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Noi e la Siria: intervento armato esterno o nonviolenza?

E' sempre pericoloso discutere di cose che si conosce poco e per sentito dire, ma oggi sulla questione siriana tutti sembrano avere le idee chiare. O meglio: quasi tutti sembrano avere in testa solo quella parte di verità di cui la propaganda mediatica li ha convinti, a partire dall'idea dell'inevitabilità di un intervento armato "umanitario" in difesa della "resistenza" al regime di Assad. Ma è davvero tutto così chiaro e scontato? E perché i pacifisti italiani si dividono miseramente su questo terreno invece di proporre l'unica soluzione praticabile ed accettabile, quella civile e nonviolenta?

Premetto che ho un’abitudine che ritengo positiva: evito di sentenziare, parlando o scrivendo, su cose che non conosco a sufficienza e che non ho approfondito. Per uno come me, che di problemi connessi alla pace ed alla nonviolenza si occupa dai lontani anni ’70, è difficile, però, non prendere posizione su una questione scottante come quella riguardante l’opposizione al regime siriano e le prospettive di un intervento militare esterno, che tanti continuano ad evocare come "la" soluzione.

Eppure non è facile assumere una decisione, quando si è costretti a farlo all’interno della capziosa scelta obbligata tra democrazia e pace, sulla quale lo stesso movimento pacifista italiano, già non molto in salute, recentemente sembra essersi spaccato in due tronconi.

Mi viene in mente Ulisse e la sua mitica sfida alle sirene, che avrebbero voluto attirarlo a sé e l'ingegnosa manovra per non far naufragare la nave tra i due mostri Scilla (“colei che dilania”) e Cariddi (“colei che risucchia")

Nel mio piccolo, anch’io allo stesso modo non vorrei farmi trascinare in un’assurda scelta fra la Scilla di un intervento armato e la Cariddi di una neutralità che scivoli nella complicità col regime di Assad. Mi sembra infatti abbastanza evidente che la questione siriana, come viene posta dalla maggioranza dei media, sia l’ennesima dimostrazione del solito, subdolo, armamentario di propaganda bellicista travestita da reazione internazionale ad un regime sanguinario. Proprio su questo particolare aspetto mi sono recentemente soffermato in due articoli sulle “Psy-Ops” che il complesso militare-industriale organizza da sempre, utilizzando le sofisticate armi della guerra psicologica e reclutando insospettabili alleati perfino in campo opposto (1).

Sono peraltro convinto che simili tecniche non siano estranee neppure alla propaganda dei pacifisti a senso unico, sempre pronti ad additare i complotti interventisti dell’imperialismo dei petrodollari, ma troppo reticenti sulle feroci dittature cui le rispettive popolazioni tentano di opporsi, spesso in modo diretto e nonviolento. Ecco perché un po’ tutti, come Ulisse, per non farci ammaliare dalle sirene delle contrapposte propagande, dobbiamo demistificare le loro campagne mediatiche, evitando di cadere nella trappola di chi utilizza una sorta di ricatto psicologico per farci propendere per una o per l’altra soluzione. Scegliere tra due mezze verità, infatti, significa accettare comunque almeno una mezza menzogna. Ma per chi crede che la nonviolenza sia “la forza della verità” (il gandhiano satyagraha) questa non è certo la soluzione giusta.

Fra la dilaniante Scilla di una pelosa solidarietà coi ribelli, che puntualmente culmina in un’illegittima e violenta aggressione armata allo "stato canaglia" di turno, e la risucchiante Cariddi di un antimperialismo "a prescindere", che finisce però col legittimare le peggiori dittature, sono convinto che esista una terza possibilità.

