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Prostituzione e reificazione: dal marxismo al femminismo

Un’analisi comparativa del fenomeno prostituente

Il 1 ° settembre 2009, su El País, il giornale più influente in Spagna, sono state pubblicate quattro foto sulla prostituzione esistente a Barcellona. Quelle fotografie mostravano alcune prostitute che praticavano fellatio e masturbazioni a prosseneti e, nello stesso modo, venivano penetrate. Il luogo dove sono state scattate queste foto era il famoso ed eccentrico mercato della Boqueria di Barcellona, chiuso di notte e utilizzato dalle prostitute come luogo di lavoro.

di MADDALENA CELANO

 Questo era ciò che il giornale, voleva mostrare. Le immagini erano particolarmente esplicite, quindi si poteva vedere chiaramente come e in quali condizioni le prostitute lavoravano. L'articolo che accompagnava le immagini, tuttavia, si concentrava sulle proteste dei vicini e dei negozianti. [1] Come conseguenza di questa pubblicazione, l'opinione pubblica spagnola è stata scossa, soprattutto a Barcellona, e il dibattito sulla prostituzione fu quindi aperto. La maggior parte delle voci ha chiesto di rimuovere la prostituzione dalla strada e legalizzarla per rendere il lavoro più controllato e igienico. In effetti, nel 2006, un decreto del Consiglio di Barcellona aveva vietato la prostituzione per strada, penalizzando sia le prostitute che i clienti. Ma a causa del suo supposto fallimento, i commercianti e gli assistenti sociali hanno chiesto di regolamentare le condizioni e i luoghi in cui esercitare la prostituzione.[2]
 
Tuttavia, il problema centrale che si poteva notare nelle immagini, cioè lo sfruttamento delle donne, era totalmente nascosto. Il caso di Barcellona offrì l’opportunità di riaprire il dibattito. Tuttavia mia intenzione non è quella di continuare quel dibattito su come migliorare le condizioni lavorative delle prostitute. La mia intenzione, in questo piccolo saggio, è dimostrare inequivocabilmente che la prostituzione è sfruttamento e che la natura economica di questo scambio ineguale agisce attraverso il suo stesso occultamento: essendo la prostituta reificata nella società ma percepita contemporaneamente anche come qualcosa di “naturale”.
 
Cercherò, quindi, di svelare il carattere feticista nascosto dietro questa pratica e di mostrare come questo sia un prodotto della società patriarcale. Allo stesso modo, desidero dimostrare come il capitalismo rafforzi questa condizione. Così, in una città come Barcellona, il cui slogan è "il più grande centro commerciale del mondo" ci si può chiedere se non sia normale che molti cittadini diventino semplici merci. Il mio primo obiettivo sarà capire perché la gente non ha percepito, nelle immagini analizzate, la reale condizione di sfruttamento delle prostitute, e quindi perché l'opinione pubblica non ha riconosciuto le immagini come rappresentazione delle "donne nel mercato", ma anche - come - "donne sul mercato". Donne che funzionano come merci - e come oggetti - degli scambi fatti dagli uomini - come articoli di consumo in una società capitalista e fallocentrica. In secondo luogo, proverò, attraverso lo smascheramento della natura che causa la condizione di sfruttamento delle prostitute, a condurre il dibattito verso l'unica possibilità per offrire dignità piena alle donne: l’abolizione della prostituzione.

La prostituzione come scambio economico: un approccio marxista

La prostituzione è un vero e proprio scambio economico, per cui, in generale, un uomo paga per avere rapporti sessuali con una donna. La donna è quindi colei produce il “lavoro”, ma anche la merce, poiché è oggetto consumabile. Apparentemente ciò che è venduto è solo un servizio sessuale; ma l'unica verità qui è il carattere temporale, perché non vi è dopo uno scambio di possesso di proprietà da parte del consumatore. Quest’aspetto è stato usato sia dagli uomini che difendono la prostituzione come qualcosa di buono per la società, generalmente per la sua riproduzione (vedi August Forel, Abraham Flexner, Harry Benjamin), sia da coloro che considerano la prostituzione un lavoro come un altro, che quindi ha bisogno di migliorare le sue condizioni. Tra questi ultimi, vi è una posizione (pseudo) femminista che difende il lavoro sessuale ogni volta che è stato scelto liberamente da donne e uomini. C'è, tuttavia, un'altra posizione che rifiuta la prostituzione e lotta per abolirla, poiché è una forma di sfruttamento che riduce la donna a un puro bene di consumo e dissocia la donna dal suo corpo e dalla sua sessualità [3].

