Il 26 gennaio scorso l’associazione “Pari o Dispare” ha riunito a Palazzo Giustiniani rappresentanti di istituzioni, enti, partiti, associazioni, università e media per discutere del mondo del lavoro e delle politiche di genere nella seconda edizione del convegno “Questione Femminile, questione Italia”.
A presiedere i lavori Emma Bonino, coadiuvata dalla Presidente di Pari o Dispare, Cristina Molinari, mentre ad intervenire vi sono stati relatori d’eccezione quali il Ministro Elsa Fornero, l’amministratore delegato di Italia Lavoro, Paolo Reboani, e le senatrici Rita Ghedini (PD), Maria Ida Germontani (PdL) e Anna Bonfrisco(PdL).
È in questa sede che si sono affrontate tematiche inerenti la domanda di lavoro insufficiente e penalizzante per le donne, la scarsezza qualitativa e quantitativa di servizi sul territorio, il contesto culturale che non valorizza l’affermazione professionale femminile in un periodo in cui le donne italiane, rivestendo ruoli di potere, sembrano poter modificare la situazione che vede il Paese nelle ultime posizioni europee in tema di pari opportunità.
È innegabile il contributo eccezionale che le donne hanno apportato al mondo del lavoro negli ultimi trent’anni; già nel 2007, il giornale Economist ha valutato il contributo del lavoro femminile alla crescita globale come maggiore rispetto a quello apportato dalla Cina. L’occupazione femminile è infatti da considerare non solo come condizione indispensabile per la loro autonomia ma come un’occasione per lo sviluppo dell’intera società.
Lo confermano le stime della Banca d’Italia, le quali ci comunicano che se si raggiungesse il tasso di occupazione femminile del 60% previsto dal Trattato di Lisbona, il PIL aumenterebbe del 7%. Nonostante questo inequivocabile dato, metà della popolazione continua a soffrire di discriminazione a tutti i livelli, tanto che il rapporto 2012 della World Bank Gender Equality and Development parla di “fallimento del mercato”.
Sebbene in analoghi casi di failure ci si sia preoccupati di creare autorità indipendenti con il compito di regolare il mercato e il funzionamento dello stesso, ad oggi ancora non si è ritenuto necessario supervisionare le distorsioni discriminatorie subite dall’offerta di lavoro femminile.
A riportarci alla realtà ci pensa l’Istat, il quale mette in luce come ad oggi siano occupate solo il 46,1% delle donne, con divari significativi a livello territoriale (56% Nord, 51,5% Centro, 30,4% Sud). La crisi ha poi accentuato il divario tra l’Italia e l’Unione europea nella partecipazione delle donne madri al mercato del lavoro: soprattutto nel caso delle giovani generazioni, si registrano forti difficoltà di conciliazione tra attività lavorativa e impegno familiare. Così, più di 1/5 delle donne con meno di 65 anni occupate, o che sono state tali in passato, dichiara di aver interrotto l’attività lavorativa nel corso della vita a seguito del matrimonio, di una gravidanza o per altri motivi familiari, contro appena il 2,9% degli uomini.
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