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Siria. Le bombe convenzionali fanno più male di quelle chimiche

L’attacco chimico a Sukkari, nel quartiere di Aleppo, ha intossicato nei giorni scorsi un’ottantina di persone senza ucciderne nessuna. Un mese fa, sempre ad Aleppo est, un altro presunto attacco chimico aveva ucciso una donna e i suoi due figli. Il giorno dopo l’ultimo attacco a Sukkari, un bombardamento con barili-bomba – armi tanto tradizionali quanto artigianali – ha ucciso oltre dieci persone.

(da Lo Strillone di Beirut, Limesonline).

Questi numeri aiutano a comprendere quanto nella guerra siriana le armi chimiche – per lo più gas sarin e cloro – facciano molte meno vittime delle armi “normali”. Eppure, ogni attacco chimico riporta la Siria in apertura di giornali e telegiornali. Non importa se a morire siano due persone rispetto alle decine uccise giornalmente da raid aerei, colpi di artiglieria, attacchi dinamitardi, quel che importa è il riferimento al “chimico”.

Secondo il rapporto del 26 agosto della Commissione congiunta dell’Onu e dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac), incaricata dal 2013 di condurre inchieste in Siria per verificare le denunce di attacchi chimici, l’attacco più letale si è verificato ad agosto 2013 nella periferia di Damasco: secondo le opposizioni più di mille persone, tra cui moltissimi civili, furono uccisi.
Per quell’attacco nessuna verità è mai emersa e probabilmente mai emergerà. Da più parti, in particolare in Occidente e nei paesi arabi del Golfo, si puntò il dito contro le forze governative e i loro alleati, che cercavano di sconfiggere la resistenza degli insorti attorno alla capitale. Il governo siriano e i suoi alleati negarono ogni accusa e rilanciarono, accusando l’Arabia Saudita e le opposizioni armate – che controllavano la zona colpita – di aver compiuto l’attacco per scatenare una reazione occidentale contro Damasco. Gli Stati Uniti dopo l’attacco reagirono affermando di esser pronti a una campagna militare contro il regime della famiglia Assad, indicata come colpevole dell’attacco, ma in poche settimane gli Usa e la Russia si accordarono per una soluzione politico-diplomatica che evitò l’intervento militare.

A parte questo drammatico e triste episodio, gli altri attacchi chimici – dall’Onu-Opac attribuiti per lo più al regime e solo in alcuni casi all’Is o alle forze delle opposizioni – hanno ucciso qualche decina di persone in tutto. Non c’è paragone con i bilanci di decine di migliaia di morti causati da bombardamenti con armi tradizionali, con le torture nelle carceri, con l’imposizione di assedi medievali a città e cittadine siriane.
Nell’immaginario dell’opinione pubblica araba e occidentale, così come in quello dei capi-redattori e dei redattori dei media occidentali e arabi, l’attacco chimico evoca visioni apocalittiche riassunte in distese di corpi senza vita, senza segni apparenti di violenza sul corpo, a ricoprire lande desolate costellate da carcasse di animali anch’essi colpiti dalla morte invisibile.

Si dice “attacco chimico” e si pensa alle campagne anti-curde compiute dal defunto presidente iracheno Saddam Hussein negli anni Ottanta al confine con l’Iran (Halabja su tutte). Si pensa al fungo atomico, alle suggestioni cinematografiche del Day After, a un mondo avvelenato per sempre e senza vita. Si pensa, senza ragionare.
Si agisce di istinto senza rendersi conto che una bomba al cloro è assai meno letale di un tremendo barile-bomba, che quando scende dal cielo annuncia con un fischio pauroso il suo arrivo e la sua distruzione imminente.

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