Tuttavia, esiste effettivamente un vero e proprio possesso durante l'atto sessuale, con il quale è stabilito per contratto una relazione di schiavo-padrone. Come sostiene Catharine A. Mackinnon, "is not sex only, it is you do what I say, sex". [4] Attraverso l’ analisi liberale della prostituzione, si capirà che una donna, proprietaria della propria sessualità, può scegliere liberamente di vendere i propri atti sessuali. La sua sessualità - o il suo stesso corpo – viene messo sul mercato e diventa soggetto alle leggi della domanda e dell'offerta. Quindi, il consumatore può scegliere se accetta il prezzo offerto e, allo stesso modo, la prostituta può considerare se è redditizia quella vendita o meno. La relazione di sfruttamento è quindi nascosta dalla presunta "libertà di scelta", mentre la mercificazione del sé è mascherata dal feticismo delle merci, cioè la merce - l'atto sessuale - appare alla prostitututa come qualcosa di astratto, di estraniato dal proprio sé. Il valore d'uso - direttamente da consumare, attraverso l'oggettivazione della prostituta- è nascosto dal valore di scambio, il valore sociale di essere una prostituta, e quindi la legittimità sociale di esserlo ogni volta che viene “consumata”. Come ha sottolineato Marx, "il carattere misterioso della forma-merce consiste quindi semplicemente nel fatto che la merce riflette le caratteristiche sociali del lavoro dell'uomo stesso come caratteristiche oggettive dei prodotti stessi del lavoro, come proprietà socio-naturali degli oggetti …'[5]. L'atto sessuale - che è esso stesso il corpo della prostituta - appare come qualcosa di alieno per la forza lavoro, cioè per la prostituta. Quindi, la donna perde il possesso del proprio corpo, che diventa parte della circolazione delle merci. Questa mercificazione è, come dice Kathleen Barry, una delle forme più estreme di oggettivazione, "nella prostituzione si separa il sesso dall'essere umano attraverso il marketing. L'oggettivazione sessuale dissocia le donne dal loro corpo e quindi da loro stesse".[6] Le condizioni di sfruttamento sono mascherate dallo scambio economico stesso. Il denaro e il contratto che si stabilisce velano le condizioni di schiavitù che le prostitute soffrono, dal momento che i loro corpi non appartengono più a loro, ma alla circolazione delle merci. Marx disse che "La forma di denaro ... nasconde il carattere sociale del lavoro privato e le relazioni sociali tra i singoli lavoratori, facendo apparire quelle relazioni come relazioni tra oggetti materiali, invece di rivelarle chiaramente". [7] La natura umana delle prostitute viene quindi nascosta e la loro mercificazione è oggettivata come dato economico. Mackinnon vede anche come il fattore economico di questo scambio nasconda la vera natura della prostituzione, dal momento che "le donne fanno sesso con uomini con cui non farebbero mai sesso. Il denaro agisce quindi come una forma di forza, non come misura di consenso. Agisce esattamente come fa la forza fisica nello stupro"[8]

Se Marx vedeva nel salario un dispositivo per nascondere le condizioni di schiavitù dei lavoratori, il contratto su cui si basa la prostituzione è anche un occultamento della schiavitù della prostituzione. In schiavitù, gli schiavi erano venduti come merci o pezzi di proprietà. Nella prostituzione, presumibilmente c'è un contratto tra consumatore e lavoratore / consumato, giacché la prostituta è contemporaneamente anche merce. Quel contratto vela solo le condizioni di schiavitù. Se consideriamo anche il ruolo giocato da prosseneti e lenoni, possiamo comprendere com’è estratto il plusvalore dal loro lavoro. In questo modo, il loro valore come lavoratrici è piuttosto ridotto a mero bene o mezzo di produzione di proprietà del magnaccia.

