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Pfas, Vicenza: "Stanno avvelenando i nostri figli"

di Elena Tioli (*)

“Sapete cosa significa non poter lavare un’insalata? Non potersi lavare i denti? Sapete cosa significa provare dolore ogni volta che vedete vostro figlio fare una doccia perché sapete che si sta avvelenando?”.

Le mamme di Vicenza dicono: basta! Cinque giorni e cinque notti di presidio permanente per chiedere risposte concrete. È questa l’ultima iniziativa delle Mamme No Pfas. Le Sostanze Perfluoro Alchiliche sono acidi molto forti, altamente tossici che agiscono come interferenti endocrini, accumulandosi nei tessuti e provocando – tra l’altro – alterazioni alla tiroide, innalzamento del colesterolo e infertilità maschile. Sono state assunte quotidianamente per decenni da migliaia di persone che pensavano di utilizzare acqua potabile. Insieme ad altre associazioni e a numerosi cittadini, dal 24 agosto, le mamme manifestano davanti alla Procura di Vicenza. (Il presidio di è concluso il 28 agosto, NDR). 

“Il tempo delle parole è terminato, ora devono darci risposte concrete”, a chiederlo a gran voce in rappresentanza del gruppo Mamme No Pfas è Annamaria Panarotto, due figlie: una di 20 e una di 22 anni. Siamo a Vicenza, davanti alla sede della Procura, dove da alcuni diversi cittadini si sono insediati notte e giorno per protestare davanti al lassismo delle istituzioni: “sapete cosa significa non poter lavare un’insalata? Non potersi lavare i denti? Sapete cosa significa provare dolore ogni volta che vedete vostro figlio fare una doccia perché sapete che si sta avvelenando? Io ho due figli e questa angoscia la conosco bene”. L’acqua, un bene tanto prezioso quanto dato per scontato, qui è veleno: “Chi non ha provato a aprire il rubinetto e aver paura di quel che ne esce non sa di cosa stiamo parlando” ci dice.

“È da quarant’anni che in questa terra sversano sostanze tossiche senza alcun criterio – spiega Chiara Panarotto, 3 figli sui vent’anni – Studiando e cercando abbiamo scoperto che tutto è iniziato a metà degli anni ‘60 quando l’industria chimica Rimar (poi trasformata in Miteni negli anni ’90, ndr) si è insidiata a Trissino, in provincia di Vicenza, in una zona di ricarica della falda acquifera. L’azienda si occupava di ricerca e produzione di perfluorurati, sostanze utilizzate per rendere i rivestimenti tessili idro e olio-repellenti. All’aumentare della produzione sono aumentati però anche gli scarti di lavorazione, e tra questi i cosiddetti Pfas”.

Pfas è l’acronimo di Sostanze Perfluoro Alchiliche: acidi molto forti, altamente tossici (in quanto agiscono come interferenti endocrini, accumulandosi nei tessuti e provocando tra l’altro alterazioni alla tiroide, innalzamento del colesterolo e infertilità maschile), assunti quotidianamente per decenni da migliaia di persone che pensavano di utilizzare acqua potabile. “Nelle relazioni delle indagini del NOE, il Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri, risulta che per oltre trent’anni queste sostanze sono state sversate in un torrente che arriva direttamente alla falda, inquinandola talmente tanto da renderla inutilizzabile per qualsiasi uso” afferma Chiara.

Non stiamo parlando di una falda qualsiasi, ma della falda più grande d’Italia, la seconda più grande d’Europa. Un vero e proprio disastro ambientale insomma, che già oggi coinvolge tre province – quella di Vicenza, Padova e Verona – 30 comuni e oltre 500 mila persone. “Quando nei primi mesi del 2017 l’Ulss ha iniziato lo screening per vedere i livelli di Pfas nel sangue dei cittadini dai 15 anni in su i risultati sono stati agghiaccianti. Basti pensare che i valori massimi di riferimento stabiliti dall’Istituto Superiore di Sanità per questa sostanza sono tra 1,5 e 8 nanogrammi per millilitro di sangue mentre i livelli riscontrati nei ragazzi sottoposti alle analisi sono stati da 100 a 360 per farsi un’idea della gravità della situazione”. A raccontarlo è Rossella Galimberti, 2 figli, che continua: “Ci dicevano che l’acqua rispettava i limiti. La Regione Veneto ci rassicurava: è tutto nella norma, ci dicevano. Abbiamo dovuto iniziare a indagare da soli per scoprire che nella norma non c’era un bel niente”.