L’alternativa sia all’interessato interventismo militare sia al colpevole disimpegno negazionista va cercata in ciò che, da decenni, i pacifisti hanno chiamato "difesa popolare nonviolenta", intendendo con questa formula la resistenza civile non armata e sociale di un’intera popolazione al proprio regime dittatoriale, così come ad un’occupazione militare straniera. Il vero problema è che il dibattito avviato positivamente in Italia sulla difesa popolare nonviolenta (DPN) e sulle tante esperienze storiche di resistenza popolare e dal basso a regimi ed occupazioni, alla fine degli anni ’90, si è purtroppo arenato nelle secche di un’incostituzionale controriforma governativa, sulla quale nessuna forza politica ha mai detto una parola.

L’abolizione del servizio di leva, infatti, ha scardinato l’ipotesi pazientemente costruita di una componente strettamente civile e nonviolenta delle difesa italiana, facendo sparire in un sol colpo sia gli obiettori di coscienza sia l’ipotesi d’un servizio civile finalizzato alla DPN. In questo quadro – ottimamente sintetizzato in un articolo di Antonino Drago pubblicato anche sul sito di Peacelink (2), non c’è da meravigliarsi se il dibattito su questa reale alternativa alla difesa ed alla resistenza armata si è progressivamente spento tra gli stessi pacifisti, restando invece confinato al livello teorico di una “ricerca sulla pace” esclusivamente accademica. Lo stesso termine “nonviolenza” ha da troppo tempo cominciato a perdere la sua valenza alternativa, riducendosi ad una semplice etichetta politicamente neutra o, nei casi peggiori, diventando imbarazzante copertura per discutibili istituzioni internazionali, spesso foraggiate da fondazioni, multinazionali e perfino ministeri della difesa.

Mentre i veri nonviolenti perdevano tempo prezioso a disquisire sulla soluzione migliore, dibattendo ad esempio tra “difesa sociale” e “difesa nonviolenta”, una spregiudicata cricca d’intellettuali si è di fatto appropriata questo termine, non più come idea rivoluzionaria e globale, bensì come denominazione di comodo, che offrisse una sponda “pacifista” alle strategie interventiste dei governi “alleati”. A tal proposito, è quanto meno sconcertante scoprire che due delle più autorevoli istituzioni americane intitolate alla nonviolenza – l’Albert Einstein Istitution, il cui leader è Gene Sharp, e l’International Center for Nonviolent Conflict (ICNC), guidata dal finanziere miliardario Peter Ackerman, sono regolarmente finanziate dalle maggiore Corporations, da Fondazioni come la Ford se non, direttamente, da istituzioni patriottiche legate al Pentagono. (3)

E’ fin troppo evidente il rischio che questo ambiguo sostegno di ambienti finanziari e militaristi alla strategia nonviolenta finisca con lo screditare del tutto le proposte di simili istituzioni, anche quando – come nel caso del guru nonviolento Gene Sharp – esse restino comunque ancorate al rifiuto della resistenza armata e degli interventi militari stranieri. (4) 

Questa, però, non è una buona ragione per rinunciare alla ricerca di una strategia davvero popolare, sociale e nonviolenta per sostenere l’insurrezione dei Siriani contro il regime di Assad, pur escludendo categoricamente ogni implicazione in un nuovo, assurdo, intervento bellico in Siria.

Un’utile scheda, curata da Davide Berruti per “Unimondo” può aiutarci a riconoscere le caratteristiche di un’autentica alternativa alla difesa armata, ciò che la rende “difensiva”, “popolare” e “nonviolenta”. Contrariamente a quanto vorrebbe farci credere una retorica propaganda neo-risorgimentale e "partigiana" (che in Italia sembra accomunare in modo preoccupante la destra "liberale" a quello che resta della sinistra parlamentare, contagiando perfino alcuni pacifisti nostrani), la verità è che un intervento esterno in Siria non agevolerebbe per nulla il “movimento di liberazione” in atto in quel paese, ma innescherebbe reazioni a catena ancor più preoccupanti ed imprevedibili.