Lo scambio di donne nell'ordine sociale patriarcale

La relazione di scambio tra le merci crea il valore sociale delle prostitute, e quindi rende naturale la loro esistenza e la loro funzione. Così, per Luce Irigaray, la prostituta, sebbene sia deprecata nella società, è tollerata a causa della sua "utilità", a causa delle qualità del suo corpo, che essendo stato usato è ancora più prezioso da usare. È quindi contrassegnato come una merce che "più ha servito, più ne vale la pena." [9] Quindi, nella coscienza di tutti gli individui della società le prostitute sono -e possono essere “usate” concretamente ogni volta che è necessario. Diventa un veicolo nelle relazioni tra gli uomini, che come soggetti creano questa circolazione mercantile di donne tra di loro. 
La prostituta è solo un ruolo sociale, ma tutte le donne sono anche soggette allo scambio che l'ordine sociale patriarcale impone. Gli altri ruoli sono, secondo la divisione di Irigaray, la madre / moglie e la donna verginale. Gayle Rubin suggerisce che lo scambio mercantile delle donne è "un apparato sociale sistematico" che usa le donne come materie prime e stabilisce la gerarchia della differenza sessuale [10]. Secondo Friedrich Engels a cui si ispira Mackinnon, questa gerarchia nella divisione del lavoro inizia con l'origine della proprietà privata. [11] Quindi, è nel sistema di parentela quando i bisogni della sessualità e della procreazione diventano istituzionalizzati e gerarchici. Il sistema sesso / genere è quindi stabilito. Ossia, secondo Rubin, 'l'insieme di accordi attraverso i quali una società trasforma la sessualità biologica in prodotti dell'attività umana, e in cui questi bisogni sessuali trasformati sono soddisfatti.' [12] Per questo motivo, Mackinnon sostiene che la sessualità deve essere definita "come un costrutto del potere maschile: definito dagli uomini, forzato sulle donne e costitutivo del significato del genere." [13] Kathleen Barry suggerisce anche che gli uomini hanno usato la differenza sessuale per dominarla, riedificandola nella società. In questo modo, "il sessismo invoca il corpo nei rapporti di potere della dominazione in cui le caratteristiche del sesso / genere, fisicamente differenziate, sono usate dagli uomini per sostenere la subordinazione delle donne." Così, "la saturazione sessuale della società", dice, è una realizzazione politica della dominazione maschile. Con il sessismo, la dominazione è portata nel corpo femminile attraverso l'interazione sessuale". [14] È questo il dominio su cui la prostituzione è fondata e naturalizzata. Kathleen Barry suggerisce anche che gli uomini hanno usato la differenza sessuale per dominarla reificandola nella società. In questo modo, "il sessismo invoca il corpo nei rapporti di potere della dominazione in cui le caratteristiche del sesso / genere fisicamente differenziate sono usate dagli uomini per sostenere la loro subordinazione delle donne." Così, "la saturazione sessuale della società", dice, è un realizzazione politica della dominazione maschile. Con il sessismo, la dominazione è portata nel corpo femminile attraverso l'interazione sessuale"[14]. Irigaray suggerisce che la nostra cultura si basa sullo scambio delle donne, dal momento che il passaggio nell'ordine - sia sociale che simbolico - è assicurato dal fatto che uomini o gruppi di uomini fanno circolare le donne tra loro, secondo una regola nota come il tabù dell'incesto. '[15] In questo modo, il valore immaginario si sovrappone alla vera natura della riproduzione e della sessualità. La natura umana della donna è quindi nascosta dietro l'ordine sociale. Sottolinea che le società patriarcali hanno qualcosa in comune con il capitalismo, cioè "la sottomissione della "natura" a un lavoro da parte degli uomini che così rappresentano la "natura" come valore d'uso e valore di scambio." [16] Esiste quindi un carattere feticista che rende naturale la subordinazione delle donne a causa della necessità di controllare la sessualità delle donne per riprodurre questo sistema di dominio e differenza. Quindi, dice Irigaray, questa economia - nel senso ampio del termine - richiede che le donne si prestino all'alienazione nel consumo e agli scambi cui non partecipano veramente se non come oggetti, e che gli uomini siano esentati dall' essere usati e fatti circolare come merci (eccetto alcune eccezioni: maschi neri o appartenenti a minoranze etniche oppure omosessuali). [17] In questo modo, il prezzo delle donne non è determinato dal proprio corpo, dalle sue proprietà, sebbene sia il materiale che viene usato come consumo, in questi scambi economici. La donna appare come un'astrazione, e il prezzo reale deriva da "quello di essere un prodotto del lavoro dell'uomo". Questo è il vero valore delle donne sul mercato; "Come merci, le donne sono quindi due cose contemporaneamente: oggetti utilitaristici e portatori di valore". [18] Quello è lo stesso misterioso carattere della forma-merce a cui si riferiva Marx. Esistono, quindi, tre ruoli / valori sociali naturali imposti alle donne, che sono dipendenti tra loro e non possono essere isolati. Vale a dire, la madre, che "resta al fianco della natura (ri) produttiva" e mantiene "l'ordine sociale senza intervenire in modo da cambiarlo", la donna vergine, "puro valore di scambio", poiché non è altro che la possibilità del suo valore d'uso; e la prostituta, in cui l'uso non è potenziale, perché è già stato realizzato. [19] I bisogni sessuali degli uomini sono così soddisfatti grazie a questa divisione sistematica, in cui gli uomini appaiono come soggetti e le donne come oggetti. La prostituzione appare in questo modo come una funzione necessaria per sostenere la riproduzione del sistema, che, come sostiene Marx e, in seguito, Irigaray, basa la sua ricchezza sull'accumulazione di merci. Quindi, "il possesso di una donna è certamente indispensabile per l'uomo per il valore dell'uso riproduttivo che rappresenta; ma ciò che desidera è averle tutte".[20] Quindi la prostituzione sarebbe necessaria per controllare la sessualità maschile in eccesso. La prostituta, tuttavia, non ha alcun diritto alla propria individualità; lei appare come la massima oggettivazione della donna, lei serve solo come “luogo” in cui gli uomini hanno i loro rapporti sessuali nascosti.

