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Nuovi barbari o protagonisti di una Nuova Alleanza?

Trasformare gli sbarchi da minaccia in risorsa è un’opzione per l’Italia postglobale.

 

Volendo chiedersi come andrà a finire con gli sbarchi di migranti che impegnano le coste del nostro paese ci potrà forse essere d’aiuto tener presente come la storia dell’umanità sia spesso il racconto di persone in movimento, spinte dai più svariati impulsi: la curiosità, lo spirito di avventura, il desiderio di ricchezza, di fama, di conquista, ma soprattutto l’istinto di sopravvivenza.

Un tempo le migrazioni davano origine a conflitti: per il dominio di un territorio, l’uso di una sorgente, la disponibilità di una foresta. Più tardi, per la conquista di spazi coltivabili o per il controllo di una fonte di energia. Poi veniva la pace, che spesso era solo una pausa, fra una crisi e l’altra, giusto per riprendere fiato, o il seguito della disfatta di una delle parti.

Sulla sorte dei vinti l’antropologo Marvin Harris, in un noto scritto sulle origini delle culture, distingue 4 soluzioni in base al diverso grado di efficienza con cui venivano utilizzate le forze soccombenti. Al primo posto di merito troviamo la loro integrazione nel sistema sociale dei vincitori, col progressivo riconoscimento dei diritti di cittadinanza, praticata da comunità evolute ed in fase espansiva (politica della Roma imperiale). Segue l’utilizzo delle risorse umane come forza lavoro, in cambio di cibo e di protezione (fase dello schiavismo).

Le soluzioni successive vengono considerate dall’autore caratteristiche di comunità incapaci di trarre benefici significativi dalle risorse conquistate e pertanto destinate ad un rapido declino. Sono tali l’uso della preda per il suo contenuto proteico (metodo azteco) e finalmente la dissipazione totale di queste risorse, senza beneficio alcuno, nei casi di sterminio indiscriminato (metodo Cortez).

Passando alla situazione attuale, se non v’è dubbio che la perdita di vite umane in mare, dal punto di vista dell’antropologo, analogamente a quanto avviene col metodo Cortez, comporti uno spreco, l’azione di soccorso, le detenzioni e i successivi rimpatri di giovani braccia, senza contropartita alcuna, appesantiscono ulteriormente un conto che nessuno, alla lunga, risulterà disposto a sostenere. Forse per questo motivo cominciano a farsi strada proposte di soluzioni meno dispendiose quali i respingimenti a cannonate.

A questo punto, sempre nell’ottica del nostro studioso, appare evidente che se l’Occidente ricco vorrà sforzarsi di risolvere il problema dei migranti evitando il ricorso al metodo Cortez, dovrà cercare di battere altre strade.

I termini del problema sono chiari e semplici: oggi la torta è scarsa per tutti e i paesi ricchi non se la sentono di condividere ciò che ritengono di loro proprietà con quanti stanno peggio. Le azioni filantropiche e le iniziative umanitarie non bastano. Non serve nemmeno confidare in auspicabili maggiori disponibilità di là da venire. Vuoi per l’umano egoismo, vuoi per effettiva necessità, per gli altri – ben che vada - non resteranno che le briciole, mentre gli sbarchi potrebbero ulteriormente aumentare, e di brutto. Per affrontarli efficacemente occorrerà inventarsi un’altra torta, studiare nei tempi e nei modi una forma di intervento originale, inedito, che tutti approverebbero e nessuno percepirebbe come concorrenza in casa propria, sul mercato del lavoro o nel campo dell’inclusione sociale.

Bisognerà forse immaginare la possibilità di stipulare con i nuovi arrivati un patto mai immaginato, una nuova alleanza che consenta di creare nel nostro paese una ricchezza che oggi nessuno produce, uno sviluppo impensabile secondo gli schemi dell’economia tradizionale, un nuovo ordine che non tolga ad alcuna delle parti né ricchezza, né opportunità, anzi ripaghi entrambe con moneta originale, preziosa. Vediamo come.

