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Riflessioni sull’Art Brut

Art Brut è un concetto introdotto dal pittore Jean Dubuffet alla fine della Seconda Guerra mondiale per identificare le opere d’arte create senza intenzione artistica o estetica, ma obbedendo piuttosto a un bisogno, a una pulsione creatrice o espressiva.

Art Brut è un concetto introdotto dal pittore Jean Dubuffet alla fine della Seconda Guerra mondiale per identificare le opere d’arte create senza intenzione artistica o estetica, ma obbedendo piuttosto a un bisogno, a una pulsione creatrice o espressiva. Il pittore ideatore di questa corrente collezionò i disegni e i graffiti di bambini e di malati di mente e questa collezione oggi fa parte del museo dell’Art brut a Losanna, Svizzera.

L’art brut è piena di emozioni e racconta storie di vita, sempre forti e talvolta sconvolgenti: storie di dolore ed isolamento, dove l’arte è un’attività necessaria e quotidiana, e spesso una chiave di sopravvivenza alla reclusione e all’emarginazione. Come scrive Vojislav Jakic, a margine delle sue tele enormi «questo non è un disegno o una pittura: è una sedimentazione del dolore». Le biografie proposte dall’art brut sono inquietanti perché racconti in presa diretta dalle istituzioni totali, quelle che sequestrano le persone contro la loro volontà per una depressione o un accesso mistico, perché silenziose o troppo agitate.

Spesso e volentieri le mostre di Art Brut rappresentano la testimonianza diretta di persone che hanno attraversato il deserto della sofferenza umana e della solitudine sociale. Il processo creativo è anche però "situazione" che si basa sulla possibilità che ciascuno ha, in particolari condizioni ambientali "interne" ed "esterne", di lasciare emergere contenuti ed immagini, di dare forma a materiale indefinito. Le osservazioni di E. Kris, la riflessione di J. Chasseguet-Smirgel sulla finalità riparatrice dell’attività creativa e, soprattutto, in un’ottica relazionale, il pensiero di D. Winnicott, con le nozioni di "oggetto transizionale" e di "spazio intermedio", rappresentano utili punti di vista sul costituirsi del processo creativo e sulla potenzialità terapeutica dell’arte.

Tra le varie possibilità di utilizzo degli oggetti mediatori quelli rappresentati dalle attività artistiche espressive hanno senza dubbio un’importanza centrale tanto che da più parti viene sottolineato come l’arte, nelle sue varie espressioni, stimola la relazione, crea un clima positivo, favorisce la ricerca personale. Attraverso il processo di mediazione rappresentato dall’attività espressiva si definisce infatti uno spazio personale per l’espressione di contenuti emotivi. Questo itinerario, unito alla riacquisizione di abilità che rappresentano un contatto con la realtà, all’inserimento nella realtà sociale e all’importante momento di risocializzazione tramite il gruppo, fa sì che l’uso di tecniche espressive in ambito psichiatrico rappresenti oggi un’insostituibile supporto per la presa a carico della relativa utenza.

L’utilizzo di attività quali il disegno, la pittura, la ceramica ecc. in psichiatria, dopo un primo periodo in cui venivano considerate divertimento ed evasione, si e sviluppato in modo strutturato con valenze terapeutiche a partire dagli anni ’40.

Numerosi studi ed osservazioni hanno permesso di identificare una serie di processi favoriti dall’utilizzazione di queste tecniche che possiamo raggruppare nel seguente elenco:

* lotta contro l’apragmatismo offrendo un’occupazione; * apporto di soddisfazioni narcisistiche che possono permettere di scoprire eventuali vocazioni artistiche; * sviluppo di modalità supplementari di espressione e comunicazione; * espressione di conflitti difficili da verbalizzare; * sviluppo di attitudini sociali mediate dal lavoro di gruppo; * realizzazione di alleanze terapeutiche; * accesso a simbolizzazioni attraverso i processi creativi.

In questa ottica occorre un atteggiamento degli operatori che sappia porsi come mediazione fra gli stimoli dell’ambiente e le realizzazioni tecnico-espressive, e d’altro lato sia in grado di creare i presupposti e stimolare l’interesse per un’attività con cui spesso i nostri utenti non hanno l’abitudine del quotidiano.

L’evoluzione dell’assistenza socio-psichiatrica e, in particolare, l’utilizzazione di strutture intermedie ha portato alla realizzazione di relazioni meno stereotipate con ruoli formali più "giocati" che "agiti" fra operatori ed utenti.

Per realizzare questa tipologia d’intervento è fondamentale per gli operatori agire, oltre che nell’attivazione delle abilità dell’utente, anche sulla variabile società individuando gli strumenti e gli itinerari più adatti a renderla il più possibile accogliente. Infatti e abbastanza facile, lavorando nel territorio, imbattersi nel rischio che, pur rimanendo all’interno del suo gruppo di appartenenza, non più materialmente espulso, il paziente psichiatrico rimanga ancora una volta isolato dal vivo dei rapporti interpersonali.

Importante diventa quindi utilizzare tutte le attività che, a partire dal contesto psichiatrico, tendono a favorire le relazioni e le comunicazioni con chi sta intorno e con la società, che, in generale, possono essere considerate come appartenenti al campo d’azione della socioterapia. La tecnica specifica ad ogni singola attività diviene così l’oggetto mediatore della relazione superando in questo modo le barriere create dal disagio psichico e dalle "regole istituzionali".

Concludendo va però sottolineato che le tecniche socioterapeutiche sono però anche realizzate a partire dalle piccole cose quotidiane ed iniziano proprio da queste, stare vicino ad un paziente, aiutarlo nella cura di se, nelle attività di ogni giorno, e portarlo un poco alla volta verso competenze sempre più mature e socializzanti per rendergli il senso di persona viva e partecipe sono i migliori metodi operativi per la trasformazione del disagio relazionale espresso dagli utenti.

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