“Mia figlia Maria ha 15 anni e ha 100 nanogrammi per un millilitro di sangue. In un cucchiaino da caffè del sangue di Maria ci sono 100 nanogrammi di Pfas! Ed è una di quelli che ne ha meno!” a dirlo è Michela Piccoli, 2 figli, la voce che trema.

Le fa eco Giovanna Dal Lago, 5 figli, la più piccola 16 anni, il più grande 25, tutti con valori altissimi, in media attorno ai 300 nanogrammi per millilitro di sangue. “Fino al 2013 ho utilizzato solo l’acqua del pozzo perché nella mia zona non arrivava l’acquedotto – spiega – Ma ero tranquilla perché dall’Asl e dalla Regione mi avevano detto che non c’erano problemi. Utilizzavo l’acqua del pozzo per gli animali, per uso domestico, per innaffiare l’orto… per tutto. Ho investito tanto per farli crescere in un luogo sano, per dar loro cibo buon. E invece…”.

“Questi numeri sono stati come lame al petto di tantissimi genitori che hanno visto il veleno scorrere nel sangue dei loro figli. Sapete qual è la prima fonte di trasmissione dei Pfas? – chiede Giovanna – è il latte materno! Provate a immaginare il dolore che si prova a scoprire di avvelenare i propri figli nel momento dell’allattamento”.

“Per una mamma vedere i propri figli avvelenati è un’angoscia talmente grande che non si può spiegare… anche perché non c’è cura né rimedio! – afferma afflitta Annamaria– perché l’unico modo per liberarsi da queste sostanze sarebbe la disintossicazione totale per almeno 10/20 anni solo per dimezzare le quantità. Ma è impossibile perché qui i Pfas sono ovunque! Nel cibo, ­negli ortaggi, negli animali allevati… ovunque! Finché l’acqua di superficie è inquinata lo sarà anche tutto il resto. E nulla cambierà finché l’azienda che ci ha condotti in questo inferno continuerà a lavorare indisturbata”.

La Miteni, per associazioni e cittadini la principale imputata del disastro, ad oggi continua la propria produzione, negando ogni responsabilità diretta e ribadendo l’intenzione di non rispondere per ciò che è successo in passato. “La Procura di Vicenza avrebbe a disposizione tutto il materiale necessario per imporre la chiusura della fabbrica – replica Michela – ma nonostante questo tutta tace. Com’è possibile? Ci siamo rivolti a chiunque: dai Sindaci al Ministro per l’Ambiente e per la Salute, dalla Regione all’attuale Governo, dai rappresentanti delle commissioni interessate ai parlamentari europei, cos’altro dobbiamo fare per farci ascoltare?”.

Quello di questi giorni è l’ennesimo tentativo di avere risposte: “Ci hanno avvelenato consapevoli di farlo, fagocitati dai loro interessi, dal loro guadagno. Senza alcun rispetto per la nostra salute e per la nostra terra. E senza alcun controllo da parte di quegli enti pagati per vigilare. Per questo oggi siamo qui a chiedere non solo la chiusura dell’azienda, la bonifica del sito e il risarcimento dei danni ma anche e soprattutto la condanna dei responsabili e le dimissioni di tutti coloro che fino ad oggi hanno autorizzato la ditta Miteni a continuare ad inquinare ignorando completamente il Principio di Precauzione e fregandosene altamente della nostra vita” affermano.

“Da mamma posso solo dire che tutto quello che ho e che farò sarà per i miei tre figli e per il loro futuro – conclude Chiara – Sarà una goccia ma loro sapranno che quella goccia è tutta per loro”.

(*) ripreso da Comune-info e pubblicato anche su Terra Nuova.

 

ELENA TIOLI, dopo molti anni passati in redazioni televisive, ora si occupa di ufficio stampa e comunicazione trattando soprattutto temi legati alla politica, alla decrescita e all’ambiente. Freelance per scelta, collabora con diverse realtà ecologiche e solidali. Per passione si interessa di alimentazione consapevole e stili di vita sostenibili. È autrice del blog www.vivicomemangi.itwww.viveresenzasupermercato.it. A febbraio 2017 ha pubblicato il libro “Vivere senza supermercato” (ed. Terra Nuova) in cui racconta la sua avventura fuori dalla grande distribuzione organizzata.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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