Serge Latouche, nel suo saggio “Come uscire dalla società dei consumi”, partendo da posizioni ambientaliste, interpreta la crisi della società globale come l’esito della rincorsa fra disponibilità energetiche accessibili sul pianeta e tecnologia e immagina che per salvare la terra da un inevitabile disastro ecologico occorra una svolta epocale, di cui peraltro si dichiara incapace di delineare i contorni. A suo modo di vedere, le soluzioni potranno scaturire da uno sforzo comune che sappia aprire sentieri inesplorati, alla ricerca di nuovi assetti sociali, di più sostenibili stili di vita e criteri di produzione. Impresa non facile per i popoli sazi dell’Occidente, riluttanti a rinunciare alle disponibilità dell’oggi, anche se segnate da un incerto futuro, ma forse un appuntamento con la storia per un popolo di pionieri, senza presente, stimolati dal bisogno, pieni di energia e ben determinati a lottare, anche a rischio della vita, per la conquista di uno spazio vitale. Non sarebbe uno spreco ricacciare queste risorse nella loro esistenza senza futuro?

Guardando a casa nostra, e lasciando alla loro libera iniziativa gli altri popoli dell’Unione e tutte le nazioni che ritengono di poter svolgere un ruolo nella ricerca di nuovi rimedi ai limiti della società globale, osserviamo come anche nel nostro paese abbondino i giovani senza futuro. La buona volontà non manca, non manca la passione, troviamo cultura e specializzazione in tutti i campi, ma per una moltitudine di loro non si intravede l’occasione di assumere un ruolo attivo nella comunità, di costruire un progetto di vita, di misurarsi concretamente con ciò che è – o dovrebbe essere – per tutti la “lotta per l’esistenza”. Siamo a un livello certamente meno drammatico, ma in questa situazione molti elementi coincidono con le condizioni dei migranti e conferiscono ad entrambi il profilo di nuovi Padri Pellegrini, alla ricerca di una società più giusta e di un mondo migliore.

Non dovrebbe essere un’utopia sapere immaginare che per questo popolo di emarginati, i nostri e quelli che vengono da fuori, un pezzo della nostra Italia possa assumere la funzione di terra promessa se si decidesse di proporre loro, su basi del tutto volontarie, o prendi o sei fuori, un esperimento mai tentato, un patto, una Nuova Alleanza. Per tutti, forse per più di quanti oggi si dichiarerebbero disponibili, ci sarebbe tanto da fare, se solo si decidesse di volerlo fare: bonifica di siti inquinati, rimedio al dissesto idrogeologico, recupero di aree degradate, lavori per decine e decine di miliardi, che oggi nessuno immagina di poter mettere in cantiere, perché secondo le regole vigenti occorrerebbero mezzi di cui nessuno dispone. Limitando lo sguardo ai soli siti contaminati, vale a dire al cuore avvelenato di questa smisurata metastasi che, nell’impotenza delle autorità e nella rassegnata accettazione della gente comune, si spande indisturbata sul nostro territorio il Rapporto bonifiche Federambiente 2010, citato in un prezioso libro intervista scritto da Edo Ronchi con Pietro Colucci, ne conta ben 12.638. Un comune su sei è affetto da questo cancro, ma ben pochi sono in grado di porvi rimedio.

Sarebbero necessarie, certo, nuove “regole d’ingaggio” per un popolo di pionieri che decidessero di costruire l’Italia postglobale. Sparsi a macchie di leopardo sul territorio, potrebbero ricevere, oltre a specialissime norme di convivenza, un territorio da bonificare ed un pezzo di terra ad esso commisurato sul quale collocare il proprio accampamento e ricavare il necessario per il proprio sostentamento. Procedure e metodi operativi tradizionali? Strutture di accoglienza preconfezionate? Niente di tutto questo, ma in compenso l’assistenza tecnologica più avanzata, partendo dalle istruzioni contenute nel “De bello gallico” per i legionari in marcia alla conquista del mondo. Energia? Tutta la disponibile, quanto di più sofisticato, escluso l’uso di energie non rinnovabili. Medicina? Lo stretto necessario. La chimica? Niente che disturbi le capacità rigenerative della natura. Macchinari e utensili? Quanto possibile utilizzare con le fonti energetiche disponibili. Provviste di viveri e sementi? Quanto basta fino al prossimo raccolto. Il denaro? Nemmeno un euro in circolazione.

Chi oserebbe lavorare intorno a un progetto del genere? Se al giorno d’oggi, grazie al livello di conoscenza conseguito, sia sotto il profilo tecnologico che, soprattutto, della consapevolezza etica, non riteniamo utopistica l’ipotesi di poter un giorno conquistare altri mondi per assicurare la salvezza dell’umanità, perché non dovremmo avere il coraggio di tentare sulla terra il grande esperimento da tutti invocato: creare qui e subito una civiltà libera dalle minacce della società moderna. Tanti cervelli potrebbero collaborare alla definizione dei dettagli di una tale impresa, ma gli eroi di questa avventura sarebbero loro, i pionieri della società postglobale.

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