“Diversamente da quanto accade oggi, quando in presenza di guerre che l’Occidente combatte quasi esclusivamente in territorio straniero, la 'difesa' dei diritti umani e della democrazia appare un concetto non sempre distinto dagli interessi di tipo economico o politico. Ecco dunque che la prima condizione che si deve verificare affinché si possa parlare di DPN è che si tratti inequivocabilmente di azioni di “difesa”. D’altra parte la forza di mobilitazione nei casi di intervento all’estero è senz’altro minore e sempre più spesso i sistemi di reclutamento sono basati su incentivi di tipo economico e/o a campagne di sensibilizzazione di tipo nazionalistico e retorico. Questo contraddice con il secondo elemento fondamentale della DPN, ovvero il fatto che sia “popolare” oltre che civile, nel senso che viene avvertita come un impegno condiviso da tutti. Questa è la diretta conseguenza del primo termine “la difesa”: un evento così drammaticamente importante che non può essere delegato ad una struttura esterna (tanto meno privata come nel caso di eserciti di mercenari o “agenzie private di sicurezza”) ma deve essere assunta dall’intera popolazione come impegno primario e fondamentale. Solo su queste basi teoriche il risultato sarà una difesa “efficace” in quanto diffusa, radicata, ampia e completa” (5)

Ecco perché sono convinto che un intervento straniero nel conflitto siriano, per di più armato e sponsorizzato da chi ha fin troppo evidenti interessi in quello scenario, non potrebbe in nessun modo configurarsi come sostegno all’autentica resistenza nonviolenta di quella popolazione e ad una nuova "primavera araba". Si configurerebbe infatti come un oggettivo appoggio all’ala più militarista ed islamista di quel movimento, seguendo lo sciagurato copione già troppo spesso messo in scena in quel contesto geo-strategico.

E’ altrettanto chiaro, d’altra parte, che non è più sufficiente prendersela col complotto imperialista guidato dagli USA, con la complicità degli stati arabi fidati e dei soliti ‘falchi’ europei. Smascherare le strategie palesi ed occulte di chi vuole l’ennesima guerra è un passaggio necessario, ma non può esaurire la proposta di chi si oppone ad essa ma non vuol chiudere gli occhi di fronte alla dura repressione che si è abbattuta sugli oppositori al regime di Assad.

Ha fatto bene Jean-Marie Muller – un altro "maestro" della Nonviolenza – a dichiarare, nel luglio del 2011:

“L’ingerenza politica s’impone. L’urgenza è ripensare l’azione della comunità internazionale in materia di prevenzione e gestione dei conflitti e di sperimentare i metodi dell’intervento civile e nonviolento, aprendo uno spazio politico in cui possano esprimersi le iniziative di pace delle società civili…” (6)

Il guaio è che, in questi mesi, dall’insurrezione inizialmente disarmata e spontanea di tanti Siriani si è passati alla rappresentanza ufficiale del movimento da parte d’un autoproclamato “Esercito di Liberazione della Siria”, sempre più armato ed eterodiretto dai ‘soliti noti’, che non esitano ad utilizzare le armi della guerra psicologica per accrescere la tensione in quell’area e l’allarme degli stati vicini. Resoconti da quel Paese, benché parziali se non palesemente manovrati dai servizi segreti, sono puntualmente e supinamente ripresi dai media nostrani, che puntano sull’emotività per legittimare immancabili “interventi militari umanitari”.

Solidarizzare con la legittima reazione alla lunga e pesante dittatura baathista, però, non deve impedirci di notare che quest’ennesima ‘primavera araba’ – al di là del palese sostegno occidentale – sta sviluppando ancora una volta preoccupanti spiriti islamisti, aprendo scenari che hanno poco a che vedere con la “democrazia” di cui si fanno interessate paladine le potenze occidentali.

