“Nucleare? Discutiamo del pelo della coda di un gatto
che non conosciamo”. Così il prof. Stelio
Venceslai fischia il via al derby: “nucleare contro green energy”, una partita
difficile giocata sul campo messo a disposizione dal Movimento di Opinione, all’hotel Aran Park di Roma.
Dopo l’approvazione del decreto che disciplina la realizzazione di nuove centrali nucleari in Italia, il governo dovrà anche approvare entro 3 mesi, la «Strategia nucleare». Previsto invece dopo le elezioni regionali - meglio lasciare l’annuncio a tempi politicamente meno caldi - la scelta dei criteri dettagliati di localizzazione dei siti e delle sedi designate.
Del nuovo nucleare molti paventano un’impresa faraonica con approccio all’italiana, a fronte tutto sommato di una soluzione parziale del rifornimento energetico, questo perché:
E se il ministro Scajola tuona che si farà come dice il governo, Vendola ha già annunciato: "Noi saremo la Regione più disobbediente d’Italia e continueremo a dire no al nucleare. Visto i problemi che crea la Tav, per costruire centrali nucleari in Italia ci vorrà l’esercito".
Berlusconi ne è talmente consapevole che comincia a guardare all’Albania e ad altri paesi fuori dall’Unione che per povertà strutturali sarebbero disponibili a tutto.
A remare contro il nucleare anche il gap tecnologico dell’Italia che avendo abbandonato dopo il referendum del 1987 la partita, è abbastanza fuori gioco, anche se Enel collabora con il settore in Francia.
Sul piano poi delle nuove strategie mondiali, comincia ad affacciarsi l’ipotesi che il gigantismo, il monopolio, le grandi concentrazioni, abbiano fatto il loro tempo, non siano più foriere di crescita e di sviluppo, ma vestali di sventura, come è emerso platealmente con la crisi economica.
Ma andiamo con ordine e ritorniamo al Derby dell’atomo che ci permette di capire alcune cose interessanti
La partita parte soft. Il Prof. Venceslai spiega infatti che pur non guardando con ostilità al nucleare ha forti dubbi sulla capacità tutta italiana di mettersi al passo con una tecnologia che dismessa appunto vent’anni fa richiederebbe uno sforzo enorme per un adeguamento scientifico e tecnico. C’è poi il fattore K, ovvero la non conoscenza del fabbisogno energetico reale, dal momento che è in via di ridefinizione l’intera produzione mondiale a causa della globalizzazione e dunque dei quantitativi energetici necessari.
Gioca al centro Giorgio Di Antonio, Direttore Marketing & Sales Retail di ACEA ELECTRABEL Elettricità Spa, nell’illustrare l’approccio aziendale al problema, evidenzia alcuni elementi a dir poco sconcertanti. Vediamoli!
Innanzitutto che nessuna azienda può seriamente investire sul nucleare in Italia, perché non si sa nulla e quel poco che si sa è traballante. Considerando che i piani economici di un’azienda non superano i 5 anni, per ovvi motivi, il nucleare per ora è fuori. Infatti, ha spiegato Di Antonio, “considerati i tempi di ricerca dei siti, di collocazione e costruzione delle centrali oltre ai siti di stoccaggio delle scorie, non se ne parla prima di 20 anni, un tempo troppo lungo per qualsiasi ragionamento o piano economico”.
Senza contare - ha evidenziato ancora Di Antonio - che in Italia la rete di distribuzione dell’energia è vecchia, obsoleta e in alcune parti manca proprio, non c’è e va costruita. Addirittura “un terzo delle pale eoliche in movimento sono state fermate perché non si può trasportate l’energia prodotta”!
Per il Green power apre il gioco Massimo Scalia, docente di Fisica matematica, alla guida di Lega Ambiente e del movimento antinucleare. Argomento forte: i rischi per il pianeta derivanti dell’inquinamento e riduzione della CO2.
Secondo Scalia, l’apporto di un rimpinguato nucleare oscilla attorno all’1%. “Ma anche se l’attuale parco nucleare venisse raddoppiato - da 360 a 720 GW - entro il 2020 (ipotesi del tutto campata in aria) l’effetto di riduzione dell’anidride carbonica sarebbe intorno al 5%. Peccato però, sottolinea Scalia, che si sarebbe prima esaurita la riserva di Uranio fissile”. ”Per non parlare poi degli irrisolti problemi del nucleare: dalle scorie radioattive più pericolose a quella proliferazione di armi atomiche che Ahmanidejad ha così ben lumeggiato ai dememori e agli ottusi”.
Nel frattempo, vista l’inadeguatezza del nucleare contro l’effetto “serra” e la “fine del petrolio”, si domanda Scalia, che si fa?
Infine Gianni Mattioli, fisico, ambientalista, Ministro delle politiche europee nel governo Prodi che dopo aver ribadito che quella del nucleare è una favola non a lieto fine, precisa:
1) Nucleare ed emissioni di CO2: il consumo pro-capite di petrolio in Francia è superiore, nonostante il massiccio ricorso al nucleare, a quello che si ha in Italia.
2) Carbone e nucleare: il programma nucleare previsto dal governo per la produzione di elettricità apporterebbe nel 2020 un contributo ai nostri consumi di energia pari di appena il 5%, contro il 40% che, per quella data, dovremo ottenere, secondo gli impegni contratti con l’Europa, da fonti rinnovabili e uso efficiente dell’energia. Per quella data, inoltre, noi dovremo ridurre la emissioni di CO2 del 20%.
Come si pensa di farlo sostituendo impianti a gas con impianti a carbone, quando per produrre un kWh a carbone si ha un’emissione doppia di CO2?
Mattioli conclude sostenendo che il futuro energetico non è il nucleare. Che la discussione nucleare sì, nucleare no è un falso problema perché la vera sfida energetica è basata sulla “scienza dei materiali”, ovvero sulle componenti strutturali-sensitive che possono essere modificate significativamente tramite un cambiamento della composizione chimica del materiale o un cambiamento della disposizione atomica o molecolare tramite l’uso delle nano tecnologie.
Nel pomeriggio il convegno diventa ring e nonostante il Movilento d’Opinione abbia il merito di aver messo a confronto opinioni contrastanti, il tifo prende il sopravvento.
All’orizzonte comincia anche ad affacciarsi una green economy figlia della crisi economica e salita di forza alla ribalta grazie alla fragilità dei dinosauri, ovvero dei “troppo grandi per fallire, troppo grandi per riuscire”. Crisi economica, ma anche crisi di filosofie, di modelli, di produzione, di gestione e di sviluppo dell’intero pianeta. Da Obama all’Europa sta emergendo una forte spinta al piccolo, alle dimensioni ridotte che comportano meno spreco e maggiore efficienza.
A questo modello sembra ispirarsi la stessa ricerca sulle fonti rinnovabili. E’ della scorsa settimana la notizia di una mini centrale elettrica, a zero emissioni e zero impatto ambientale, da installare in ogni cantina o giardino. “E’ il progetto di una società californiana che sta attirando l’attenzione di media, industria e grandi investitori. Una scommessa che, se non finirà nell’ennesima bolla di sapone, potrebbe cambiare per sempre il modo in cui consumiamo l’energia”.