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Perché il Pd è un partito tecnicamente morto

L’assemblea del Pd non ha riservato sorprese che, peraltro, nessuno poteva attendersi. Alla fine è tutto finito con il solito compromesso dei capi che rinvia ogni cosa alla prossima assemblea.

 

Martina, un bravissimo ragazzo che promette bene, ha tentato una omelia nella quale ha detto che il Pd ha riconosciuto di aver perso e che non sono stati gli italiani a non capirlo, ma che è stato il Pd a non capire gli italiani. Ha fatto un appassionato appello all’unità, a non dividersi per fazioni ma affrontare un “congresso profondo” eccetera eccetera.

Ma di spiegazioni del perché della sconfitta e di autocritica sulle scelte fatte, neppure l’ombra. E pour cause: se lo si facesse si toccherebbero le corde più profonde della stessa esistenza del partito. Ma un partito (come qualsiasi altro soggetto politico) che non riesce a spiegarsi le ragioni di una sconfitta non riuscirà mai ad avere la rivincita.

Il punto è che è fallita la formula base del partito, che puntava ad un ruolo di ala moderata del neo liberismo e su questo si è costruita la linea politica, architettura organizzativa, base sociale, cultura politica eccetera. Il Pd si è autoproclamato partito riformista ma, questo è il problema, non è stato affatto riformista: si è semplicemente appiattito sul modello neo liberista, diventandone il cantore.

Questo è stato già il Pd di Veltroni, Franceschini, Bersani eccetera, poi è arrivato Renzi con la cultura politica del “partito toscano” che ha trasformato il Pd in un partito coerentemente di destra. E questo ha determinato il collasso definitivo del blocco sociale su cui il Pd aveva costruito le sue fortune: prima (già dagli anni novanta) sono andati via gli operai dell’industria, dopo, man mano, quelli dei servizi, con Renzi ha ceduto anche il pubblico impiego (si pensi alla riforma della buona scuola ed all’allontanamento degli insegnanti) e tutto il resto del lavoro dipendente (precari e giovani compresi) colpito dalle “riforme” dell’abolizione dell’art 18 e del job act.

Il referendum non ha solo bocciato una riforma autoritaria della Costituzione (che suscita ancora molte nostalgie nei ranghi della dirigenza piddina) ma è stata anche la certificazione del collasso del blocco sociale del Pd. A dirla in due parole, il Pd non ha retto la prova della crisi che ha messo a nudo il suo falso riformismo.

Oggi al Pd restano solo una fascia di pensionati, la buona borghesia del centro delle grandi città, qualche brandello di cooperative e quel che avanza del ceto politico e famiglie.

Questo non vuol dire che necessariamente il Pd si squaglierà in un po’ di mesi. E’ possibile, ed anzi probabile, che l’agonia sarà lunga e penosa ed è persino possibile che ci siano piccole riprese. Soprattutto se il governo giallo verde dovesse fare troppe sciocchezze o non riuscire a realizzare il proprio programma (cose possibilissime) può darsi che il Pd recuperi qualche punto percentuale, magari torni ai livelli del 2013, ma appare del tutto improbabile che possa tornare in serie A, fra i partiti che competono per la guida del governo.

E’ più facile che emergano nuove forze politiche, magari nel giro di alcuni anni, ed è persino più probabile che sia Forza Italia a riprendersi, magari proprio attirando fasce di elettorato del Pd. Per bene che vada, il Pd ha un futuro di partner minore di qualche coalizione, un po’ come era toccato a Rifondazione nei suoi confronti.

E che il destino non appaia roseo lo dice anche la persistenza di un gruppo dirigente che, nonostante la batosta subita ed ammessa, non pensa minimamente a farsi da parte ma tiene saldamente il “banco della Presidenza”. E, con questi generali, che guerra volete fare?

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