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di Grazia Gaspari (sito) mercoledì 3 marzo 2010 - 14 commenti oknotizie
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Nucleare? Acea costretta a fermare 1/3 delle pale eoliche. Mancano "autostrade dell’energia"

“Nucleare? Discutiamo del pelo della coda di un gatto che non conosciamo”. Così il prof. Stelio Venceslai fischia il via al derby: “nucleare contro green energy”, una partita difficile giocata sul campo messo a disposizione dal Movimento di Opinione, all’hotel Aran Park di Roma.

Nucleare? Acea costretta a fermare 1/3 delle pale eoliche. Mancano "autostrade dell'energia"
Una partita che sembra impossibile per le tante difficoltà: vecchi schemi, preconcetti, arretratezze tecniche e strutturali, gap culturale e scientifico, politiche energetiche poco convinte, approvvigionamenti precari ecc. ecc. Un esempio illuminante: l’Acea è stata costretta a chiudere un terzo di pale eoliche perché non era in grado di convogliare e trasportare l’energia prodotta a causa della mancanza di una rete di distribuzione. E siamo solo di fronte a pale eoliche, che ne sarebbe di una centrale nucleare senza un adeguato sistema di trasporto?

Dopo l’approvazione del decreto che disciplina la realizzazione di nuove centrali nucleari in Italia, il governo dovrà anche approvare entro 3 mesi, la «Strategia nucleare». Previsto invece dopo le elezioni regionali - meglio lasciare l’annuncio a tempi politicamente meno caldi - la scelta dei criteri dettagliati di localizzazione dei siti e delle sedi designate. 

Del nuovo nucleare molti paventano un’impresa faraonica con approccio all’italiana, a fronte tutto sommato di una soluzione parziale del rifornimento energetico, questo perché:

Primoi rapporti delle agenzie del mondo che certificano il continuo ridimensionamento del contributo, già oggi ben modesto (meno del 6%), dell’energia nucleare al fabbisogno energetico” oltre ai problemi irrisolti: disponibilità dell’uranio 235, rilasci di radiazioni in condizioni di routine, sicurezza, scorie, proliferazione militare e, soprattutto, costo del kWh”.
 
Secondo, perché già tre regioni si sono apertamente tirate fuori (Puglia, Campania e Basilicata), mentre Formigoni, Zaia e Cota che si sono dichiarati favorevoli, ma non vogliono impianti in Piemonte, Lombardia e Veneto.

E se il ministro Scajola tuona che si farà come dice il governo, Vendola ha già annunciato: "Noi saremo la Regione più disobbediente d’Italia e continueremo a dire no al nucleare. Visto i problemi che crea la Tav, per costruire centrali nucleari in Italia ci vorrà l’esercito".

Berlusconi ne è talmente consapevole che comincia a guardare all’Albania e ad altri paesi fuori dall’Unione che per povertà strutturali sarebbero disponibili a tutto.

A remare contro il nucleare anche il gap tecnologico dell’Italia che avendo abbandonato dopo il referendum del 1987 la partita, è abbastanza fuori gioco, anche se Enel collabora con il settore in Francia. 

Sul piano poi delle nuove strategie mondiali, comincia ad affacciarsi l’ipotesi che il gigantismo, il monopolio, le grandi concentrazioni, abbiano fatto il loro tempo, non siano più foriere di crescita e di sviluppo, ma vestali di sventura, come è emerso platealmente con la crisi economica.

Ma andiamo con ordine e ritorniamo al Derby dell’atomo che ci permette di capire alcune cose interessanti 

La partita parte soft. Il Prof. Venceslai spiega infatti che pur non guardando con ostilità al nucleare ha forti dubbi sulla capacità tutta italiana di mettersi al passo con una tecnologia che dismessa appunto vent’anni fa richiederebbe uno sforzo enorme per un adeguamento scientifico e tecnico. C’è poi il fattore K, ovvero la non conoscenza del fabbisogno energetico reale, dal momento che è in via di ridefinizione l’intera produzione mondiale a causa della globalizzazione e dunque dei quantitativi energetici necessari.

Gioca al centro Giorgio Di Antonio, Direttore Marketing & Sales Retail di ACEA ELECTRABEL Elettricità Spa, nell’illustrare l’approccio aziendale al problema, evidenzia alcuni elementi a dir poco sconcertanti. Vediamoli!

Innanzitutto che nessuna azienda può seriamente investire sul nucleare in Italia, perché non si sa nulla e quel poco che si sa è traballante. Considerando che i piani economici di un’azienda non superano i 5 anni, per ovvi motivi, il nucleare per ora è fuori. Infatti, ha spiegato Di Antonio, “considerati i tempi di ricerca dei siti, di collocazione e costruzione delle centrali oltre ai siti di stoccaggio delle scorie, non se ne parla prima di 20 anni, un tempo troppo lungo per qualsiasi ragionamento o piano economico”

Senza contare - ha evidenziato ancora Di Antonio - che in Italia la rete di distribuzione dell’energia è vecchia, obsoleta e in alcune parti manca proprio, non c’è e va costruita. Addirittura “un terzo delle pale eoliche in movimento sono state fermate perché non si può trasportate l’energia prodotta”!

Per il Green power apre il gioco Massimo Scalia, docente di Fisica matematica, alla guida di Lega Ambiente e del movimento antinucleare. Argomento forte: i rischi per il pianeta derivanti dell’inquinamento e riduzione della CO2.

