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Privatizzazioni: alla Cassa Depositi e Prestiti le quote residue del Tesoro

Poche cose in Italia tendono a ricorrere come l’idea di spostare in capo alla Cassa Depositi e Prestiti le quote residue di partecipazione del Tesoro nelle controllate pubbliche. Sono ormai anni che se ne parla, un po’ come si parla degli asili nido, puntualmente tornati all’onore delle cronache nel discorso programmatico del bis-premier Giuseppe Conte. Ma quest’anno l’urgenza è decisamente maggiore.

Il governo Conte 1 ha promesso alla precedente Commissione Ue di effettuare nel 2019 dismissioni per circa 18 miliardi di euro, un punto percentuale di Pil, per schivare la procedura d’infrazione europea per eccesso di debito.

Ma un conto è ridurre il rapporto debito-Pil a mezzo di dismissioni, peraltro irrealizzabili, assai diverso è farlo mediante crescita economica tale da produrre un cosiddetto effetto snowball favorevole, quello in cui la crescita del Pil nominale eccede il costo medio del debito pubblico.

 

Al netto di queste tecnicalità, e visto che la procedura contro l’Italia per violazione della regola del deficit relativa al debito può riprendere già nei prossimi mesi, ecco che torna in auge la campagna di privatizzazioni farlocche, mediante spostamento su CDP delle quote di aziende pubbliche ancora detenute dal Tesoro.

Da qualche anno, la stampa ha preso a chiamare questa partita di giro “Piano Capricorn”. Si presenta in diversi gusti, a seconda dei governi, ma ricordo distintamente che il nome Capricorn venne popolarizzato da Matteo Renzi, forse perché egli stesso è un capricorno (si accettano interpretazioni alternative del nome).

Ne ha (ri)scritto Sergio Rizzo su Repubblica. Nulla di inedito ma due conti:

Fra Eni, Leonardo, Poste italiane, Enav e Monte Paschi si arriva a malapena a una dozzina di miliardi. Non bastano. Ci sarebbe sempre il 23,59% dell’Enel, che vale ai prezzi di venerdì scorso una quindicina di miliardi. Ma già diversi anni fa l’Antitrust impose alla Cassa di liberarsi del 10% della società elettrica giudicando incompatibile la partecipazione nell’Enel e in Terna.

Lascerei serenamente perdere Monte Paschi per molti motivi. Di decenza in primis ma anche per il forte sospetto che spostare in CDP la partecipazione in una banca (peraltro da restituire al mercato nel 2021) finirebbe col richiedere a CDP una licenza bancaria, facendone saltare i quozienti di bilancio e l’oggetto sociale.

E tuttavia Rizzo scorda un punto fondamentale: se il Tesoro gira quote azionarie a CDP, quest’ultima deve deliberare un aumento di capitale per il valore delle quote medesime, che verrebbe soddisfatto con conferimento in natura, cioè carta contro carta: azioni CDP contro azioni delle partecipate pubbliche.

Bene, e quindi?, diranno i più impazienti tra i miei lettori. Quindi, CDP ha due azionisti: il Tesoro e le Fondazioni bancarie. Queste ultime possiedono il 15,93% del capitale di CDP. Ora, ammesso (e non concesso) che la Cassa acquisisca le quote delle partecipate pubbliche, le Fondazioni, a differenza del Tesoro, non potrebbero sottoscrivere pro-rata l’aumento mediante carta, ma avrebbero bisogno di soldi veri.

Ipotizziamo un aumento di capitale di 15 miliardi, e scopriamo che le Fondazioni dovrebbero cacciare quasi 2,4 miliardi di euro. Bella randellata, anche se Eurostat dovesse accettare il nostro gioco delle tre carte. Tutto è possibile, per carità. Le fondazioni coinvolte sono numerose, per quote piuttosto polverizzate, quindi svuotandosi le tasche potrebbero anche farcela. Che sarà mai una quarantina di milioni per la Compagnia di San Paolo, alla fine?

O forse le Fondazioni chiederebbero al Tesoro ed ai contribuenti italiani una compensazione, sul tipo di quelle avute sinora dal fisco sulle erogazioni liberali. Ad esempio, la legge di bilancio del 2018 ha stanziato un contributo complessivo di 100 milioni di euro per ciascun anno fiscale del triennio 2018-2020, in favore delle fondazioni bancarie, sotto forma di credito di imposta pari al 65 per cento delle erogazioni effettuate dalle stesse in specifici ambiti dei servizi sanitari e socio assistenziali, che rientrino negli scopi statutari finalizzati alla promozione del welfare di comunità, purché in relazione ad attività non commerciali. Magari pensare a qualcosa del genere?

 

No, per motivi di scala dimensionale. Là si trattava di un aiutino di 300 milioni in tre anni, qui saremmo a 2,4 miliardi circa, in un colpo solo, elevabili a 2,9 in caso si voglia ottenere esattamente i 18 miliardi che il governo Conte 1 ha venduto alla Commissione Juncker, con Fontana di Trevi in omaggio. Quindi, ammesso e non concesso di riuscire a realizzare lo spostamento in CDP delle quote di aziende pubbliche rimaste in mano al Tesoro, servirebbe un imponente sforzo finanziario da parte delle fondazioni, che porterebbe ad una pesante distrazione di risorse dalle finalità statutarie delle nostre charities.

Ma sono ragionevolmente certo che qualcosa verrà studiato e proposto, sempre nel ricchissimo filone dell’ingegneria finanziaria per disperati che caratterizza i governi italiani, nel susseguirsi delle stagioni, anche politiche.

Ad esempio, eccovi un’idea gratuita: visto che l’ambizioso e progressista presidente pro tempore dell’Inps vorrebbe creare dei fondi pensione pubblici da affiancare a quelli privati, perché non stabilire che quel futuribile fondo si compri quelle quote di aziende pubbliche? Chiamiamolo Fondo Italia, no? Del resto, come ormai sapete da tempo, la diversificazione di portafoglio è una condotta antipatriottica, e questo orientamento è destinato a restare anche con questo governo, che qualcuno ha definito di “sinistra populista”. Oppure chiediamo alle Casse previdenziali professionali di comprarsi quelle quote, magari impacchettate in un veicolo tricolore, promettendo in cambio sgravi fiscali. Che dite?

Ma lo stock di debito si riduce in ben altri modi, ovviamente.

Foto: Lalupa/Wikipedia

Questo articolo è stato pubblicato qui

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