Ha ragione, allora, ad indignarsi Johan Galtung – un altro dei ‘padri’ storici della terza via nonviolenta – quando in un recente articolo ha dichiarato:

“Siamo tutti disperati nell’assistere alle orribili uccisioni, alla sofferenza di chi è privato di tutto, dell’intero popolo. Ma che fare?Potrebbe essere che l’ONU, e i governi in generale, abbiano la tendenza a ripetere sempre lo stesso errore di mettere il carro davanti ai buoi? La formula che usano generalmente è: [1] Liberarsi del n° 1 come responsabile chiave, usando sanzioni; quindi [2] Cessate-il-fuoco, appellandosi alle parti, o intervenendo, imponendo; [3] Negoziato fra tutte le parti legittime; e quindi [4] Una soluzione politica quale compromesso fra le varie posizioni…” (7)

L’ONU si ostina a seguire sempre lo stesso copione ma, per il celebre peace researcher, sarebbe opportuno invertire quella sequenza, partendo dall’ultimo punto (la soluzione politica), per poi giungere all’armistizio, seguito dall’uscita di scena di Assad. Ma poi, argomenta Galtung, chi ha detto che di soluzione ce n’è solo una? Moltiplichiamo il dialogo tra la popolazione siriana, promuovendolo con l’utilizzo di “facilitatori” dell’ONU, di veri esperti in mediazione popolare, e la forza della creatività avrà la meglio. Ciò che bisogna assolutamente evitare, però, è che si continui a cercare una soluzione con le braccia cariche di armi, alimentando odi e scontri quotidiani. Una soluzione si può sempre trovare ma, ammonisce Galtung:

Non con la violenza. Chiunque vinca sarà profondamente inviso agli altri, in una casa e una regione così profondamente divisa contro se stessa. Non con sanzioni, indipendentemente da quanto profonde e ampie, con la partecipazione di Russia e Cina. È come punire una persona con microbi e il suo sistema immunitario che sta lottando all’interno perché ha la febbre. Più il paziente è debole, più è contagioso. Quel che viene in mente è una soluzione svizzera. Una Siria, federale, con autonomie locali, addirittura a livello di villaggio, con sunniti, sciiti e curdi che intrattengano rapporti con i propri affini attraverso i confini. Un peacekeeping internazionale, anche per proteggere le minoranze. E non-allineata, il che esclude basi straniere e flussi di armi, ma non esclude affatto un arbitraggio obbligatorio per le Alture del Golan (e l’assetto post-giugno 1967 in generale), con lo status di membro ONU in gioco per Israele.” (8)

In un suo articolo su “Waging Nonviolence” Erik Stoner – giornalista e blogger nonviolento, membro del direttivo statunitense della War Resisters’ League – si è soffermato sulla “disciplina nonviolenta come chiave per il successo della rivolta in Siria”. In questo contesto, Stoner cita i risultati di una ricerca americana che, dopo aver analizzato 100 campagne nonviolente dal 1900 al 2006, è giunta alla conclusione che la presenza di un’ala armata di un movimento non accresca le possibilità di riuscita di una rivolta, come dimostra una tabella, da cui si evince che l’assenza di violenza in una campagna porta al 60% le probabilità della sua riuscita, contro il 46% dell’ipotesi contraria.

“ Questo non dovrebbe sorprendere, perché non solo i movimenti nonviolenti che hanno un braccio armato riducono la probabilità di defezioni dalle forze armate, ma essi, storicamente, riducono anche la partecipazione popolare alla lotta, che è invece la chiave del successo per le campagne nonviolente.“ (9)

Purtroppo, in Italia, la ricerca sulle alternative nonviolente risulta del tutto inadeguata alla necessità di propagare i principi e le tecniche della nonviolenza in un contesto purtroppo caratterizzato ancora da una diffusa ignoranza in materia o, peggio, da un uso strumentale di questo termine. Ancor più inadeguata, però, appare la capacità, da parte dei movimenti nonviolenti sopravvissuti, di aggiornare le proprie analisi e strategie ad un contesto in continuo cambiamento, collegandosi opportunamente alle grandi organizzazioni pacifiste ed antimilitariste internazionali. Ovviamente il rischio è che istituzionalizzare troppo la ricerca sulla pace e sulla risoluzione nonviolenta dei conflitti possa attirare, come negli Stati Uniti, le interessate attenzioni di chi ha bisogno di una sponda nei movimenti alternativi, per cui non esita a finanziare tali istituzioni e non certo per filantropia.