La prostituzione come sfruttamento: una prospettiva femminista

Ci sono due diverse posizioni sulla prostituzione tra le femministe. Da un lato, c’è chi considera la prostituzione un lavoro come un altro e definisce le prostitute come “sex worker”. Ritiene che il lavoro sessuale sia valido se donne e uomini scelgono liberamente di impegnarsi in esso. Contemporaneamente sono consapevoli degli abusi che le prostitute subiscono dall'industria del sesso e dal sistema legale. Per questo motivo, il loro attivismo sta nel migliorare le loro condizioni di lavoro ed evitare gli abusi maschili. Pensano che l'autonomia di chi desidera lavorare nella prostituzione debba essere rispettata. D'altra parte, le femministe che rifiutano la prostituzione e lottano per la sua abolizione la considerano una forma di schiavitù. Come abbiamo visto sopra, il denaro nasconde la vera relazione che si stabilisce nella prostituzione. Secondo Sheila Jeffreys, la relazione dello schiavo con il suo padrone è qui ripetuta, poiché segue la stessa struttura. Servendo allo scopo di migliorare il potere e lo status sociale del proprietario, cioè il cliente, acquisisce onore solo nella misura in cui lo schiavo, cioè la prostituta, lo perde. Se i corpi degli schiavi sono stati contrassegnati per denotare il loro status, le prostitute sono altrettanto segnate, ad esempio sono “rinominate” o tatuate. [21] Kathleen Barry sostiene anche la visione della prostituzione come sfruttamento, poiché la mercificazione dei corpi delle prostitute le conduce all'espropriazione di se stesse. "Le donne impegnate in atti sessuali di prostituzione riferiscono di stabilire una distanza emotiva, dissociandosi dallo scambio di merci in cui sono coinvolti i loro corpi e la loro sessualità" [22], così perdono il contatto con il proprio corpo e questo le rende dissociate da se stesse, dalla loro identità - "l'unica cosa al mondo che possiamo sentire sia dentro che fuori, e che è quindi il canale attraverso il quale siamo in grado di entrare con il tutto." [23] La prostituzione è, quindi, non solo un forma di schiavitù, ma anche l'annientamento totale del sé. La visione pro-prostituzione riporta lo stesso fallimento della visione liberale sulla prostituzione. La presunta “scelta” che sostengono coloro che sono favorevoli alla prostituzione è usata sia per acquisire rispetto di sé che orgoglio da parte delle prostitute che non hanno alternative. La strategia è quindi pensare: "L'ho scelto veramente?" - [24] e indagare come il sesso viene strumentalizzato, sperimentato e costruito dal potere. [25] Riguardo al primo caso, alcuni sociologi hanno usato il termine "tecniche di neutralizzazione", termine coniato per quei gruppi socialmente emarginati che creano razionalizzazioni per permettere loro di sopravvivere in condizioni marginali [26]. Nel secondo caso, l'idea di "consenso" finisce per incorporare la disumanizzazione della prostituzione nell'identità delle donne prostitute, oltre a costringere "a vivere la frammentazione di se stessa come scelta attiva" [27]. Come abbiamo anche visto sopra, la mercificazione dei corpi delle prostitute dissocia i