L’Italia è da sempre il regno della retorica e dell’ipocrisia dei ciarlatani, degli impostori e dei pifferai magici. Ma il degrado etico e culturale in cui è sprofondato il Paese è tale da non permettere più di discernere la verità dalla menzogna, l’equità dall’ingiustizia. Il discorso pronunciato da Marchionne all’ultimo meeting di Comunione e Liberazione è la riprova che la Fiat è spinta da finalità antioperaie ed antidemocratiche. Ascoltare l’Amministratore delegato che cita Hegel, richiamando valori etici come “libertà” e “diritti”, fa solo inorridire in quanto il “supermanager” della Fiat offende l’intelligenza, la civiltà, l’onestà dei cittadini liberi. L’intervento di Marchionne ha evidenziato toni e contenuti solo apparentemente concilianti, ma dietro la falsa erudizione e l’enfasi “buonista” si annida un’arroganza infarcita di citazioni utili ad incorniciare messaggi oltraggiosi contro le leggi e le istituzioni dello Stato, coprendo minacce e provocazioni verso gli operai. La classica ciliegina è stato l’invito espresso da Marchionne a disertare la lotta di classe, mentre è evidente che solo la Fiat persevera e conduce una “santa crociata” contro gli operai e le organizzazioni sindacali non ancora supine che si ostinano a resistere. Gli operai più combattivi si limitano a salvaguardare i posti di lavoro e i propri diritti, ma non stanno facendo la guerra ai padroni. La lotta di classe non l’hanno mai provocata gli operai, ma sempre e solo i capitalisti e i loro scagnozzi.
Al di là dei proclami verbali e delle facili dichiarazioni di principio, contano i fatti concreti, che mostrano quali siano gli intenti reali della Fiat. Ebbene, le vicende di Pomigliano e Mirafiori sono paradigmatiche e rischiano di mutare le relazioni industriali nel nostro Paese. Esse mostrano che ogni sacrificio dei lavoratori non serve a conservare il lavoro, ma consente solo al capitale di estendere i sacrifici ai lavoratori di tutto il mondo e imporne altri con la scusa di dover reggere la concorrenza. Al di là degli esiti referendari, della vittoria non plebiscitaria dei “sì”, che potrebbe essere considerata come una “vittoria di Pirro”, in realtà hanno perso gli operai. Nella “proposta” avanzata da Marchionne e firmata dai sindacati filo-padronali, affiora un’arroganza da industriali ottocenteschi. Per realizzare il massimo profitto, la Fiat “deroga” su ogni regola: leggi, contratti, Statuto dei Lavoratori, Costituzione. Le vicende di Pomigliano e Mirafiori rischiano di imporre l’idea che l’unica soluzione alla crisi sia accettare la logica del ricatto aziendale: lavori se rinunci al salario sottraendo occupazione ad altri lavoratori; sopravvivi se rinunci ai diritti e alla democrazia. In tal senso Pomigliano e Mirafiori rischiano di “fare scuola” segnando lo spartiacque delle “nuove relazioni industriali”.
A FINE DICEMBRE 2010 DOPO L’ACCORDO MIRAFIORI UN OPERAIO FIAT AVEVA SCRITTO: (...)
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