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Riconoscimento facciale allo stadio: a Udine istallato il primo sistema

Prosegue la criminalizzazione dei tifosi negli impianti sportivi. A Udine, in occasione della finale degli europei di calcio under 21, la prima sperimentazione del riconoscimento facciale elettronico in uno stadio italiano.

di Max Mauro

La cosa è passata quasi inosservata nei mass media nazionali, ma la finale dell’Europeo di calcio maschile Under 21, tenutasi a Udine il 30 giugno, rimarrà nella storia come la prima sperimentazione del riconoscimento facciale elettronico in uno stadio italiano. Dandone la notizia, il quotidiano locale Il Messaggero Veneto sottolinea che “il debutto avviene a pochi giorni dall’approvazione del Decreto sicurezza bis”. Il richiamo non è casuale e nemmeno irrilevante, ma la conferma di come gli eventi sportivi di massa siano terreno di pratica delle politiche repressive portate avanti da molti governi, nel ricco occidente europeo come in altre parti del mondo.

Al di là dell’ansia da scollamento con il corpo elettorale e con la società, c’è un filo sottile ma molto duttile che lega le politiche repressive (presentate come “securitarie”) dei governi delle democrazie occidentali. E’ l’uso taumaturgico della tecnologia. Fateci caso, ogni volta che si affrontano problemi strutturali del sistema capitalistico, quali le molteplici implicazioni del cambiamento climatico, la gestione del traffico veicolare nelle città, i tagli al personale nelle aziende e amministrazioni pubbliche, la gestione delle frontiere, c’è sempre qualcuno che con somma autorevolezza assicura: la soluzione c’è, basta affidarsi alla tecnologia! L’esempio più recente è il candidato a succedere Theresa May nella carica di primo ministro del tribolato Regno Unito. L’ex-sindaco di Londra Boris Johnson (politicamente, un incrocio tra Toninelli e Bombolo), ha assicurato che la soluzione al problema del confine tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda è nella tecnologia. Grazie alla “tecnologia” sarà possibile controllare il passaggio di merci e persone senza compromettere lo status quo. Sia a Dublino che a Belfast, i diretti interessati hanno sollevato gli occhi al cielo, memori degli enormi sforzi compiuti per raggiungere il trattato di pace del 1999. Nessuno nell’isola vuole i controlli alle frontiere, e questa è una delle questioni più calde del Brexit, ma Johnson fa finta di non accorgersene e si affida a quella che nel credo neoliberista appare come la panacea di tutti i mali.

La tecnologia torna particolarmente utile quando si tratta di controllare e sorvegliare i cittadini, tutti dei potenziali criminali agli occhi dello stato. Esperimenti di controllo facciale di massa sono stati introdotti in Cina e in Qatar (notori modelli di democrazia), e i risultati non appaiono incoraggianti. Le tecnologie sono fallaci e imprecise nel riconoscere le persone, ma gli effetti immediati e certi sono di accrescere il senso di insicurezza di tutti. Tornando allo sport, e in particolare al calcio, il primo esperimento a grande scala è stato un fallimento madornale.

Il controllo di riconoscimento facciale (in inglese noto con l’acronimo AFR – Automated Facial Recognition) è stato utilizzato in occasione della finale di Champions League del 2017, uno degli eventi sportivi più militarizzati del recente passato. Da quanto riportato dalla BBC, vennero raccolte 2,470 “facce”, e nel 92% dei casi i dati non collimavano. Andò ancora peggio un paio di mesi più tardi, quando la Metropolitan Police di Londra introdusse l’AFR in occasione del popolare carnevale di Notting Hill. In quel caso, il sistema fallì nel 98% dei casi, allertando ingiustamente la polizia della presenza di potenziali criminali i cui dati erano già in loro possesso. Nonostante ciò, la polizia britannica assicura che continuerà a sperimentare questa tecnologia, confidando in miglioramenti futuri. Questa prassi potrebbe tuttavia essere compromessa dalle azioni legali di alcuni cittadini che hanno denunciato le forze di polizia per una forma indiscriminata e invasiva di raccolta dati.

Gli eventi sportivi sono un terreno piuttosto fertile per le aziende che producono queste tecnologie, aziende che, va detto, come tutto il settore militare operano in sinergia con governi ed eserciti. Esperimenti sono stati fatti nel 2018 in tre stadi in Uruguay e recentemente anche nel Football Americano, la NFL statunitense. Meno fortunati sono stati fino ad ora i tentativi in Europa, dove i tifosi, ultras o meno, si oppongono ad ulteriori forme di criminalizzazione degli spettatori. Un tentativo fatto in Scozia nel 2017 è naufragato per l’opposizione delle associazioni di “football fans”. Ora è il turno dell’Italia.

Probabilmente, il Ministero dell’Interno e la Federazione Italiana Giuoco Calcio hanno ritenuto che Udine fosse una piazza “tranquilla” e più abbordabile per provare le tecnologie di riconoscimento facciale. Di certo, non sarà così facile in piazze calde come Roma o Milano (nonostante le pubblicizzate amicizie del ministro dell’interno con alcuni gruppi di ultras di estrema destra).

Ma come funziona l’AFR? Il sistema utilizzato a Udine è stato fornito dalla Reco 3.26, un’azienda con sede a Lecce che lavora a stretto contatto con il ramo del CNR (Consiglio nazionale delle ricerche) dedicato ai sistemi di intelligenza artificiale, il CNR-INASI (Istituto di Scienze Applicate e Sistemi Intelligenti), che ha sede in provincia di Napoli. Il sistema introdotto a Udine è un’evoluzione del Sistema Automatico di Riconoscimento Immagini (SARI) finanziato dal Ministero dell’Interno con un appalto del gennaio 2017 per un costo di 2milioni e 138mila Euro. Vi risparmio Google e Wikipedia e vi confermo che il ministro dell’interno al tempo era Marco Minniti, vera anima e corpo delle ossessioni securitarie dei neoliberisti italici.

Alla base di SARI, come di tutti questi sistemi, è l’ennesimo algoritmo. Un rappresentante dell’azienda ha spiegato al quotidiano di Udine: “L’algoritmo che sta alla base del software consente di rilevare l’immagine del volto della persona, estrapolarne le caratteristiche biometriche e confrontarle in tempo reale con un database di riferimento al fine di individuare preventivamente la presenza di persone a cui non è consentito l’accesso alla struttura”. Insomma, tutto lineare, pulito, efficiente. Tecnologico. Almeno in attesa del primo blackout o crash informatico, o sperabilmente di azioni di resistenza pubblica e legale che potrebbero mandare all’aria i piani di Salvini, Minniti e compagnia cantante.

Una nota a concludere. Tanta dedizione nel “proteggere” i cittadini da loro stessi dovrebbe essere a modello per le stesse forze dell’ordine. Per esempio, le forze dell’ordine potrebbero introdurre i codici identificativi per gli agenti impegnati in operazioni di ordine pubblico. Questo per semplice equità e correttezza: visto che tutti dobbiamo essere “identificati” perché non dovrebbero esserlo anche gli agenti? La campagna Codici Identificativi Subito è stata lanciata da Amnesty International Italia e può essere sottoscritta seguendo il link o visitando il sito dell’associazione.

Foto: Matteo Favi/Wikipedia

Questo articolo è stato pubblicato qui

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