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Radio Radicale: prioritario preservare la continuità di un servizio pubblico

Si assiste sempre più spesso a una sorta di sciatteria normativo-istituzionale, che porta a una non attenta valutazione delle implicazioni di comportamenti e decisioni, in punto di diritto e non soltanto: la scelta di non rinnovare la convenzione tra Radio Radicale (RR) e il Ministero dello Sviluppo economico ne è un esempio. 

di Vitalba Azzollini

La segnalazione urgente al Governo da parte dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (AGCom) del 23 aprile scorso fornisce una chiara spiegazione.

Giova premettere qualche cenno “storico” sulla vicenda, quale risulta anche dall’atto dell’AGCom. La l. n. 223/1990 (cosiddetta legge Mammì) prevedeva che alla concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo potesse essere affidata – oltre a «tre reti televisive e tre reti radiofoniche» – una ulteriore «rete radiofonica riservata esclusivamente a trasmissioni dedicate ai lavori parlamentari». Ma dato che «la RAI non realizzava una rete universale e dedicata», il d.l. n. 602/1994 stabilì che, «allo scopo di assicurare il servizio di trasmissione radiofonica delle sedute parlamentari», il Ministero delle comunicazioni stipulasse con un altro concessionario, in grado di garantire la copertura del territorio nazionale, una convenzione di durata triennale.

Il citato decreto disponeva, da un lato, gli specifici obblighi del servizio pubblico radiofonico (trasmettere, «nell’orario tra le ore 8.00 e le ore 21.00, almeno il sessanta per cento del numero annuo complessivo di ore dedicate dalle Camere alle sedute d’aula», senza che tali trasmissioni fossero «interrotte, precedute e seguite, per un tempo di trenta minuti dal loro inizio e dalla loro fine, da annunci pubblicitari o politici»); dall’altro, che l’affidamento del servizio avvenisse «mediante gara», i cui elementi essenziali erano previsti nel medesimo decreto; infine, che la convenzione fosse «rinnovabile fino alla completa realizzazione da parte della concessionaria pubblica della rete radiofonica riservata esclusivamente alla trasmissione dei lavori parlamentari».

Nel 1994 Radio Radicale (RR) vinse la gara. Dopo la scadenza (novembre 1997), «allo scopo di garantire la continuità del servizio di trasmissione radiofonica delle sedute parlamentari», la l. 224/1998 rinnovò la convenzione con RR ma sempre in via transitoria, per un triennio. Infatti, la legge confermò la necessità della gara pubblica, i cui criteri sarebbero stati «definiti nel quadro dell’approvazione della riforma generale del sistema delle comunicazioni». Tuttavia, tali criteri non sono mai stati definiti, così le proroghe si sono susseguite fino alla legge di bilancio per il 2019, che ha rinnovato la convenzione a RR, ma per soli sei mesi (30 giugno 2019), dimezzando le risorse assegnate. Ciò, peraltro, ha messo a rischio la sopravvivenza della Radio, cui – come a tutti i soggetti del settore – stanno venendo meno pure i contributi derivanti dal fondo per l’editoria.

A questo punto interviene l’atto dell’AGCom, nel quale sono contenute puntualizzazioni essenziali per comprendere la portata dell’interruzione dell’attività realizzata dall’emittente menzionata. L’Autorità rileva che la radio è «il mezzo riconosciuto più affidabile e credibile dai cittadini-utenti»; e che il «servizio radiofonico dedicato all’attività parlamentare e all’informazione istituzionale» persegue «obiettivi di interesse generale distinti dagli altri mezzi di comunicazione». Infatti, come «l’esperienza di Radio radicale mostra», lo strumento radiofonico si adatta «più facilmente alla multimedialità e all’interazione con il pubblico rispetto ad altri mezzi destinati all’informazione istituzionale».

È vero che «RAI Parlamento riserva una parte di ore delle trasmissioni generaliste della televisione terrestre in chiaro alle attività parlamentari» e che «sono attivi in Italia anche un canale di diffusione in chiaro via satellite e il canale trasmesso sul web», i quali trasmettono «sedute delle Aule e delle Commissioni di Camera e Senato, senza alcun commento giornalistico o la possibile partecipazione o interazione del pubblico»: tuttavia, questi mezzi hanno una «limitata se non nulla capacità di penetrazione e partecipazione pubblica, al fine non solo di informare ma anche di stimolare il dibattito e la circolazione delle idee e delle opinioni». A ciò si aggiunga che RR, oltre ai lavori parlamentari, «si concentra sull’informazione e comunicazione sull’attività di altre Istituzioni, dei soggetti politici, delle principali associazioni del mondo del lavoro e dell’impresa o sulle manifestazioni pubbliche o conferenze stampa di particolare interesse».

