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Ridurre i prezzi del gas in Sardegna, un obiettivo più improbabile delle profezie Maya

Sarebbe bello se i Maya non avessero del tutto torto. Se il 21.12.2012 invece che la fine del mondo annunciasse qualche cambiamento, partendo dalle piccole cose. Viene da dirlo in questi giorni, quando le basse temperature ci costringono ad accendere lo scaldino a gas. E a domandarci, qui in Sardegna, fino a quando potremmo ancora permettercelo.

Il Gpl. Ventidue milioni di multa e non sentirli. Così i prezzi del Gpl in Sardegna restano i più alti d’Italia, mentre la concorrenza è un lontano miraggio. La multa è quella che l’Autorità Antitrust ha applicato a Butan Gas e Liquigas, le due principali (e quasi esclusive) compagnie di distribuzione del Gpl nell’Isola, per “avere posto in essere un’intesa restrittiva della concorrenza consistente nella definizione congiunta delle variazioni dei listini del Gpl in bombole e in piccoli serbatoi”.

In poche parole se a Cagliari o Nuoro una bombola da 15 kg costa da 38 a 42 euro e a Palermo 20 è perché lorsignori hanno bloccato i listini al rialzo, in barba a qualsiasi forma di concorrenza. La condotta andava avanti dal 1995, ed è stata smascherata grazie alla segnalazione di un sassarese che da qualche tempo aveva pesanti sospetti sul mercato del gpl nell’isola, Tore Sanna, 65 anni, perito del Petrolchimico di Porto Torres in pensione.

Inutile dire che dalla segnalazione del 2006 alla condanna definitiva del 23 maggio scorso (sentenza del Consiglio di Stato) nulla è cambiato.

Ipotesi metano. In questi casi si dice: siamo alla “canna del gas”. Magari. La soluzione per abbassare la bolletta del gas del 30-40% ci sarebbe, e si chiama GALSI.

È il progetto del grande metanodotto proveniente dall’Algeria nato per soddisfare la richiesta di molte industrie energivore e abbandonare il Gpl.

Il primo accordo tra Italia e Algeria è del 2001, quando alla guida della giunta regionale c’è Mauro Pili (e Roberto Baggio gioca ancora col Brescia). Il progetto prevede la realizzazione di un gasdotto tra l’Algeria, Sardegna e Toscana: 900 km, di cui circa 600 in mare. Con i suoi 2885 metri di profondità massima nel tratto in mare tra Algeria e Sardegna il Galsi sarebbe il gasdotto più profondo mai realizzato.



Sarebbe, appunto, perché le notizie di queste settimane non fanno presagire nulla di buono. Innanzitutto c’è l’inchiesta per presunti reati di corruzione internazionale, che oltre ad aver fatto saltare i vertici della società italiana controllata dall’Eni ha travolto anche la Sonatrach, l’azienda algerina capofila, con un capitale del 41%, del gasdotto Galsi, insieme a Edison, che detiene il 20%, Enel con poco meno del 16, Hera con il 10 e la Regione Sardegna con una piccola quota.

Poi c’è il braccio di ferro del Governo con la Sonatrach per il calcolo delle tariffe.

E infine ci siamo noi Sardi, che facciamo ogni sforzo per ritardare i lavori. Puntuale come un orologio svizzero si è formato un comitato del “no”, autodefinitosi NO-GALSI, a rappresentare la solita minoranza che vuole decidere per tutti.

«La preoccupazione è tanta – ha spiegato al quotidiano “La Nuova Sardegna” Tore Cerchi, presidente della Provincia Carbonia-Iglesias - e anche questa volta le colpe dobbiamo cercarle all’interno della Sardegna. Perché quelle resistenze sull’ubicazione delle stazioni di arrivo del tubo dall’Algeria, di quelle di pompaggio e di trasferimento credo che abbiano influito moltissimo nei ritardi. Le guerre di campanile hanno come al solito danneggiato tutta la comunità sarda. Le troppe resistenze – ha continuato il presidente della Provincia Sulcis – hanno contribuito a ritardare l’inizio dei lavori, visto che i progetti non potevano essere ancora definitivi. E ora – ha concluso Tore Cherchi – la pesante crisi economica, il calo dei consumi e il dibattito interno in corso in Algeria su possibili scambi del gas su altre rotte, stanno mettendo seriamente in dubbio tutto il progetto».

Se i Maya avessero ragione, la fine del mondo ci coglierà al freddo.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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