Secondo Scalia, l’apporto di un rimpinguato nucleare oscilla attorno all’1%. “Ma anche se l’attuale parco nucleare venisse raddoppiato - da 360 a 720 GW - entro il 2020 (ipotesi del tutto campata in aria) l’effetto di riduzione dell’anidride carbonica sarebbe intorno al 5%. Peccato però, sottolinea Scalia, che si sarebbe prima esaurita la riserva di Uranio fissile”. ”Per non parlare poi degli irrisolti problemi del nucleare: dalle scorie radioattive più pericolose a quella proliferazione di armi atomiche che Ahmanidejad ha così ben lumeggiato ai dememori e agli ottusi”.

Nel frattempo, vista l’inadeguatezza del nucleare contro l’effetto “serra” e la “fine del petrolio”, si domanda Scalia, che si fa? 

Secondo il fisico ambientalista, “la strada maestra è stata tracciata dalla UE, e segnatamente… da Angela Merkel nel marzo scorso, con gli ormai tre famosi, ma non troppo, 20%: riduzione della CO2, risparmio energetico e copertura di tutto il fabbisogno energetico della UE (non della sola quota parte elettrica) con fonti rinnovabili”.
 
La replica è del prof. Franco Battaglia, docente di chimica ambientale a Modena, che sostiene che “l’energia dal sole è certamente vitale per la sopravvivenza nostra e il mantenimento della vita sulla Terra, ma quando si parla di energia per la produzione non solo non può contribuire, ma è d’ostacolo alla disponibilità d’energia secondo i nostri bisogni. Infatti, l’energia dal sole diretta o indiretta (indiretta è l’energia idrica, dalle biomasse, dai venti), possiede quei difetti che la rendono inservibile: è diluita (nel tempo e nello spazio), intermittente, inaffidabile… La conseguenza di quanto sopra è, ad esempio, che per produrre un 1 GWe (gigawatt elettrico) appena (l’Italia assorbe 40 GWe) sfruttando l’energia solare, sarebbe necessario raccogliere legna da ardere da 25.000 kmq di boschi; oppure impegnare 6 miliardi di euro in 6.000 turbine eoliche o 60 miliardi di euro in pannelli fotovoltaici (FV). Lo stesso potrebbe farsi impegnando 2 miliardi di euro e installare 1 reattore nucleare”.
 
Aiuta Ugo Spezia, ingegnere nucleare, Segretario Generale dell’Associazione Italiana Nucleare, che porta dati e statistiche dalle quali si evince che se vogliamo colmare il fabbisogno energetico e colmarlo con energia pulita dobbiamo sbrigarci e cominciare a costruire centrali.

Infine Gianni Mattioli, fisico, ambientalista, Ministro delle politiche europee nel governo Prodi che dopo aver ribadito che quella del nucleare è una favola non a lieto fine, precisa: 

1) Nucleare ed emissioni di CO2: il consumo pro-capite di petrolio in Francia è superiore, nonostante il massiccio ricorso al nucleare, a quello che si ha in Italia.

2) Carbone e nucleare: il programma nucleare previsto dal governo per la produzione di elettricità apporterebbe nel 2020 un contributo ai nostri consumi di energia pari di appena il 5%, contro il 40% che, per quella data, dovremo ottenere, secondo gli impegni contratti con l’Europa, da fonti rinnovabili e uso efficiente dell’energia. Per quella data, inoltre, noi dovremo ridurre la emissioni di CO2 del 20%. 

Come si pensa di farlo sostituendo impianti a gas con impianti a carbone, quando per produrre un kWh a carbone si ha un’emissione doppia di CO2?

Mattioli conclude sostenendo che il futuro energetico non è il nucleare. Che la discussione nucleare sì, nucleare no è un falso problema perché la vera sfida energetica è basata sulla “scienza dei materiali”, ovvero sulle componenti strutturali-sensitive che possono essere modificate significativamente tramite un cambiamento della composizione chimica del materiale o un cambiamento della disposizione atomica o molecolare tramite l’uso delle nano tecnologie.

Nel pomeriggio il convegno diventa ring e nonostante il Movilento d’Opinione abbia il merito di aver messo a confronto opinioni contrastanti, il tifo prende il sopravvento.

All’orizzonte comincia anche ad affacciarsi una green economy figlia della crisi economica e salita di forza alla ribalta grazie alla fragilità dei dinosauri, ovvero dei “troppo grandi per fallire, troppo grandi per riuscire”. Crisi economica, ma anche crisi di filosofie, di modelli, di produzione, di gestione e di sviluppo dell’intero pianeta. Da Obama all’Europa sta emergendo una forte spinta al piccolo, alle dimensioni ridotte che comportano meno spreco e maggiore efficienza.

A questo modello sembra ispirarsi la stessa ricerca sulle fonti rinnovabili. E’ della scorsa settimana la notizia di una mini centrale elettrica, a zero emissioni e zero impatto ambientale, da installare in ogni cantina o giardino. “E’ il progetto di una società californiana che sta attirando l’attenzione di media, industria e grandi investitori. Una scommessa che, se non finirà nell’ennesima bolla di sapone, potrebbe cambiare per sempre il modo in cui consumiamo l’energia”.

 
 

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