Primavera Sound 2011, 5 giorni di concerti e stiamo apposto così (fino al prossimo Primavera)
E così anche questa è andata, il miglior (possiamo azzardare?) festival europeo – il Primavera Sound di Barcellona – è finito, cinque giorni (dal 25 al 29 maggio, senza tener conto degli altri concerti sparsi per la città) che hanno visto alternarsi su dieci palchi (senza contare quelli più piccoli cittadini, appunto) circa trecento band (!!!), e nessuno di questi concerti può definirsi superfluo, anzi: se qualcuno avesse avuto il desiderio di capire dove sta andando la musica oggi, questo sarebbe stato il festival imprescindibile, perché è qui che la minoranza “indie” diventa maggioranza mostrando al mondo ciò con cui davvero vale la pena di nutrire le proprie orecchie oggi.
Ora, davanti a un festival del genere, con un programma così ricco e articolato l’appassionato non può che prepararsi una scaletta di ferro ma allo stesso tempo flessibile, dotarsi di un paio di scarpe comode e giubbetto per gli orari più freddi, essere pronto a scolarsi un paio di redbull nel cuore della notte (anche se non ti piacciono, sì, altrimenti come fai), e pregare che quello che vuole assolutamente vedere non si sovrapponga più di tanto a quello che si è così curiosi di vedere; sì, perché se proprio vogliamo trovare una pecca infame a questo festival è il fatto che facendo suonare così tanti palchi in contemporanea è inevitabile che più concerti interessanti si sovrappongano, lasciando sì l’ascoltatore di turno felice per quello che ha appena sentito, ma di una felicità con un retrogusto un po’ amaro per quello che si appena perso però, pazienza. L’unica è vedere per intero quei concerti per cui una volta tornati a casa senza averli visti ci si prenderebbe a pugni da soli e poi spiluccare mezzorette qua e là di gruppi da vedere per curiosità o che si è già visti in precedenza, sperando almeno nella vicinanza dei palchi (come se non bastasse il sovrapporsi degli orari, ci si mettono anche le distanze!).
[sufjan stevens]
Ma, passando al festival in sé, se proprio bisogna fare un unico nome tra tutti quelli visti, allora la scelta non può che essere obbligata: Sufjan Stevens. Assistere al suo concerto è già di per sé un evento, considerato il modo macchinoso con cui gli organizzatori del Primavera hanno deciso l’accesso: Sufjan ha infatti suonato nel magnifico auditorium (una vera e propria perfetta navicella spaziale/sonora, come sottolinea lo stesso Sufjan che a quanto dice viene dalle stelle, illuminato e ispirato dai disegni dell’auto-proclamatosi profeta Royal Robertson) e dati i posti limitati bisognava prenotarsi e poi sperare nella sorte, un sorteggio avrebbe infatti deciso i pochi fortunati ammessi. La fortuna è stata dalla nostra, evviva, e il concerto di Sufjan è stato a dir poco fantasmagorico, fosforescente. Il buio in sala, una tela davanti al palco su cui proiettare vari effetti visivi, la voce del cantante americano è risuonata sommessa e allo stesso tempo potente per circa due ore, emozionando di continuo. Sufjan fa la sua apparizione sul palco con ali d’angelo e in tuta fluorescente e si capisce subito che questo non sarà un concerto come tutti gli altri, sarà uno spettacolo completo piuttosto, come se Sufjan fosse un michaeljackson indie: Sufjan infatti canta, balla, parla, suona, scrive, spiega, emoziona, insomma rasenta la perfezione: non si sa se amarlo o se odiarlo, ma nel dubbio meglio l’amore. Come fare a non amarlo dopo una versione di Chicago da brividi, in cui il pubblico in delirio si riversa giù dalle poltrone per ammirare da vicino il semidio? Correre su youtube, se non ci si crede. Obbiettivamente parlando, il suo è stato il concerto più bello: sconvolgente nel senso migliore del termine, una vera e propria esperienza totale, apollinea.