Quello che assolutamente va evitato è che il già debole movimento pacifista italiano continui scioccamente a frammentarsi, lasciandosi costringere alla scelta tra la Scilla d’una solidarietà che diventi intervento armato, e la Cariddi della dietrologia antiamericana, da cui scaturisca la negazione della dittatura e del diritto stesso dei siriani ad autodeterminarsi.

Ecco perché, per quanto mi riguarda, non firmerò alcun appello o documento che non faccia chiarezza sulla questione siriana nel senso che ho cercato d’illustrare finora, sottovalutando la forza della nonviolenza come alternativa sia a nuove ed assurde avventure militari “umanitarie”, sia ad una grave mancanza di solidarietà verso il popolo siriano, su cui si sta esercitando la violenza contrapposta e devastante del regime di Assad e dei suoi oppositori armati e foraggiati dall’estero.

Concludo con una nota più lieve, ricordando un mio articolo sul blog risalente a ben due anni e mezzo fa, intitolato “Cos’‘e pazze!” (10) nel quale parlavo di un episodio originale e significativo, avvenuto ad Emasa (l’attuale città siriana di Homs) nel 64 a.C. e tuttora ricordato e celebrato dalla tradizionale “Festa dei Pazzi”. Quando questa bella città, vicina a Palmira, stava per essere occupata dalle legioni romane guidate da Pompeo, il locale consiglio escogitò una curiosa soluzione. I cittadini di Emesa avrebbero dovuto fingersi tutti pazzi, comportandosi in modo stravagante e perfino rivoltante, allo scopo di far sentire profondamente a disagio i conquistatori stranieri. La trovata fu messa in atto con grande fantasia e partecipazione popolare, diventando di fatto un ingegnosa manifestazione di resistenza civile e disarmata all’arroganza dell’imperialismo romano. Purtroppo servì solo a ritardarne la conquista dell’impero seleucide e della stessa città di Emasa/Homs, ma costituì un precedente storico davvero molto significativo.

La vera sfida della “pazzia” nonviolenta, oggi come allora, s’ispira alla creatività piuttosto che alla distruttività, alla fantasia delle menti libere anziché alla violenza di chi sa solo ripetere i propri tragici errori.

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  1. E. Ferraro (2012), Quando la guerra si fa con le parole e Idem (2012), Quando la pace si fa con le parole;
  2. A. Drago (2005), L’ingresso della Difesa Popolare Nonviolenta (DPN) nella legislazione italiana;
  3. Cfr. quattro articoli di S. Bramhall, pubblicati a marzo 2012 sul suo sito The Most Revolutionary Act, il primo dei quali s’intitola: “Perché la CIA finanzia l’addestramento alla nonviolenza?”;
  4. Leggi e vedi l’intervista a Gene Sharp del 5.2.2012 di Channel 4 ;
  5. D. Berruti, Difesa Popolare Nonviolenta (scheda). Vedi anche, in inglese, l’interessante scheda pubblicata sul sito di ‘Nonviolence International’, un network statunitense di realtà nonviolente, fondato dal palestinese M. Awad;
  6. J.M. Muller (2011), Quand le vent de la liberté souffle sur la Syrie;
  7. J. Galtung (2012), Syria, traduz ital. qui;
  8. Ibidem
  9. E. Stoner (2011), Nonviolent discipline key to success in Syria;
  10. E. Ferraro (2009), Cos’’e pazze!


Questo articolo è stato pubblicato qui


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