loro corpi da loro stesse. La prostituta, quindi, non ha la possibilità di diventare un soggetto concreto. Lo scambio mercantile delle donne crea la sottomissione delle donne agli uomini; la prostituzione, quindi, può essere intesa solo come dominio maschile. Come sostiene Barry, "Il sesso, accessibile agli uomini attraverso il corpo femminile, è un prodotto sociale della cultura, un prodotto politico della gerarchia di genere." [28] Il dominio è inerente alla natura della prostituzione, quindi non può essere ignorato o nascosto sotto un contratto di lavoro. La decisione - e il desiderio - di usare un altro essere umano come oggetto è una costruzione politica. Il john sta trasformando un bene in un altro essere umano, quindi non può essere visto come nessun altro tipo di consumo, né il lavoro della prostituta può essere visto come qualsiasi altro lavoro, dal momento che il lavoratore diventa esso stesso non solo il mezzo di produzione ma anche la merce. In questo caso, il consumatore stabilisce una relazione di dominio, di schiavitù, che è nascosta sotto forma di denaro. Questa relazione è, quindi, politica, perché attraverso questa interazione è determinato l'ordine sociale. Inoltre, la prostituzione colpisce tutte le altre donne nell'ordine sociale simbolico. Le diverse categorie di donne sono dipendenti, perché tutte lavorano per la riproduzione dello stesso ordine sociale. Nel caso della prostituzione, la simbolizzazione è ancora più grave, perché è vista solo come una "fica", come sostiene Jeffreys. "Se simbolizzare la donna significa essere trattate come subordinate, questo può spiegare perché la prostituzione è un lavoro particolarmente pericoloso per una donna, poiché è quello in cui la subordinazione delle donne è rappresentata in modo più chiaro." [29] Le donne sono viste come oggetti, sebbene questa visione sia celata dietro l'ordine sociale. La supremazia maschile è quindi simboleggiata dalla reificazione femminile, dalla donna-merce. La legittimazione della subordinazione attraverso la prostituzione avrebbe causato altre oggettivazioni oltre la prostituzione, giacché avrebbe reificato l'oggettivazione sessuale come qualcosa di socialmente accettato. Come sostiene Barry, "Normalizzare lo sfruttamento sessuale delle donne non renderà la prostituzione meno soggetta allo sfruttamento sessuale, la renderà solo più disponibile. Infatti, se le donne sono incoraggiate a incorporare dentro di sé la reificazione, nelle loro identità, la conoscenza di se stesse come oggetti sessuale diventa socialmente accettabile, il danno della prostituzione, di ogni oggettivazione sessuale, è intensificato. "[30] Barry ricorda anche che la prostituzione è un mercato prevalentemente maschile, e quindi la prostituzione esiste innanzitutto perché gli uomini la richiedono, non perché le donne abbiano scelto di esercitarla per vivere. La supposta scelta, quindi, è subordinata fin dall'inizio a una costruzione maschile mediante la quale è stato costituito l'ordine sociale patriarcale. Quindi, la legittimazione dell'esistenza della prostituzione è anche la legittimazione della subordinazione della donna.

