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Reddito di cittadinanza: i meridionali "sfigati e presi in giro" dal M5S

Gli strascichi della squallida campagna elettorale condotta nella più totale indifferenza verso i reali problemi della società italiana si sono allungati oltre la data del 4 marzo. 

Uno dei temi che ha tenuto banco durante la campagna elettorale è stato il reddito di cittadinanza. Tema complesso e molto sentito da larghi strati della Società italiana. Eppure nonostante il crescente impoverimento della Società italiana, la realtà di un lavoro sempre più precario, di processi di innovazione tecnologica che espellono mano d’opera ponendo il problema della redistribuzione della ricchezza prodotta non solo ai fini della sopravvivenza delle fasce sociali espulse dal sistema ma anche per evitare, come è stato evidenziato da alcuni studi, una crisi di sovrapproduzione, si continua imperterriti ad alimentare sciocche e pretestuose polemiche. 

Durante la campagna elettorale tutta la stampa di regime si è accanita evidenziando la presunta insostenibilità finanziaria della proposta avanzata dal M5S, le cifre sbandierate parlano di una spesa insostenibile compresa tra i 60 e i 70 miliardi di euro. Nessun media e nessun candidato che abbia avuto il buon senso di leggere la proposta e controbattere nel merito. La polemica è continuato ben oltre le elezioni fino al punto da far circolare, da parte di molti quotidiani, per primo a quanto pare la Gazzetta del Mezzogiorno, la notizia dei CAF presi d’assalto dai soliti meridionali che chiedevano i moduli per presentare la domanda per accedere al reddito di cittadinanza.

Da questa notizia emerge la stigmatizzazione dei meridionali i quali, oltre ad essere scansafatiche e assistiti, sono degli sciocchi che hanno creduto alla bufala del M5S. Che la notizia, poi, parta da un giornale meridionale la dice lunga sul fatto che purtroppo il rapporto tra ceti dominanti del nord e ceti dominanti del sud continua a sussistere negli stessi termini denunciati da validi studiosi meridionalisti come Salvemini e Dorso. In quella notizia c’è la stigmatizzazione della plebe che ha osato ribellarsi votando M5S. Eppure non ci voleva molto a capire che il Reddito di Cittadinanza proposto dal M5S non avesse nulla a che vedere con il principio di garantire un reddito a tutti indipendentemente dalla ricchezza posseduta. 

Quella del sostegno a chi versa in condizioni di disagio economico e di povertà è una materia complessa, trattata diversamente dai Governi dei vari Stati. Non è un caso che si parli di reddito di cittadinanza, di reddito di base, di inclusione, di accompagnamento, ecc. Se ci fosse stata una campagna elettorale degna di questo nome, il dibattito e il confronto politico avrebbero avuto per tema le proposte di legge già avanzate nella scorsa legislatura e quanto è stato fino ad ora fatto. Invece si è preferito parlare del nulla. Come ben illustra l’economista Stefano Toso, docente di Scienza delle Finanze nella Scuola di Economia, management e statistica dell’Università di Bologna in un saggio pubblicato da il Mulino dal titolo “ Reddito di cittadinanza o reddito minimo”, il dibattito in Italia parte da lontano dal 1997 all’epoca del primo Governo Prodi e della Commissione Onofri e dalla sperimentazione del reddito minimo di inserimento.

Non voglio entrare nel merito della proposta, solo sottolineare che sono due decenni che se parla ed oggi è diventato un problema non più rinviabile. Per le implicazioni che ha, il dibattito è vasto e complesso come mostra il saggio curato da P. Van Parijs e Y. Vanderborght dal titolo “Il reddito di base. Una proposta radicale” Ed. da il Mulino. Il saggio, per quanto ampio, merita di essere letto insieme agli scritti di Rawls, Dworkin, Friedmann, Ackerman, solo per citarne alcuni. E’ questo l’unico modo per comprendere fino in fondo la questione e come essa attenga al dibattito sulla giustizia sociale in un contesto egemonizzato dalla cultura Liberale. 

A partire dalla lettera ai Tessalonicesi di S. Paolo di Tarso in cui scriveva <<Chi non lavora, non mangi!>>; passando per la legislazione sulla povertà voluta da Elisabetta I Tudor; fino all’art 12 della Costituzione dell’URSS del 1936 che recitava “Il lavoro è nell’URSS dovere e oggetto d’onore per ogni cittadino atto al lavoro, secondo il principio << Chi non lavora non mangia>>”; per giungere fino ad Adriano Celentano che con più leggerezza cantava “Chi non lavora non fa l’amore”, l’idea di un reddito separato dal lavoro ha sempre posto dubbi e perplessità.

Tornando in Italia ai giorni d’oggi, nel suo saggio il prof. Toso scrive: << Per discutere del reddito minimo in Italia è bene partire da una riflessione sulla spesa pubblica per l’assistenza nel nostro paese. L’opinione condivisa dagli studiosi è che essa sia afflitta da alcuni problemi strutturali. Questi problemi consistono in: una netta superiorità dei trasferimenti in moneta, gestiti quasi totalmente a livello statale, rispetto ai trasferimenti in natura(servizi); un’elevata frammentazione e categorialità dei programmi di spesa, scarsamente coordinati tra loro; il ricorso a criteri di selettività economica non omogenei (reddito imponibile Irpef, Isee) ; la mancanza di un istituto non categoriale di contrasto della povertà, sulla falsariga di quelli esistenti negli altri Paesi U.E.; la notevolissima disparità territoriale nell’entità di interventi e servizi socio – assistenziali dei Comuni. Si aggiunga, come naturale conseguenza di tutto ciò, una performance redistributiva della spesa complessivamente deludente>>.

