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Siria, l’orrore di Homs in un ospedale libanese

 

Due settimane fa, “Amina” ha perso suo marito e i suoi due piccoli figli. Anche due gambe. Lascio questo spazio al mio amico e collega Neil Sammonds, ricercatore sulla Siria presso il Segretariato Internazionale di Amnesty International, che ha scritto questo post per il blog “The Wire”. Alcuni nomi sono stati cambiati, alcuni cognomi sono stati omessi per ragioni di sicurezza.

In un letto d’ospedale di Tripoli mi racconta, con una compostezza impressionante, come la sua vita è stata, letteralmente, fatta a pezzi.

“Quando le forze del regime hanno attaccato il nostro villaggio, a un’ora di distanza da Homs, siamo fuggiti e ci siamo rifugiati in una palazzina vuota. Due giorni dopo la situazione sembrava calma, così abbiamo preso la motocicletta per rientrare in città: mio marito davanti, io dietro con mia figlia stretta nel braccio sinistro e in mezzo il figlio più grande, di tre anni. Siamo stati colpiti da un missile, non so di che tipo”.

 

“Amina”, che ho incontrato durante una missione di ricerca in Libano, accusa le forze governative di questo e di altri attacchi. Le limitazioni imposte dalle autorità di Damasco all’ingresso in Siria delle Organizzazioni non governative come Amnesty International, rende difficile accertare in quali circostanze siano avvenuti crimini così orribili.

Il “dottor Nabil”, un medico noto a livello internazionale per le sue ricerche sulle vittime dei conflitti armati, mi spiega che la maggior parte delle ferite in Siria è provocata da colpi di mortaio, che vengono esplosi contro gruppi di persone riunite in luoghi aperti (le scuole, i mercati, le piazze) e che nell’esplosione si frammentano.

I mortai sono armi intrinsecamente imprecise e non dovrebbero essere mai usate in luoghi affollati.

La seconda causa di ferite, nell’ospedale dove opera il “dottor Nabil” sono iproiettili, esplosi dai carri armati, dall’artiglieria, da lanciarazzi o da altri armamentari. Precisa che, secondo le sue stime, solo l’1 per cento delle persone ferite nel governatorato di Homs è stato in grado di superare il confine e raggiungere il suo ospedale a Tripoli.

“I cosiddetti ‘ospedali da campo’ non ce la fanno. In realtà neanche possiamo considerarli ospedali da campo, ma piuttosto ‘ospedali di primo soccorso’ se consideriamo le attrezzature, le medicine e il personale che hanno a disposizione”.

Abd al-Aziz era in uno di questi “ospedali da campo” nel quartiere di Baba Amr, a Homs. Studia Lingue all’università. Un altro “dottore” che opera in un “ospedale da campo” è un negoziante che ha appreso i rudimenti della medicina da solo.

Bassam Wazir, zio di un ragazzino che ha perso una gamba, mi racconta l’enorme tragedia che ha colpito la sua famiglia:

“Otto settimane fa ho seppellito mio fratello, Abd al-Latif Wazir, aveva 23 anni. Il 20 febbraio era andato col suo amico Ahmed dal nostro villaggio, al-Buaydha al-Sharqiyeh, a trovare la zia a Tell al-Shur, a cinque chilometri di distanza. Sappiamo da un vicino arrestato insieme a lui, che è stato portato alla sede dei servizi segreti di Homs. Il 10 marzo mio padre, che avendo 80 anni corre meno rischi di essere arrestato, è andato a chiedere sue notizie all’ospedale militare di Homs. Un infermiere gli ha detto che mio fratello era morto. Per poter portare via il cadavere, mio padre ha dovuto firmare un pezzo di carta su cui c’era scritto che era stato ‘ucciso da un gruppo armato’. Mio fratello non era ricercato dai militari, non faceva parte dell’Esercito libero. Aveva una gamba piena di lividi, il cranio fratturato, segni di elettricità su entrambe le braccia e tre ferite da proiettile nello stomaco e al petto. Di Ahmed non abbiamo saputo più nulla.”

Bassam, lo sguardo malinconico, continua a raccontare:

“Alcuni giorni prima, quando l’Esercito libero si era ritirato da Baba Amr [il 1° marzo 2012], gli shabiha [le bande criminali filogovernative] avevano sgozzato mio cugino Abd al-Hakim Kerabji, un gelataio di 42 anni, e la sua famiglia dentro la loro abitazione nel quartiere di Jober, sempre a Homs. Un centinaio di shabiha con le bandane verdi hanno fatto irruzione. Prima hanno sgozzato mio cugino, poi i suoi figli Louai di 11 anni, Suleiman di otto e Rukaya di cinque. Poi hanno sgozzato suo fratello, Abd al-Bari, di 40 anni. Sua moglie, Mayada, l’hanno pugnalata allo stomaco e al petto, ma per un miracolo è sopravvissuta. Non facevano parte dell’Esercito libero, non militavano nell’opposizione. A differenza di noi, neanche andavano alle manifestazioni…”

Il racconto di Muhammad Sabouh descrive molto bene come la vita di intere famiglie venga distrutta e i sopravvissuti rimangano privi di giustizia, negli scambi di accuse e controaccuse tra governi e opposizione.

Prende dal taschino un foglio su cui sono riportati 29 nomi. Scorre l’elenco:

“Questo è mio padre, questo mio nonno, questo uno zio, questo un altro zio, mia zia, mio cugino, mia nipote, mio nipote… e questo bambino”.

La maggior parte delle 29 persone è stata sgozzata a Basateen, nel quartiere di Baba Amr a Homs. Uno di quegli episodi su cui le due parti si scambiano accuse. Altre tre sono state colpite da un missile Grad e un altro, un infermiere, in un attacco contro l’ospedale da campo di Baba Amr.

Ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, penso a quanto sarebbe importante poter svolgere liberamente indagini sulle violazioni dei diritti umani in Siria. Che hanno da perdere le autorità di Damasco se, come dicono, questo orrore che ho visto è colpa dei “gruppi armati terroristi”?

Questo articolo è stato pubblicato qui


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