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  Home page > Attualità > Società > Quegli altri uomini dentro le prigioni
di LucidaMente (sito) sabato 3 dicembre 2011 - 0 commento oknotizie
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Quegli altri uomini dentro le prigioni

Intervista a Giovanni Battista Durante, del Sindacato autonomo polizia penitenziaria, sulla cattiva gestione delle carceri italiane e il conseguente malessere degli agenti.

La scandalosa situazione delle carceri italiane e la dolorosa situazione che è costretto a vivere chi vi è rinchiuso – ma anche chi vi opera – è un tema che sta particolarmente a cuore alla nostra rivista. Ce ne siamo occupati in numerose cirocostanze, a partire dalla pubblicazione di un vero e proprio dossier e di uno spunto satirico del nostro direttore.

Abbiamo inoltre più volte ospitato testimonianze di detenuti come Vincenzo Andraous e Mario Trudu. E, soprattutto, dell’ergastolano-scrittore Carmelo Musumeci, il suo tragico appello, un’intervista, mentre un suo intervento-lettera aperta al ministro della Giustizia è presente anche in questo numero di LucidaMente.

Abbiamo incontrato Giovanni Battista Durante, segretario generale aggiunto del Sindacato autonomo polizia penitenziaria (Sappe) dell’Emilia-Romagna. Da tempo denuncia la mancanza di fondi e di personale che rende sempre più difficile il compito degli agenti e sempre più scarse le attività lavorative che potrebbero diminuire la percentuale di recidiva tra i detenuti in Italia. Ecco il testo dell’intervista che ci ha gentilmente concesso.

Ci può spiegare quali siano le odierne condizioni di lavoro degli agenti penitenziari italiani?

I numeri parlano chiaro: la media nazionale è di un agente ogni 100 detenuti. In alcune sezioni si arriva ad affidarne 150 ad un solo poliziotto. Mancano i soldi per il rifornimento di carburante per accompagnare i detenuti ai processi, le auto sono datate e alcune hanno più di 450 mila chilometri, compromettendo la sicurezza di chi le guida. Il nostro contratto di lavoro sarà bloccato per quattro anni. A Bologna mangiano meglio i detenuti. Poco tempo fa abbiamo scioperato per denunciare le pessime condizioni igieniche dei locali della mensa.

Alla penuria di mezzi si aggiunge lo stress da lavoro, gli affetti lontani e il vivere in una grande città. Infatti, la maggior parte degli agenti proviene da paesi del Centro-Sud ed è costretta a lasciare le famiglie per lavorare in qualche carcere del nord Italia e, poiché con uno stipendio di 1.200-1.300 euro al mese non riesce a pagarsi un affitto, vive in caserma. Lavora otto ore in una sezione con 100 detenuti, la maggior parte dei quali stranieri, con cui è difficile comunicare e che spesso non rispettano le regole. Si calcola che negli ultimi dieci anni i suicidi tra la polizia penitenziaria siano stati 90, il tasso più alto tra i dipendenti pubblici.

Perché il sistema penitenziario italiano funzionamale? Come si può intervenire per migliorare le condizioni dei detenuti?

Il carcere oggi può essere equiparato ad un contenitore sociale. Immagine lontana dal contenuto dell’art. 27 della Costituzione italiana, in cui si legge: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Il 38% dei detenuti sono stranieri, al nord si arriva a una percentuale pari al 55%. Il 25% sono tossicodipendenti. Quasi il 40% deve scontare una pena residua inferiore a un anno.


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