Basta crederci.
Osama Bin Laden è morto. La mente degli attentati dell’11 settembre 2001 contro le Torri Gemelle newyorkesi che sconvolsero gli Stati Uniti e l’Occidente intero, è stata colpita ed uccisa a seguito di un bombardamento congiunto dell’aviazione statunitense e pachistana presso Abbotad (zona limitrofa la capitale Islamabad), ove lo sceicco del terrore si trovava rifugiato da alcuni mesi, nella logica dei suoi continui spostamenti per sfuggire alla cattura.
A darne notizia ieri, lunedì 2 maggio ore 5.30 italiane) il Presidente Obama in un messaggio alla Nazione, annunciando anche il recupero del cadavere da parte dell’Intelligence a stelle e strisce e gli immediati primi esami autoptici e di riconoscimento di rito per fugare ogni ragionevole dubbio sull’identità, a fronte dei precedenti e presunti casi di ritrovamento del terrorista, rivelatisi infondati.
Una notizia, questa, che certamente potrà in parte risarcire moralmente i famigliari delle vittime della follia integralista del barbuto saudita e anche a quanti hanno lavorato e lottato senza sosta per la sua cattura.
Ora, però, viene il difficile in questa planetaria operazione di scardinamento della violenza qadeista; eliminato il “fiore” di tale organizzazione occorre recidere le sue “foglie” e le sue “radici”, oltre che ripulire la “terra” ove la pianta è fiorita.
Morto Bin Laden nella famigerata lista dei ricercati permangono altre influenti “foglie”, figure carismatiche del movimento quali, ad esempio, Ali al Zawaijri, medico egiziano nonché suo stretto collaboratore. Per intenderci, il regista dei messaggi video con i quali venivano rivendicati gli attentati o ne minacciavano di nuovi ed immediati.
Oltre ad al Zawaijri latita ancora il Mullah Omar, massimo esponente dei Taliban afghani, che non fa direttamente parte dell’organizzazione qadeista ma con la quale è in continua sintonia e collaborazione nell’unitaria lotta agli occupanti “crociati” ed occidentali delle loro attuali zone di influenza, in prevalenza nel Maghreb africano e nel Medio Oriente asiatico.
Non bisogna neanche cadere nell’errore di non considerare la possibile “balcanizzazione” di Al Qaeda: è morto Bin Laden, il “grande fungo” ma le sue spore nocive perdurano nell’aria. Possono, così, sorgere dal “nulla” dei nuovi “funghi”, dei capetti che per emulare le sue “epiche” gesta attuano una lotta o meglio, una competizione interna ed intestina a suon di stragi e capillari proselitismi di nuovi seguaci per cercare di raggiungere il predominio personale nel movimento.
La questione strategica, però, maggiormente decisiva nella lotta contro questa piaga socio-culturale consiste nell’educazione all’alternativa, ad una concreta alternativa a tale esistenza votata a tale violenza sacrificale della propria dignità umana per uno scopo “spirituale” teso all’annientamento di altri individui simili colpevoli di professare in tali presunti califfati un altro credo religioso, o per restare nella realtà islamica di cercare e favorire la collaborazione e la pacifica convivenza interreligiosa, colpevoli di essere “infedeli” nel ribellarsi a tale società.