Reificazione nel feticismo delle merci: la prostituzione come consumo

Come abbiamo appena visto, la prostituzione è nata perché alcuni uomini hanno deciso di usare le donne come prodotti base di consumo. Pertanto, è il consumo, o il desiderio di consumo, che ovviamente richiede una produzione. Come ha notato Marx, "il consumo crea la necessità di una nuova produzione, cioè crea la causa ideale, internamente impellente per la produzione, che è il suo presupposto". In questo modo, la prostituzione come commercio fu estesa. Quindi, "il consumo riproduce il bisogno". [31] Ma questo bisogno non è un bisogno reale; è un'esigenza di consumo reificata sotto il feticismo delle merci. Il valore di scambio delle prostitute si verifica in un ordine sociale che le percepisce come merce consumabile, di conseguenza la loro natura umana giunge cancellata. Quindi, la società patriarcale esorta gli uomini a usare alcune donne per estinguere il loro desiderio sessuale in eccedenza, giacché è legittimo sacrificare alcune donne per riprodurre il sistema, e quindi la subordinazione delle donne rispetto agli uomini. Questo accade veramente, come ha visto Lukács, perché l'oggettività fantasma che è il presupposto rapporti delle merci crea un'autonomia che nasconde "ogni traccia della sua natura fondamentale: la relazione tra le persone". [32] In questo modo, la prostituta non si percepisce come un essere umano, per la ragione che la sua vera natura è nascosta sotto l'ordine sociale e le relazioni sociali reificate. Nei giorni nostri, questo non è cambiato. Inoltre, nella società del consumismo attuale, come sostiene Zygmunt Bauman, "un tipo di società che" interpella "i suoi membri principalmente solo nella loro capacità di consumatori" [33], è ancora più difficile svelare le tracce dello scambio economico. Questo significa prostituzione: la libertà di scelta nella società consumista è accolta e nasconde, nello stesso tempo, sia le tracce della produzione, sia le armi utilizzate per guidare ed eterodirigere i consumatori verso il consumo. [34] Ma se, come sostiene Bauman, la caratteristica principale della società consumistica è "la trasformazione dei consumatori in merci" [35], la doppia natura dell'oggetto - come merce - e il soggetto - come consumatore – che è reificata nella società. Di conseguenza, la mercificazione delle persone non è più vista come un problema ma come una possibilità. Come ha detto Lukács, "la reificazione richiede che una società impari a soddisfare tutti i suoi bisogni in termini di scambio di merci". [36] Ciò significa anche che le relazioni tra le persone, proprio come i bisogni sessuali, sono inaridite e reificate.[37] Quindi, le prostitute sono utili per ottenere ciò che prosseneti e clienti vogliono, cioè sesso, senza preoccuparsi dell'atto sessuale come “relazione”, come dovrebbero fare con le loro fidanzate, mogli o altre donne. Inoltre, come qualsiasi tipo di merce, dopo essere stata usata, la prostituta può essere dimenticata. Barcellona, che mostra di essere "il più grande centro commerciale del mondo", sembra ammettere che non solo la città è una merce in sé, ma anche i suoi cittadini. Pertanto, il problema che è stato portato alla luce non è stato lo sfruttamento delle donne, ma piuttosto un'immagine povera di fronte ai clienti, vale a dire turisti e aziende che investono (anche se spesso sono gli stessi che ricorrono alla prostituzione). Per questo motivo, l'esistenza di bordelli regolamentati e nascosti è la migliore soluzione per la produzione e la riproduzione di una società consumistica. Nel frattempo, ovviamente, le prostitute sono sfruttate e ridotte a meri oggetti sessuali, essendo espropriate della loro soggettività, che secondo Barry è irrilevante per il mercato maschile di consumo che li ha portati lì. [38] Quindi, l'accusa diretta ai consumatori di prostituzione – e ai prosseneti – di essere responsabile dello sfruttamento delle donne attraverso la prostituzione è necessaria. Questo è uno dei motivi per cui le femministe abolizioniste criticano la prostituzione, perché non si prende mai in considerazione la reale responsabilità e il ruolo dei prosseneti e dei lenoni nel mercato sessuale. I prosseneti, tuttavia, preferiscono fare appello alla libertà di scelta e al consenso delle prostitute. Come sostiene Jeffrey, quest’argomento liberale si basa su una fallacia logica, giacché se secondo loro "il" potere "del cittadino debba essere esercitato attraverso la scelta," sarebbe quindi "un problema per coloro che non sono economicamente o socialmente in grado di fare scelte".[39] In realtà, nella prostituzione la maggior parte delle donne che vi sono impegnate sono quelle con il minor livello economico e quindi donne che hanno ben poche possibilità di scelta. Non è un caso che la maggior parte delle prostitute in Europa sia costituita da immigrate, non solo nella prostituzione femminile ma anche in quella maschile. Quindi, la prostituzione può essere vista solo come la riproduzione delle disuguaglianze sociali.

