilizzare quegli stessi archetipi attraverso la mia esperienza. Ma anche di aggiungerne altri quando, inesorabilmente anni dopo, mi sono state ripetute le stesse domande. Cosa facevi quando eri piccolo? Parlami del tuo lavoro… Toccava a me. Ero io, stavolta ed in prima persona, impegnato nel costruire e ricostruire quelle esperienze fondanti, riprodurre cose che erano state, o ritenevo tali, al principio di quello che oggi sono. Ma a queste ne aggiungevo altre i personaggi veri si univano ad altri, di fantasia, caricaturali e paradossali, nell’intento di divertire e di stappare un piccolo sorriso ad occhi già chiusi.

Andavo in un certo senso cristallizzando, me e quanto mi circondava, in quella che Mircea Eliade chiama la trasformazione dell’uomo in archetipo per opera delle ripetizione. La rievocazione mediante il racconto degli eventi e di personaggi, reali o di fantasia, a questo punto poco importa. La narrazione, sempre seguendo Eliade, ha una duplice funzione. Da un lato rende presenti questi fatti fondanti, dall’altro rielabora il passato, ed il presente stesso, proprio in virtù dei primi. La narrazione e l’autonarrazione mi consentivano, così, di situare questi fatti e personaggi fuori dalla storia. Questo consentiva di superare, a me e a chi mi ascoltava, la stringente quotidianità, fatta di piccoli e grandi problemi. Trasferivo me (e gli altri) in un tempo “straniero”, il tempo i cui gli archetipi tentavano di diventare miti per sottrarsi dal tempo presente e dalla morte. Attraverso il racconto tentavo di diventare io padre e di far diventare loro figli.