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Non sempre Pil fa rima con Fil...

Le risorse naturali del pianeta non sono infinite. Quindi, per salvare la biodiversità, sarà necessario passare dall’agricoltura convenzionale a quella integrata.

Sono passati quarant’anni da quando Jan Tinberger (nel saggio Politique èconomique e optimum social, Economica, Parigi 1972), ha proposto di ribattezzare l’acronimo Pil (prodotto interno lordo) con Fil (felicità interna lorda). Egli riprendeva un’idea dell’economista Jean-Baptiste Say che definiva la felicità attraverso il consumo. Dobbiamo consumare per vivere. Consumiamo pure, allegramente. Ma se esageriamo? Finiremo con l’esaurire le risorse naturali del pianeta. È possibile una crescita infinita in un pianeta finito? Questo non è possibile, almeno secondo Serge Latouche (La scommessa della decrescita, Feltrinelli). Egli, infatti, focalizza anche l’attenzione sulla crescita continua della popolazione mondiale, l’aumento della fame che affligge gran parte dell’umanità e l’inadeguatezza della scienza, della tecnica e della politica nell’affrontare queste ataviche problematiche.

Nell’anno 1860, la popolazione del pianeta era di un miliardo di persone, un secolo dopo era di circa tre miliardi di abitanti e oggi è di circa 7 miliardi. Stiamo, dunque, consumando tutte le risorse naturali del nostro pianeta? È pur vero che un agricoltore americano produce circa trecento volte di più di un indiano pellerossa e che la produzione agricola è eccedentaria nei paesi ricchi, pari, secondo le stime, a ventitré volte quella necessaria per sfamare l’umanità. Ma è anche vero che i generi alimentari vanno dove ci sono i soldi per comprarli. Inoltre il pianeta è sempre più inquinato. L’uomo potrebbe autodistruggersi, modificando irreversibilmente il clima e l’ambiente in cui vive. E per questo che occorre parlare sempre più di sviluppo sostenibile e di consumo responsabile delle oramai limitate risorse naturali.

Il termine “sviluppo sostenibile”, per altro, ha sostituito il termine "ecosviluppo”, impiegato per la prima volta in occasione della Conferenza dell’ambiente dell’Onu che si tenne a Stoccolma nel 1972. Con quest’ultimo termine bisognava dare la priorità di più al prefisso “eco”, ovvero alla “natura”. Meglio, invece, darla al termine “sviluppo”, cioè alla “crescita e al consumo”. L’uomo padrone ha assoggettato la Terra, come una schiava, ma forse ora, speriamo, sta diventando sempre più consapevole dei danni che arreca e, almeno in alcuni ambiti, cerca di modificare il proprio modo d’agire. Si parla sempre di più di “ecocompatibilità dello sviluppo”, anche per gli agroecosistemi.

L’agroecosistema è un ecosistema agricolo, quindi artificiale, fatto funzionare dall’uomo con il suo lavoro (intervento antropico), che si avvale di elevati input energetici (ad esempio, uso di macchine agricole, fertilizzanti, fitofarmaci, ecc.). Nell’ultimo secolo, però, la spinta, oltre misura, della selezione artificiale delle razze di animali domestici e di varietà vegetali coltivate ha portato a un continua ed elevata perdita di biodiversità (diminuzione del 90% e più delle varietà di specie vegetali coltivate e di razze animali allevate), con estinzione, o quasi, di specie animali e vegetali, uniformità ed erosione genetica, cioè perdita di geni utili. Occorrerebbe, allora, forse tornare un po’ indietro per rallentare questo treno, in corsa, dello sviluppo forsennato e solo apparentemente razionale.

La normativa comunitaria ha imposto, così, l’obbligo dal 2014 per tutte le imprese agricole di passare dal metodo di agricoltura tradizionale o convenzionale all’agricoltura integrata. Questo tipo di agricoltura è un compromesso tra il metodo tradizionale e quello biologico. A titolo di esempio, la concimazione e la difesa dei vegetali dovrebbe avvenire dando la priorità ai metodi biologici e biotecnologici, sfruttando gli equilibri naturali e limitando al minimo indispensabile l’uso dei concimi chimici e dei fitofarmaci di sintesi chimica (per esempio “biomonitorando” i voli degli insetti adulti al fine di stabilire le soglie di intervento fitosanitario). Si dovranno istituire, poi, delle aree protette di rifugio (cespugli, siepi, e alberature) al fine di salvaguardare la biodiversità, aiutare la moltiplicazione degli insetti utili, naturali antagonisti degli insetti dannosi.

Questo forse è un piccolo passo verso una relazione con gli ecosistemi più responsabile, relazione che è, infatti, ancora troppo strettamente legata all’economia e al profitto deregolamentato. In questo rapporto l’economia è la regina, l’ecologia la serva. Solo quando le due discipline scientifiche avranno lo stesso peso sul piatto della bilancia potremmo ben sperare in una sopravvivenza facilitata. O, per dirla con le parole di Eugene P. Odum (Ecologia per il nostro ambiente minacciato, Piccin edizioni), «quando lo studio della casa (ecologia) e la gestione della casa (economia) si integreranno a vicenda [...] assimilando i valori etici umani e ambientali [...], allora potremo essere ottimisti sul futuro dell’umanità». Speriamo, dunque, nell’avvento di un uomo culturalmente più evoluto, che non penserà solo al Pil.

Umberto Calore

Questo articolo è stato pubblicato qui


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