Che cosa si deve fare?

Sembra molto chiaro che il John, in quanto consumatore di prostituzione, abbia la prima responsabilità dello sfruttamento. A parte i papponi, che di solito costringono le donne a prostituirsi, i Johns sono coloro che legittimano lo sfruttamento sotto l'idea del consenso da entrambe le parti. Il John è una figura ambigua che si trova in mezzo, spesso tra il cliente ed il prosseneta. I Johns, spesso, fingono o mimano una relazione sentimentale con la prostituta o la donna destinata alla prostituzione e, attraverso vari espedienti (inventando di aver contratto dei debiti o creando situazioni ambigue di vario genere), inducono le ragazze a prostituirsi (le ragazze ovviamente credono di aver scelto “liberamente” la prostituzione: invece hanno accettato la prostituzione attraverso un ricatto sentimentale ed emotivo). Inoltre non esibiscono solo i loro desideri, ma riproducono una struttura di subordinazione. In seguito, questa subordinazione è incorporata nella coscienza delle persone quando la reificazione del feticismo delle merci colpisce l'intera società, e la prostituzione è quindi accettata come qualsiasi altro commercio. Quindi, il problema della prostituzione è spostato su altri problemi molto lontani, deviato dal cuore della questione, cioè le condizioni di schiavitù inerente alla prostituzione. Solo in questo modo si potrebbe capire che le immagini analizzate non suscitano in primo luogo l'indignazione dei giovanotti che ricorrono alle prostitute e quindi umiliano le prostitute, riproducendo una relazione di schiavo-padrone. Per questo motivo, le leggi sulla prostituzione che hanno penalizzato prima i clienti e non hanno criminalizzato le prostitute hanno dimostrato una migliore comprensione della radice della questione, e quindi sono state più efficienti rispetto allo sradicamento della violenza contro le donne e subordinazione in generale. Esistono, tuttavia, diverse normative sulla prostituzione in Europa. È legale e regolamentato in otto paesi, dove la prostituzione è trattata come qualsiasi altra professione, e le prostitute devono essere registrate e coperte dalle leggi sulla protezione dei lavoratori. Tuttavia, non in tutti i paesi devono essere sottoposte a regolari controlli sanitari [40]. In altri paesi, la prostituzione è legale ma esercitare prossenetismo è illegale. Generalmente, le prostitute si trovano in un limbo legale in questo tipo di legislazione, perché non sono né regolamentate né riconosciute. Questo è il caso della Spagna, dell’Italia e del Regno Unito. Infine, esistono le leggi del divieto. Il primo caso fu in Svezia, quando nel 1999 fu approvata una legge che proibiva la prostituzione penalizzando i trafficanti, i protettori e i Johns. Questa legge considera la prostituzione come una forma di violenza contro la prostituta, rendendo illegale pagare per il sesso, ma non vendere servizi sessuali, così la prostituta non commette alcun crimine, mentre il John è penalizzato. Nel 2009, la Norvegia e l’Islanda hanno seguito la Svezia e approvato leggi simili. Questi ultimi esempi sembrano essere l'unico passo in avanti per sradicare la massima oggettivazione delle donne rappresentata dalla prostituzione.

