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di predicamale lunedì 26 ottobre 2009 - 0 commento oknotizie
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Non fidarsi è meglio. L’addomesticazione dei fatti in un’intervista al sociologo De Rita

Una chicca di come si possono addomesticare i fatti confidando nell’ignoranza o nell’indifferenza di chi legge o ascolta

Su “Repubblica” del 22 ottobre 2009 c’è un articolo che, a mio parere, meglio di ogni altro esempio fa capire come si possa manipolare la realtà a supporto di tesi strumentali e, talora, strampalate.

 

Si tratta di un intervista al sociologo Giuseppe de Rita, fondatore del CENSIS e già presidente del CNEL.

Nell’intervista il “nostro”, con riferimento alle polemiche successive alle esternazioni di Tremonti sul posto fisso, si adopera per dimostrare che la flessibilità e la precarietà sono valori, opportunità, sfide”.

Per dimostrare questa tesi viene richiamata nell’ordine:

· la Festa della Capanna, ricorrenza ebraica che starebbe a testimoniare che “bisogna vivere la vita sapendo che siamo lontani dalla sicurezza

· “una interpretazione talmudica dell’ultimo comandamento, invece di suonare come per noi "non desiderare la roba d’altri" suona "non desiderare la casa". Gli antichi quindi ci insegnano che dobbiamo saper convivere con la precarietà, senza certezze stabili. La precarietà è la molla che ci rende capaci di andare avanti senza restare attaccati. Al dunque, ci dà la forza. 

La circostanza che il noto studioso abbia citato a sostegno della sua tesi l’antica cultura ebraica mi ha incuriosito ed ho fatto una breve ricerca sull’argomento.

La festa del Sukkòth o della “Capanna” rievoca il periodo in cui gli ebrei, dopo essere fuggiti dall’Egitto, dimorarono per quarantanni nel deserto, in capanne. La capanna è sì il simbolo della precarietà della vita ma, soprattutto, della protezione del Signore sui figli di Israele. Infatti, pur così fragile e col suo tetto di fronde, attraverso le quali si vedono le stelle, ha sempre protetto gli ebrei da ogni pericolo. È chiamata anche zemàn simchaténu (festa della nostra gioia), perché è la festa della benedizione del lavoro, della fatica umana e della fede nel Signore. Si festeggia infatti con la gioia di chi è giunto felicemente alla fine della stagione agricola. Infatti, dopo un anno di lavoro e di lotta contro gli elementi della natura, il contadino ha ora i granai, i magazzini, le cantine pieni del suo raccolto. Conclusione, quindi: è felice.

Ho visitato parecchi siti ed ho verificato che l’interpretazione, pressochè unanime, di questa celebrazione religiosa ha poco o nulla a che fare con il fatto che “bisogna vivere la vita sapendo che siamo lontani dalla sicurezza come sostiene l’intellettuale De Rita: la precarietà, di per sé, è tutt’altro che un valore, semmai è una condizione che rivela la futilità e la caducità della vita terrena a confronto della vita eterna, principio se vogliamo discutibile, ma coerente con un impostazione religiosa della vita. E quanto le premesse dell’intervista siano lontane dalle conclusioni lo capiamo anche dagli ulteriori significati di questa ricorrenza, nel momento in cui la tradizione ebraica lega le festa del Sukkoth alla gioia ed alla felicità per l’abbondanza dei raccolti. 


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Precarietà Talmud

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