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Simona Atzori: "Cosa ti manca per essere felice?"

Dipinge con la bocca e con i piedi e, quando danza, non vedi che il Signore l’ha disegnata senza braccia. Perché la sua marcia in più è il sorriso e a ferirla sono solo i limiti che gli altri le impongono. In un libro la sua felicità...

“Perché ci identifichiamo sempre con quello che non abbiamo, invece di guardare quello che c'è? Spesso i limiti non sono reali, i limiti sono solo negli occhi di chi ci guarda. Dobbiamo fermarci in tempo, prima di diventare quello che gli altri si aspettano che siamo. È nostra responsabilità darci la forma che vogliamo, liberarci di un po' di scuse e diventare chi vogliamo essere, manipolare la nostra esistenza perché ci assomigli…”.

Simona Atzori è una ballerina, una pittrice ed una scrittrice. Cosa ha di particolare? Lo sguardo solare, l'energia, la voglia di fare e quella autoironia che la fa sorridere dei limiti che gli altri vedono in lei. Perché gli altri, quando la incontrano, spesso vedono solo che è nata senza braccia.

Ma lei ci ricorda che “non importa se hai le braccia o non le hai, se sei lunghissimo o alto un metro e un tappo, se sei bianco, nero, giallo o verde, se ci vedi o sei cieco o hai gli occhiali spessi così, se sei fragile o una roccia, se sei biondo o hai i capelli viola o il naso storto, se sei immobilizzato a terra o guardi il mondo dalle profondità più inesplorate del cielo. La diversità è ovunque, è l'unica cosa che ci accomuna tutti”.

Hai da poco pubblicato il libro “Cosa ti manca per essere felice?”, edito da Mondadori. Tu sei felice?

Adesso sono felice, smodatamente, spudoratamente felice. Ed è una gioia raccontarla, questa mia felicità. Tutti siamo diversi, e meno male, altrimenti vivremmo in un mondo di formiche. Non c'è nulla che non possa essere fatto, basta trovare il modo giusto per farlo. Io tengo il microfono con i piedi, altri con le mani, altri ancora lo tengono sull'asta. Sta a noi trovare il modo giusto per noi. Io credo nella legge dell'attrazione: quello che dai ricevi. Se trasmetti amore, attenzione, serenità; se guardi alla vita con uno sguardo costruttivo; se scegli di essere attento agli altri e al loro benessere; se conservi le cose che ami e lasci scivolare via quelle negative, la vita ti sorriderà. Se avessi avuto paura sarei andata all'indietro, invece che avanti. Se mi fossi preoccupata mi sarei bloccata, non mi sarei buttata, avrei immaginato foschi scenari e mi sarei ritirata.

Quando hai scoperto la danza e la pittura come forma di espressione di te?

L’ho scoperta da bambina anche se ora, pensando e tornando indietro con la mente, considerando che ho cominciato a dipingere a 4 anni e a danzare a 6, mi viene da dire che non sono stata io a scegliere queste passioni, ma che sono state loro a scegliermi. Attraverso di loro riesco ad esprimere il mio mondo. Attraverso di loro riesco ad esprimere quello che ho dentro.

Quando la “disabilità”, se così la possiamo definire, è un punto di forza?

Io non uso la parola disabilità… sono nata così, senza braccia. Il Signore mi ha disegnata in questo modo, nel progetto divino della mia creazione non era previsto che avessi le braccia. Erano previsti dei piedi meravigliosi che avrebbero svolto la funzione delle mani!

Cosa hai dentro?

Penso che le persone siano come tanti piccoli mondi… Ed il mio è un mondo fatto di tanti colori, tante sfumature. Tanta voglia di vivere e di scoprire questi colori in positivo e in negativo.

Quanto è stato fondamentale il supporto della tua famiglia?

Fondamentale: senza loro, la normalità della nostra vita non sarebbe stata possibile o magari sarebbe stato tutto diverso. Io non ho mai sentito di avere qualcosa di diverso dagli altri. Loro mi hanno accolta, non accettata, che sarebbe diverso perché l’accettazione implica uno sforzo. L’accoglienza ha un altro sapore.

Quando incontri qualcuno cosa vedi nel suo volto?

Quando incontro qualcuno per la prima volta, vedo che il primo problema è il saluto. Tutti si domandano: “Come la saluto?”. Ma esistono gli abbracci e i baci! La prima cosa che faccio, allora, è baciare le persone che incontro. La prima cosa che faccio è sorridere. Tante volte mi hanno detto che ho la capacità di togliere l’imbarazzo iniziale.

Sei andata via dall’Italia per 5 anni: perché sei tornata? Non pensi mai di fuggirne?

Ho vissuto 5 anni in Canada e sono tornata più forte, perché ho conosciuto una terra meravigliosa da un punto di vista sociale. Lì davvero è importante la persona, al di là delle diversità che uno può avere, e lì ce ne sono parecchie viste le innumerevoli razze che si sono integrate tra loro. Lì la diversità è una ricchezza. Con questa consapevolezza sono tornata in Italia e mi sono sentita molto più forte e credo che tante cose che abbiamo, come la nostra creatività, devono essere usate per capire che non dobbiamo aver paura della diversità. Comunque continuo a viaggiare moltissimo!

Quando ti sei resa conto che nello sguardo delle persone non c’era compassione, ma che eri come tutti gli altri?

Mi è capitato proprio in Canada alla mostra di laurea: le persone non erano interessate minimamente a chi fosse la pittrice, ma alla sua opera, all’arte per l’arte.

Cosa ti ferisce?

I limiti che vedono gli altri in me, quando mi dicono che non possono fare determinate cose. Il problema è che gli altri non vedono cosa io sono in grado di fare. I limiti io li voglio togliere. Spesso non conoscere le cose crea paura. Quando si ha paura, per “ignoranza”, la si etichetta. E lo facciamo con la disabilità, ma anche quando ci poniamo di fronte ad altre forme d’amore, ad altre malattie, a cose che sentiamo lontane…

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