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di Damiano Mazzotti (sito) lunedì 24 maggio 2010 - 0 commento oknotizie
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Politica pop e politici papponi

"Politica pop" (il Mulino, 2010) è un saggio che prende in esame le relazioni della politica italiana con il mondo dello spettacolo televisivo.

Politica pop e politici papponi

Uno dei due autori è Gianpietro Mazzoleni, docente di Comunicazione politica e Sociologia della comunicazione presso l’Università di Milano, e direttore della rivista “Comunicazione politica” (www.compol.it). La coautrice è Anna Sfardini, esperta di comunicazione e media che collabora con l’Università di Milano .

 

Mi sembra giusto iniziare chiarendo subito una cosa: non è stato Berlusconi ad avviare questo processo di degenerazione, in quanto la spettacolarizzazione della politica è nata in America ai tempi di Ronald Reagan e sta proseguendo ai nostri tempi con Arnold Schwarzenegger (uno dei probabili candidati alla prossima presidenza degli Stati Uniti). “In Italia semmai, questa tendenza si è affermata in ritardo e per questo i protagonisti – della politica, dei media e della comunicazione – hanno potuto disporre di modelli consolidati a cui riferirsi e ispirarsi” (Ilvo Diamanti, www.lapolis.it). E nonostante tutto “i media, l’immagine, la tv, in politica, contano, ma non sono tutto” (Diamanti).

Del resto il politico medio è solo un attore mediocre specializzato nell’arte dell’illusionismo e della menzogna, e non c’è quindi da stupirsi troppo se i politicanti italiani si trovano a loro agio in tv, a recitare la parte del potente di turno che deve infiocchettare e infinocchiare per difendere i suoi interessi e quelli del suo gruppo parlamentare (e a volte quelli dei cittadini che lo hanno votato).

Dunque in Italia le azioni “dei media sono innanzitutto funzionali alle logiche, ai disegni, strategie e idiosincrasie di questo o quel governo, di questa o quella coalizione, di questo o quel leader, di questo o quel partito… non esistono organi di informazione al servizio del cittadino e dell’interesse pubblico (come nel modello liberale), ma piuttosto espressioni di subculture e fazioni… Non è casuale che in Italia l’ambizione più grande dei giornalisti sia quella di diventare politici” (Mazzoleni, p. 65-66).

Per cui alla fine della fiera televisiva, la comunicazione del comico può risultare superiore a quella dei politici e dei giornalisti: “la credibilità della parola del comico si gioca, per paradosso, sul fatto che non è un giornalista, non è vincolato ai legami sacerdotali che le redazioni giornalistiche, invece, hanno con le diverse aree del potere. Indenne dal discredito che colpisce il giornalismo al servizio di qualcuno, il programma di intrattenimento risulta, di nuovo paradossalmente, più libero, obiettivo, onesto… D’altronde la spettacolarizzazione della verità, più che della realtà, ha le sue radici proprio nel teatro e nella narrativa popolari” (Sfardini, p. 53).

In sintesi tutti i processi di spettacolarizzazione della politica e dell’informazione “indeboliscono l’idea della TV come sfera pubblica per eccellenza, suggerendo con sempre maggiore insistenza che l’informazione, la migliore, quella “vera”” risiede altrove” (Sfardini, p. 87). Bisogna però aggiungere che i media sono nati dopo la politica, nel mercato e per il mercato di massa, e rispondono a una domanda di consumo di cultura, divertimento e informazione che come la politica si esprime su larga scala (McQauil, 2005). E il legame con la politica nasce con l’enorme potere dei media di creare la realtà, “ossia di stabilire ciò che è pubblicamente rilevante e ciò che costituirà il bagaglio di conoscenze della gente” (Mazzoleni, p. 25).


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