“Come abbattere un regime” è un piccolo manuale per organizzare azioni di liberazione sociale non violenta (www.chiarelettere.it, 2011).
L’autore è Gene Sharp, uno studioso americano che nel 1983 ha fondato l’Albert Einstein Institution: www.aeinstein.org. Il libro “si basa su oltre quarant’anni di ricerche e testi su lotta non violenta, dittature, sistemi totalitari, movimenti di resistenza, scienze politiche, analisi sociologiche e altri campi” (p. 122). E giustamente Sharp sottolinea che la caduta di un regime implica quasi sempre un certo numero di vittime e “apre la strada a un duro e faticoso lavoro per costruire relazioni sociali, economiche e politiche e sradicare altre forme di ingiustizia e oppressione” (p. 8).
Comunque a conferma della validità di questo testo c’è questa considerazione molto significativa: “Sebbene non siano stati compiuti sforzi per pubblicarlo in altri paesi, hanno preso a diffondersi spontaneamente traduzioni in varie lingue” (una trentina). Infatti questo saggio è stato pubblicato dall’associazione Civic Initiatives e ha contribuito al rinnovamento della coscienza civile serba e alla caduta del presidente Slobodan Milosevic. E il movimento giovanile serbo “Otpor” ha ispirato il movimento giovanile egiziano “Gruppo 6 aprile” (che ha approfittato della rivoluzione tunisina).
Del resto tutto il mondo è paese e “la nozione di base è semplice: se un numero sufficiente di subordinati si rifiuta di collaborare abbastanza a lungo e nonostante la repressione, il sistema oppressivo si indebolirà fino al collasso” (p. 79). Chiaramente i gruppi di attivisti devono essere in grado di dialogare con i media, di coordinare i cittadini e di pianificare interventi mirati, sia per ridimensionare i poteri dei dittatori, sia per evitare lo sviluppo di nuovi regimi. La filosofia politica d Sharp prevede quasi sempre la non violenza, poiché “confidando nella violenza, si sceglie un terreno di lotta in cui gli oppressori hanno quasi sempre la superiorità” (p. 14).
Bisogna però ricordare che “a prescindere da analogie e affinità, ogni storia è sempre una storia a sé” (Matteo Tacconi, giovane giornalista cosmopolita; http://radioeuropaunita.wordpress.com). Comunque la ricerca umana di maggiore libertà è in costante crescita: si è passati dai 54 paesi liberi del 1983 alle 89 nazioni del 2009 (dati della fondazione www.freedomhouse.org, ci sono le traduzioni in alcune delle lingue più diffuse del pianete). Questo succede anche perché le nuove tecnologie favoriscono la diffusione delle informazioni e il confronto diretto con molti altri popoli, e ciò permette di forzare la corazza delle abitudini più o meno servili, “Poiché il tiranno ha il potere di infliggere solo ciò a cui noi non abbiamo la forza di resistere” (Krishnalal Shridharani, 1939).
Però secondo me, le rivoluzioni più profonde le faranno gli scienziati. D’altra parte il professor Vincenzo Balzani dell’Università di Bologna ha affermato: “Ogni scienziato corre un grave rischio. La passione per quel che fa può tenerlo chiuso in un laboratorio facendogli perdere i contatti con le necessità del mondo reale. E questa è una cosa che non possiamo permetterci. Abbiamo delle competenze ed è nostro dovere metterle a disposizione della collettività” (www.gagarin-magazine.it, giugno 2011). Attraverso una rivoluzione energetica, si potrebbe attuare una cogestione pubblica e privata dell’energia. Intanto segnalo questo sito: www.energiaperilfuturo.it.