La spesa complessiva relativa al 2014 ammonta ad oltre 72 miliardi di €. Non credo che dal 2014 ad oggi la situazione sia migliorata. Dall’analisi dei dati e dai provvedimenti adottati emerge la frammentarietà e la mancanza di una visione complessiva degli interventi dei quali solo una minima parte tesi a contrastare la povertà. Lo stesso Toso sottolinea come sia proprio la mancanza di un istituto simile al reddito minimo la causa dell’alto numero di persone a rischio povertà in Italia a differenza degli altri Paesi UE. Dalla lettura del saggio di Stefano Toso emergono le proposte sin qui avanzate. 

Il primo ad aver parlato del reddito di cittadinanza è stato il M5S durante la campagna elettorale del 2013. A proporre il primo disegno di legge è stato il PD poco dopo le elezioni del 2013. A seguire: M5S e Sinistra Ecologia e Libertà. A due anni di distanza dalla prima proposta la Senatrice Guerra, allora del PD, poi presidente del Gruppo di Art.1 Mdp al Senato, candidata per LeU in Basilicata, avanza un ulteriore disegno di legge. In sostanza le due proposte daranno origine al Reddito di inclusione che, a differenza di quanto proposto dal M5S, è indirizzato ad una platea di beneficiari più ridotta. Stando ai dati Istat le persone potenzialmente interessate dovrebbero essere 9 milioni. La stima fatta dal M5S prevede una spesa di circa 16 miliardi l’anno. Secondo la stessa proposta avanzata dal M5S la spesa preventivata dovrebbe progressivamente ridursi perché i beneficiari dovrebbero essere accompagnati verso l’inserimento nel mondo del lavoro.

L’ importo massimo previsto per ciascun beneficiario si ridurrebbe nel caso in cui venissero percepite altri redditi. I criteri per accedervi sono diversi, tra questi: l’obbligo di formazione, l’impegno a prestare la propria attività lavorativa qualora richiesta, ecc. Ciò che trovo particolarmente interessante della proposta avanzata dal M5S è la funzione centrale attribuita ai Centri per l’Impiego i quali ricevono le domande di accesso alla prestazione e conferiscono ai beneficiari le informazioni sui posti vacanti, oltre che gestire l’interazione tra domanda e offerta del lavoro. La proposta non si configura solo come un Reddito di Inclusione Sociale ma anche come una sorta di intervento di politiche attive del lavoro. Mi sembra di poter dire che nel progetto del M5S ci sia il ripensamento delle politiche attive del lavoro sin qui condotte. Quanto più aumenta la capacità di far incontrare offerta e domanda di lavoro tanto più si riduce la spesa pubblica legata all’erogazione del Reddito di Cittadinanza.

In aggiunta alle proposte del PD e del M5S ci sono quella avanzata da Sinistra Ecologia e Libertà e dal mondo delle associazioni. Ciò che mi preme evidenziare avviandomi alla conclusione è che all’interno di una vasta area politica e sociale il tema è sentito ed è stato anche trattato. Le varie proposte in alcuni punti convergono, in altri no. Ad impedirne il confronto e l’attuazione non sono i vincoli finanziari ma i ceti dominanti, gli interessi corporativi e il ceto politico i quali preferiscono far circolare la bufala dei meridionali in fila ai CAF invece di entrare nel merito delle questioni confrontandosi su quelle che sono le reali esigenze non solo dei meridionali ma di larga parte della Società italiana. 

Bibliografia:

S. Toso – Redito di cittadinanza – ed. il Mulino

P. Van Parijs – Y. Vanderborght – Il reddito di base – ed il Mulino

J. Rawls – Una Teoria della Giustizia ed. Feltrinelli

J. Rawls – Saggi.Dalla giustizia come equità al liberalismo politico – ed. Comunità

R. Dworkin – I diritti presi sul serio – ed. il Mulino

M. Walzer- Sfere di giustizia – ed. Feltrinelli

B. Ackerman – La giustizia sociale nello Stato liberale – Ed. il Mulino

Paolo di Tarso – Lettere – ed. Einaudi

 

Commenti all'articolo

  • Di marta (---.---.---.148) 12 marzo 22:07

    In pratica, il voucher di ricollocazione servirà per pagare i centri per le impiego o le agenzie per il lavoro che si occuperanno di reinserire il disoccupato nel mercato del lavoro, formandolo e trovandogli un impiego. Certamente non sarà possibile reperire una soluzione efficace e definitiva per l’intera categoria dei disoccupati over 50, dato il grandissimo numero dei soggetti svantaggiati e l’insufficienza dei mezzi disponibili, se fino ad oggi ,da anni e anni non ci sono mai state grandi possibilità ,mi sembra strano che improvvisamente venga fuori lavoro per tutti senza Problemi.... Cosa significa ? Che" Pagando" i centri d impiego e Agenzie per il lavoro ,che fin oggi non hanno mai aiutato ,ora lo farebbero subito? Cavolo ! Questa mi sembra corruzione legalizzata!?. POLITICI SMETTETELA DI PRENDERE IN GIRO GLI ITALIANI.

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