 


 

[1] Bertran Cazorla, ‘Sexo de pago en plena calle junto al mercado de La Boqueria’, El País, 1 September 2009, p. 57.

 

[2] Bertran Cazorla, ‘Vecinos y tenderos reclaman regular la prostitución’, El País,2 September 2009, p.60.

 

[3] Kathleen Barry, The Prostitution of Sexuality (New York and London: New York University Press, 1995), p.30.

 

[4] Rosenkranz Foundation, ‘It Is Wrong to Pay for Sex’, Intelligence Squared US, <http://intelligencesquaredus.org/wp-content/uploads/ItsWrongToPayForSex-042109.pdf> [accessed 22 April 2009] (p. 29 of 82)

 

[5] Karl Marx, Capital: a critique of political economy (Harmondsworth: Penguin, 1981), p.164.

 

[6] Barry, p.30.

 

[7] Marx, p.168.

 

[8] ‘It Is Wrong to Pay for Sex’, p.28-29.

 

[9] Luce Irigaray, This Sex which Is Not One, trans. by Catherine Porter and Carolyn Burke (Ithaca, N.Y.: Cornell University Press, 1985), p. 186.

 

[10] Gayle Rubin, ‘The Traffic in Women: Notes on the Political Economy of Sex’ in Rayna R. Reiter (Ed.), Toward an Anthropology of Women (New York and London: Monthly Review Press, 1975), p. 158.

 

[11] Catharine A. Mackinnon, Toward a Feminist Theory of the State (Cambridge, MA and London: Harvard University Press), p.18.

 

[12] Rubin, p.159.

 

[13] Mackinnon, p.128.

 

[14] Barry, p. 26.

 

[15] Irigaray, p.170.

 

[16] Ibid., p.172.

 

[17] Ibid.

 

[18] Ibid., p.175.

 

[19] Ibid., p. 185-186.

 

[20] Ibid., p.174.

 

[21] Sheila Jeffreys, The Idea of Prostitution (North Melbourne: Spinifex Press, 1977), p.178.

 

[22] Barry, p.31.

 

[23] Suzanne Képès, ‘The Repercussions of the Condition of Prostitutes on Their Physical and Mental Health,’ in Prostitution: A World Problem, a Threat to Humanity, Record of the Congress, 29th International Congress, International Abolitionist Federation (Germany: Verband der Mitternachtsmissionen e.V. und Diakonisches Werk der Evangelischen Kirche in Deutchland e.V., 1989), p.63. Quoted in Kathleen Barry, Op. Cit., p.28.

 

[24] MacKinnon, p.149.

 

[25] Barry, p.89.

 

[26] The term ‘neutralising techniques’ is used, among others, by Gresham M. Sykes and David Matza, ‘Techniques of Neutralization: A Theory of Delinquency’,American Sociological Review, 22 (1957), 664-670. Quoted in Jeffreys, p.137.

 

[27] Ibid., p.138.

 

[28] Barry, p.22.

 

[29] Jeffreys, p.173.

 

[30] Barry, p.31.

 

[31] Karl Marx, Grundisse (London: Penguin, 1973), p.91-92.

 

[32] Georg Lukács, History and Class Consciousness (London: Merlin Press, 1971), p.83.

 

[33] Zygmunt Bauman, Consuming Life (Cambridge: Polity Press, 2007), p.52.

 

[34] Jeffreys, p.187.

 

[35] Bauman, p.12.

 

[36] Lukács, p.91.

 

[37] Bauman, p.122.

 

[38] Barry, p.39.

 

[39] Jeffreys, p.134.

 

[40] Prostitution is legal and regulated in Netherlands, Germany, Austria, Switzerland, Greece, Turkey, Hungary and Latvia. But, for example, in the Netherlands prostitutes are not required to undergo mandatory health checks.

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