L’Autorità evidenzia inoltre che, nonostante le numerose riforme susseguitesi nel tempo, i criteri della gara per l’affidamento della convenzione non sono mai stati individuati: ma, nelle more, vi sono state continue proroghe, a conferma della «rilevanza delle trasmissioni radiofoniche destinate all’informazione parlamentare e istituzionale quale servizio di interesse pubblico». Da queste considerazioni discendono le criticità che secondo l’AGCom sono sottese alla dichiarazione del Governo «di non rinnovare la convenzione “senza alcun tipo di valutazione come l’affidamento con una gara”»: perché, «se da un lato la suddetta dichiarazione appare, in sé, in linea con la normativa», dall’altro, sussistono «forti perplessità circa la possibilità che entro il prossimo mese di giugno si possano concludere tanto la valutazione sui criteri quanto lo svolgimento delle procedure di affidamento tramite gara, nonché che si possa pervenire all’eventuale stipula della nuova convenzione».

In altri termini, è priva di realistico fondamento l’ipotesi che il governo riesca a definire i criteri di una gara, a svolgerla e a stipulare una nuova convenzione entro il 30 giugno, e da ciò conseguono «forti preoccupazioni circa la garanzia di continuità di un servizio di interesse generale». L’AGCom auspica, quindi, che la convenzione con RR «venga prorogata per un tempo almeno necessario all’approvazione della normativa di aggiornamento di un servizio radiofonico e multimediale di interesse generale destinato all’informazione e comunicazione istituzionale, da assegnare tramite gara definendone, in un quadro coerente, certo e trasparente, gli obblighi, i criteri, la durata e i meccanismi di finanziamento»: cioè l’Autorità chiede al governo di rinnovare la convenzione a RR «almeno per il tempo necessario alla riforma e alla nuova assegnazione».

In conclusione, dall’atto dell’AGCom emerge che la trasmissione radiofonica delle sedute parlamentari e di altre attività istituzionali è un servizio di interesse pubblico, il quale non può essere svolto con mezzi diversi dalla radio, in quanto perderebbe le peculiarità che il legislatore ha disposto; né può essere interrotto, come le successive proroghe hanno dimostrato. E se è una buona cosa che finalmente il governo abbia deciso di affidare il servizio mediante gara – trattandosi di «attività non remunerative», che «richiedono quindi la destinazione di risorse pubbliche» – tuttavia nel mentre non può fermarsi il servizio stesso, attualmente effettuato da RR.

Detto tutto questo, ci si potrebbe chiedere quale senso abbia prorogare la convenzione a RR se già esiste un’emittente Rai, GR Parlamento (GRP), che svolge un’attività analoga a quella di tale emittente, cioè dirette del Parlamento e informazione istituzionale. Al riguardo, è opportuno precisare – come risulta, tra l’altro, da un dossier di RR e dalle FAQ del suo sito web – che la Radio, a differenza di GRP, effettua molte più ore di trasmissione, anche perché la sua attività è strettamente regolata dalla convenzione (percentuale minima delle sedute da trasmettere, orari, separazione da altre trasmissioni ecc.); che è tenuta a inviare rendiconti al MISE circa le trasmissioni in convenzione ed è sottoposta alla verifica del rispetto degli obblighi contrattuali; che i suoi dati di ascolto sono oggetto di rilevazione.

Infine, a margine della convenzione, e sempre a differenza di GRP, RR documenta l’attività di partiti, sindacati, movimenti ecc., come evidenziato anche dall’AGCom. Peraltro, è singolare che pure il CdR di Giornale Radio Rai e Radio 1, nonché Usigrai, ribadiscano come “urgente il rinnovo della Convenzione per Radio Radicale”: forse perché sanno che è difficile che qualcuno possa “offrire a un pubblico così largo le sedute del Parlamento a un prezzo così basso”? Solo lo svolgimento di una trasparente gara pubblica potrà sciogliere il dubbio.

Il potere di segnalazione dell’AGCom al governo ha natura propositiva e, in questo caso, riveste caratteristiche di urgenza dato che incombe la fine della programmazione dell’emittente. Il governo avrà compreso che Radio Radicale può piacere o meno ma che non si può interrompere la continuità di un «servizio d’interesse generale» che, al momento, solo Radio Radicale può assicurare?


Nel paese che vive da sempre di proroghe, e dove esiste un prodotto tipico non alimentare ma legislativo chiamato appunto “Milleproroghe”, so che è forte la tentazione di dire “ma chi se ne frega, chiudano, e risparmiamo quei soldi!”. Non è tanto un problema di ordine di grandezza di quei risparmi, quanto del fatto che con la chiusura di Radio Radicale si rischierebbe di perdere non solo un imponente patrimonio documentale della nostra democrazia ma la stessa funzione di informazione dell’attività parlamentare ed istituzionale verrebbe di fatto mutilata, visto che Rai Gr Parlamento è al momento solo uno sbiadito succedaneo. Se ciò è accade a causa della presenza di RR, e quindi ora ci sarà il necessario potenziamento del canale di RadioRai, non è dato sapere. Quello che mi pare si possa affermare è che in molti vivranno la chiusura di Radio Radicale con indifferenza o magari con soddisfazione per il “costoso orpello” che si sta liquidando. Anche così le democrazie si impoveriscono. E non è questione di difendere Radio Radicale ma la funzione di servizio pubblico da essa svolta per decenni. È quella, e solo quella, che un legislatore attento dovrebbe tutelare. Ma non sta accadendo. (MS)

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